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106 – Comunisti: ne uccise più Stalin che Mussolini

Il segretario di Rifondazione Comunista è presidente della Camera dei Deputati ha dedicato la sua elezione «alle operaie e agli operai» italiani. Chissà se aveva in mente anche Antonio Pirz con la moglie Clara e i figli Carlo e Bruno, Ernani Civalleri, Lino Manservigi, Arturo Canzi, Ubaldo Della Balda, Guido Garzera. Ha concluso il discorso d’insediamento con l’invito di Piero Calamandrei ai giovani a recarsi in pellegrinaggio nei luoghi in cui è nata la Costituzione, «dovunque un italiano è morto per la libertà».

Chissà quando nell’elenco di questi laici sacrari verranno incluse le fosse comuni di Butovo e Komunarka.

Nomi che non dicono nulla? Non c’è da stupirsene. Sono infatti oggetto della più tenace, accanita, furiosa rimozione della memoria praticata in Italia negli ultimi settant’anni. I nomi di persona appartengono al lungo elenco di operai comunisti uccisi in Unione Sovietica dai comunisti. Quelli di luogo indicano due dei cimiteri nei dintorni di Mosca dove molti di loro sono stati gettati, senza un sasso qualsiasi che li ricordi. Altri sono sepolti in Siberia, nella Kolyma, chissà dove. Già negli anni Settanta Roy Medvedev – storico comunista sovietico – aveva spiegato che ha ucciso più comunisti italiani Stalin di Mussolini. Ma chi leggeva quelle cose allora? Il povero Dante Corneli, uno dei pochi scampati all'”odissea rossa”, dovette bussare a infinite porte prima di vedere le sue memorie stampate da un editore microscopico.

LE STORIE DIETRO I NUMERI

Oggi forse qualcosa sta cambiando, se un libro come Italiani nei lager di Stalin di Elena Dundovich e Francesca Gori viene pubblicato da un maître à penser del calibro di Laterza. È una decina d’anni che la Dundovich fruga negli archivi russi alla ricerca di documenti sulla sorte dei nostri emigrati; il risultato è una ricostruzione impressionante della storia dei circa 1.020 italiani (su 4.000 allora residenti nel paese) in diverse misure raggiunti dalla repressione comunista. Almeno 110 furono fucilati e 140 finirono nel Gulag. Oltre la metà vennero deportati durante la guerra perché, anche se da tempo cittadini sovietici, provenivano da un paese nemico.

Molti che avevano fatto piccole fortune come agricoltori li avevano preceduti negli anni Trenta, durante l’epurazione dei kulaki. Ma le cifre dicono poco; dietro ogni numero c’è una storia. Antonio Pirz, emigrato prima negli Stati Uniti, era poi approdato in Crimea «incantato dal fascino del mito dell’Urss e delle conquiste del bolscevismo». Angela Juren, Natale Premoli, Giuseppe Venini avevano conosciuto le galere fasciste. Civalleri e Manservigi erano stati fra i protagonisti dell’occupazione delle fabbriche a Torino nel 1920. Canzi, Della Blada e Garzera erano semplici operai, mandati a Mosca dalla loro azienda, nel quadro di uno dei tanti accordi tra comunisti sovietici e fascisti italiani. I pochi sopravvissuti non hanno trovato orecchie disposte ad ascoltare le loro storie; e non pochi fra loro hanno preferito tacere, per non essere ulteriormente perseguitati in patria.

Qualcuno si ostina a credere che sia stata tutta colpa di Stalin, «i comunisti italiani furono diversi» (Paolo Mieli, Corriere della Sera, 2 ottobre 2003). Carnefici e vittime. I crimini del Pci in Unione Sovietica (Mondadori), ultima fatica di Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi – altri due storici che da tempo hanno dedicato le loro ricerche all’argomento – spazza ogni dubbio. Il Partito comunista d’Italia fu complice consapevole dei crimini staliniani.

Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del circolo degli emigrati italiani in Urss, rivendicò orgogliosamente davanti all’inquisitore – quando fu il suo turno di cadere in disgrazia – la propria attività delatoria: «Nel corso del mio lavoro, come capo del circolo degli emigrati politici, smascherai spesso dei trotzkisti e le loro conversazioni controrivoluzionarie-trotzkiste e varie volte scrissi note e relazioni sui loro interventi nelle riunioni degli emigrati politici italiani». I “trotzkisti”, naturalmente, altro non erano che buoni compagni, che ingenuamente avevano pensato che al circolo italiano si potesse dire che la Russia comunista non era proprio quel paradiso che veniva dipinto. Ma i loro discorsi venivano regolarmente annotati da Robotti e dal suo braccio destro Antonio Roasio, e spalancavano ai malcapitati le porte della Lubianka o del Gulag. Naturalmente, con l’autorevole avallo di Palmiro Togliatti: «Questo rapporto – spiega lo stesso Robotti – prima di giungere alla polizia politica sovietica, veniva presentato al compagno Togliatti. Il compagno Togliatti, se non aveva modo di ingerirsi per quel che riguardava le schede di Rosaio, era, teoricamente, nelle condizioni di poter bloccare le denunce che gli provenivano dal circolo».

Calunnie controrivoluzionarie? Anche Einaudi, baluardo dell’ortodossia, sembra arrendersi all’evidenza. Ha pubblicato nientemeno che la Storia del Gulag di Oleg Chlevnjuk. Il primo studio che racconta l’universo concentrazionario sovietico non dalla parte delle vittime ma da quella degli aguzzini, basandosi sui documenti ufficiali del regime. Sono gli archivi ufficiali che censiscono, nel solo biennio 1937-38, 1,6 milioni di arrestati. È da lì che escono le osservazioni del terribile procuratore capo Vishinskij: chiede la condanna di funzionari che «nei loro uffici uccidevano con la violenza fisica quelli che si ostinavano a non firmare i verbali preparati in anticipo. A un imputato ruppero il naso con un uncino di ferro e cavarono gli occhi., due cittadini furono uccisi a colpi di martello sulla testa.». Sono sempre i faldoni del Cremlino a restituire l’imperturbabile replica di Stalin: «Si sa che tutti i servizi segreti borghesi ricorrono alle pressioni fisiche nei confronti dei rappresentanti del proletariato socialista, e per giunta vi ricorrono nelle forme più atroci. Ci si domanda perché i servizi segreti socialisti debbano essere più umani rispetto agli spietati agenti della borghesia, ai nemici giurati della classe operaia e dei kholkoziani. Il CC ritiene che il metodo della pressione fisica debba essere assolutamente adottato anche in futuro. In quanto metodo giusto e opportuno» (telegramma, gennaio 1939).

SPARANDO E PUGNALANDO

Per buona misura, segnaliamo anche l’uscita de Il libro nero del comunismo europeo, sorta di appendice del celebre Libro nero del comunismo, dedicato ad alcuni paesi europei trattati in modo marginale nel primo volume. Non riguarda direttamente il nostro argomento; ma è un buon antidoto per chi si volesse aggrappare all’estrema illusione che il terrore sia una peculiarità della storia russa. Ddr, Estonia, Romania, Bulgaria, Grecia: dappertutto la stessa litania di denunce, campi di rieducazione, “liquidazioni”: «La liquidazione comporta l’annientamento fisico di individui e gruppi. Mezzi: si può uccidere sparando, pugnalando, dando fuoco, facendo saltare in aria, strangolando, picchiando a morte, avvelenando, soffocando».

(da Ne uccise più Stalin del Duce)

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