Ricordare…

156 – Avanguardia Operaia

Insieme al Movimento Studentesco e a Lotta Continua, Avanguardia Operaia è stata il terzo grande movimento che, nel decennio tra il 1968 e la metà degli anni ’70, ha attirato a sé tanti giovani e si è reso responsabile di tanti atti di violenza, in particolar modo a Milano.

Tra questi ricordiamo l’assassinio di Sergio Ramelli giovane militante del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del M.S.I.) e l’assalto al bar di Largo Porto di Classe di Milano.

Sorta nel 1968 ad opera di Silverio Corvisieri, Massimo Gorla, Silvana Barbieri, Luigi Bello, Stefano Semenzato, Luigi Vinci e altri, si presenta sulla scena politica con un opuscolo dal titolo “Per il rilancio di una politica di classe”, edito da Samonà e Savelli.

A proposito di questa casa editrice, che fu tra le più attive a pubblicare e diffondere le più infami opere di propaganda marxista-leninista di quegli anni, vi è da sottolineare come uno dei due titolari, Giulio Savelli sia in seguito divenuto uno dei più attivi organizzatori del movimento di Forza Italia a Milano.

È incredibile pensare come talune persone – non manovali della politica, ma uomini di pensiero e cultura, in questo caso addirittura di un editore! – riescano nel breve volgere di una vita a modificare tanto radicalmente le loro posizioni.

Tutto ciò mentre ad altre persone il breve volgere di una vita non è sufficiente ad esprimere neppure in parte l’amore e la passione che li lega ai propri ideali!

Ma torniamo ai nostri “avanguardisti”.

Come già abbiamo detto il delitto più grave di cui si macchiarono costoro fu l’omicidio di Sergio Ramelli.

In questo caso, seppure a distanza di anni, mandanti ed esecutori furono individuati, processati e condannati (anche se ora si trovano nuovamente in libertà ed hanno ripreso ad aggirarsi tra noi).

L’Ordinanza di rinvio a giudizio degli assassini è un lungo documento che ben sintetizza la storia e l’ambiente in cui maturò il delitto, senza tralasciare di descrivere altri gravi episodi addebitabili agli appartenenti ad Avanguardia Operaia e delle altre formazioni di estrema sinistra.

È un documento certo, non oppugnabile e sicuramente obiettivo, anche perché a redigerlo furono due giudici, Maurizio Grigo e Guido Salvini, non sospettabili di simpatie destrorse. Il secondo, addirittura, negli anni Settanta aveva militato nelle formazioni di estrema sinistra.

Lo riportiamo in versione quasi integrale, così come lo abbiamo desunto da un bel libro uscito nel 1997 per le edizioni Effedieffe: “Sergio Ramelli: una storia che fa ancora paura”. Ringraziamo gli autori Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, che certamente approveranno questa nostra diffusione su Internet di un documento tratto dalla loro opera.

Ordinanza di rinvio a giudizio per l’omicidio di Sergio Ramelli nei confronti di: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari, Claudio Colosio, Claudio Scazza, Franco Castelli, Antonio Belpiede e Brunella Colombelli.

  • Il 13 marzo 1975, verso le ore 13, Ramelli Sergio residente a Milano in Via Amadeo numero 40, stava appoggiando il motorino poco oltre l’angolo con via Paladini nei pressi della sua abitazione. Veniva aggredito da alcuni giovani armati di chiavi inglesi: il ragazzo, dopo aver tentato disperatamente di difendersi proteggendosi il capo con le mani ed urlando, veniva colpito più volte e lasciato a terra esanime. Alcuni passanti lo soccorrevano e veniva ricoverato al reparto Beretta del Policlinico per trauma cranico (più esattamente ampie fratture con affondamento di vasti frammenti), ferita lacero-contusa del cuoio capelluto con fuoriuscita di sostanza cerebrale e stato comatoso. Nelle settimane successive alternava a lunghi periodi di incoscienza brevi tratti di lucidità e decedeva il 29 aprile 1975.
  • In relazione ai motivi dell’aggressione si è potuto accertare:
  • che tali motivi erano da ricercarsi nel fatto che il Ramelli era un giovane di destra, già oggetto di pesanti e continue e continue intimidazioni all’Istituto Molinari, che egli frequentava quale studente, da parte di altri studenti della sinistra extraparlamentare soverchianti per numero all’interno dell’Istituto.
  • In particolare il Ramelli, già più volte prelevato a forza dalla sua classe e minacciato, era stato in data 13 gennaio 1975 circondato in strada da circa 80 studenti e costretto a cancellare con vernice bianca scritte fasciste apparse sui muri del Molinari.
  • Sempre a scuola, in occasione dello svolgimento di un tema avente ad oggetto le Brigate Rosse, il Ramelli aveva subito nuove intimidazioni ed una sorta di “processo politico”.
  • Negli ultimi giorni del gennaio 1975 Luigi Ramelli, fratello di Sergio, era stato aggredito in via Amadeo da due giovani armati di chiavi inglesi che forse lo avevano scambiato per Sergio.
  • Il 3 febbraio 1975, Ramelli Sergio, recatosi in Presidenza con il padre per presentare domanda di trasferimento in un’altra scuola, era stato oggetto di violenze ed intimidazioni, in quanto era stato costretto a passare nel corridoio della scuola fra due fila di studenti “avversari”, schierati in modo minaccioso; il Ramelli era stato colpito ed era svenuto, mentre lo stesso Preside ed i professori che avevano “scortato” il Ramelli e il padre verso l’uscita erano stati malmenati.
  • -Il 9 marzo 1975 Ramelli Sergio e il fratello Luigi, recatisi al Bar Tabacchi di viale Argonne, erano rimasti bloccati all’interno dell’esercizio per circa mezz’ora in quanto un gruppo di circa venti giovani con bandiere rosse li stava attendendo all’uscita con atteggiamento minaccioso. Costoro avevano poi desistito da eventuali atti di violenza quando un amico dei Ramelli, intervenendo con la propria autovettura, era riuscito a farli salire e ad accompagnarli a casa.

Dalle complessive indagini e deposizioni testimoniali assunte al tempo dei fatti emergeva il clima di costante prevaricazione che regnava al Molinari ad opera degli elementi della sinistra extra-parlamentare, nell’ambito dei quali Avanguardia Operaia aveva assoluta egemonia politica e numerica.

Anche un altro studente fra i pochissimi simpatizzanti di destra, tale Nai Claudio, era stato picchiato, espulso dall’Istituto e gli era stato intimato di non farsi più vedere a scuola.

Fra coloro che lo avevano più volte intimidito e minacciato erano stati notati elementi di spicco di Avanguardia Operaia della scuola e cioè De Vito, Di Puma e Crepaldi.

In data 28 aprile 1975 la Questura di Milano riferiva poi un episodio particolarmente odioso.

Quelle mattina (e cioè il giorno prima che l’agonia di Ramelli avesse termine) un gruppo di giovani si era portato sotto l’abitazione della famiglia Ramelli, staccandosi da un corteo, e aveva effettuato delle scritte e affisso un manifesto sul muro dell’edificio intimando al portinaio di non staccare il manifesto.

Scritte e manifesto contenevano gravi minacce nei confronti di Luigi Ramelli, intimandogli di sparire entro 48 ore e ricordandogli che il fratello era già stato picchiato.

Il manifesto veniva defisso dal personale della Questura di Milano avvisata dalla famiglia Ramelli.

In merito è opportuno ricordare che anche dalle successive fasi dell’istruttoria è emersa una sorta di persecuzione nei confronti della famiglia Ramelli, raggiunta prima e dopo la morte del ragazzo ed anche il giorno dei funerali da telefonate con cui venivano reiterate minacce a sfondo politico.

  • Non certo per infierire su tali imputati, ma piuttosto per delineare con chiarezza le responsabilità giuridiche e morali di chi facendo nascere, costruendo e dirigendo le strutture paramilitari di Avanguardia Operaia (e forse ancor più di altri gruppi) ha innescato e accelerato una sorta di guerra civile tra ragazzi legittimando e raccomandando la violenza come risposta alla violenza o, più spesso, facendo praticare il metodo della “rappresaglia preventiva”, va rilevato che:
  • nel novembre 1973, una domenica mattina, al termine di un “presidio antifascista” contro una riunione del MSI, che peraltro non aveva dato luogo ad alcun incidente ed era sorvegliata dalle forze dell’ordine, Di Domenico, Cavallari e il già citato Di Puma (compagno di scuola di Ramelli) vengono arrestati in zona Città Studi perché trovati in possesso di tre chiavi inglesi di notevoli dimensioni.

Gli stessi sono reduci dal luogo (piazza Piola) ove poco prima un gruppo di una ventina di persone del servizio d’ordine, di ritorno dal “presidio”, ha brutalmente aggredito e ferito seriamente due persone (tali Mazzotti e Coluccini) “colpevoli” una di aver acquistato un quotidiano di destra e l’altra di essere intervenuta a difesa dell’amico.

Nonostante le macchie di sangue presenti sui pantaloni del Di Domenico (il quale, da esperto in materia, teneva la chiave inglese appesa alla cintura con un gancio) i tre, cosa non infrequente all’epoca, vengono fortunosamente assolti e quale dichiarazione finale, al termine del dibattimento, chiedono addirittura la restituzione delle chiavi inglesi.

La verità sull’episodio emergerà solo nel corso del presente procedimento.

Di Domenico, componente già allora della squadra di Agraria, una delle più attive, prese effettivamente parte all’aggressione, mentre Di Puma e Cavallari, che pure facevano parte del gruppo del servizio d’ordine che rientrava debitamente “attrezzato” dal presidio, si trovavano in posizione più arretrata.

Cavallari ha anche spontaneamente ricordato la storiella che effettivamente il Di Domenico aveva raccontato ai magistrati per giustificare la presenza di macchie di sangue sui pantaloni al momento dell’arresto, sangue che secondo tale imputato sarebbe fantasiosamente derivato dall’abitudine di mangiarsi la pelle intorno alle unghie.

  • Un mese e mezzo prima dell’aggressione a Ramelli Grassi (altro compagno di scuola di Ramelli, responsabile di aver fornito le foto segnaletiche e di aver predisposto l’aggressione a Sergio n.d.r.) e Di Domenico in funzione di organizzatori, Cavallari e uno studente di A.O. rimasto sconosciuto come aggressori materiali, nonché Costa e qualche altro pure rimasto sconosciuto con funzioni di copertura, aggrediscono uno studente simpatizzante di destra dinanzi alla facoltà di Agraria con chiavi inglesi e senza tuttavia colpirlo gravemente.

Anche tale episodio si situa nella campagna del cosiddetto “antifascismo militante” e cioè l’aspetto direttamente operativo delle iniziative pubbliche per l'”M.S.I. fuorilegge” patrocinate da Avanguardia Operaia, Lotta Continua e Movimento Studentesco.

Alcuni degli imputati (Di Domenico, Costa, Ferrari Bravo, Colosio, probabilmente Costantini) partecipano con diverse funzioni un anno dopo all’irruzione al Bar Porto di Classe (31 marzo 1976), che rappresenta un altro esempio, caratterizzato da una tecnica “militare” ormai perfezionata, di aggressione fisica indiscriminata a persone, anche giovanissime, ritenuta “fasciste”, con la reiterazione di colpi di chiavi inglesi sul capo.

Non è questa la sede per approfondire il problema, ma non può essere dimenticato che nell’abbaino di viale Bligny, vero archivio logistico della “struttura” di Avanguardia Operaia e delle strutture successive, è stata rinvenuta una mole impressionante di materiale. A carattere solo conoscitivo: oltre a materiale specificamente eversivo (il cui significato merita ulteriore approfondimento) sono state infatti trovate migliaia di schede, fotografie con ingrandimenti e studi di particolari, annotazioni dovute ad appostamenti con studio di abitudini e indicazioni di targhe, descrizioni di bar e locali pubblici, nonché di sedi politiche con tanto di piantina degli interni, agendine, tessere di partito, documenti di identità provento di numerose aggressioni anche con conseguenze molto gravi ai danni di giovani di destra.

E ancora: documentazione riservata sia di provenienza delle forze armate dello Stato, sia di uffici giudiziari, nonché indicazioni di appartenenti alle forze di polizia e su forze politiche oggetto in quel periodo di atti di intimidazione, quali gruppi rivali nella stessa estrema sinistra e gruppi cattolici.

  • Particolarmente inquietanti e sintomo del clima che si era creato non solo delle Università ma anche nelle scuole medie superiori, sono i resoconti, piuttosto numerosi, di “processi politici” cui erano stati sottoposti nei vari Istituti gli studenti sospettati di simpatizzare per la destra, con il consueto corteo di sottrazione di agendine e documenti personali al termine di aggressioni e a scopo sia ulteriormente intimidatorio sia di ulteriore “indagine”, minacce di varia natura e sovente espulsioni a forza dall’Istituto.

Episodi cioè simili a quelli subiti prima dell’aggressione sotto casa da Ramelli ed, è doveroso dirlo, svoltisi in un clima di omertà generale (i pochi docenti che prendevano le difese degli “accusati” venivano subito tacciati di essere “fascisti” anch’essi) e di assoluta inerzia delle forze di polizia.

Che del resto il clima promosso dai vari gruppi estremisti non fosse esattamente quello del libero scambio delle idee risulta d’altra parte chiaro non solo da aggressioni a singoli, ma anche dalla pretesa di imporre comunque le proprie scelte alle altre forze politiche, di qualsiasi tendenza, con la forza.

Così a Città Studi, come altrove, si organizza il “boicottaggio” delle prime elezioni studentesche universitarie, approntando un presidio con tanto di chiavi inglesi onde dissuadere chi intenda votare dal farlo.

Specificamente per quanto concerne Città Studi la stessa designazione della squadra di Medicina per l’aggressione a Ramelli viene spiegata da tutti i suoi componenti con il fatto che questa squadra non si era ancora cimentata in qualche azione: ciò significa che le altre squadre, in particolare quelle di Agraria e Fisica, oltre ai compiti di vigilanza ed autodifesa, avevano già dato dimostrazione di capacità nel concretizzare il discorso dell'”antifascismo militante”.

La scelta dell’aggressione all’avversario politico nel 1975 come nel 1976 non suscita alcun dissenso di principio nei membri della squadra o alcun dibattito interno.

Si dà infatti per pacifico che chi accetta di partecipare al servizio d’ordine ha, come militante, l’imperativo di non sottrarsi all’uso, anche gratuito e comunque non certo difensivo, della violenza contro le persone. Tale modo di pensare, che oggi può apparire incomprensibile, va collocato indubbiamente nel contesto ideologico dell’epoca e nella profonda e quasi ossessiva opera di diseducazione ai valori della convivenza civile (e quindi della tolleranza e del rispetto per il “diverso”) promossa dai dirigenti e dai leader carismatici delle varie organizzazioni dell’estrema sinistra.

  • Tale sorta di martellamento genera una disponibilità alla violenza tutta “ideologica” e cioè la demonizzazione dell’avversario politico (nella realtà oltretutto scarsamente presente) sganciata da qualsiasi esperienza o presa di coscienza personale (tanto che nessuno degli imputati, ad esempio, “risponde” effettivamente ad una violenza, poiché in precedenza non ne ha subita alcuna).

Basta leggere il modesto campionario degli articoli del “Quotidiano dei Lavoratori” acquisiti agli atti dedicati alla campagna per l’MSI fuorilegge e all”antifascismo militante” per rendersi conto di come fosse ossessivo il richiamo alla necessità dell’uso della violenza, di come fosse costante la indicazione della superiorità di una sorta di “giustizia privata” rispetto all’intervento giudiziario e delle istituzioni (dipinte sempre e solo come conniventi con gruppi violenti di destra e protagoniste ed impegnate solo in “provocazioni” contro compagni) e di come, pur in assenza di aperte rivendicazioni, fosse presente l’ammiccamento e il compiacimento ogni qualvolta un avversario politico “scivolasse” rompendosi la testa o una sede, un’abitazione o un locale pubblico frequentato da persone di opposta tendenza politica andasse a fuoco o saltasse in aria.

D’altro canto, scendendo su un piano per così dire pratico è stato acquisito agli atti, su richiesta proprio di un difensore, un campione di circa 150 episodi fra le centinaia di aggressioni avvenute a Milano nel periodo 1972 – 1975. È sufficiente sfogliare qualcuno dei rapporti giudiziari (e purtroppo qualcuna delle cartelle cliniche) per rendersi conto di come un’intera pagina della storia della nostra città sia stata dimenticata e rimossa.

  • Tutte le aggressioni da parte dei gruppi di estrema sinistra sono caratterizzate dalla medesima “ritualità” e cioè il circondare in gruppo la vittima isolata e presa di sorpresa e calarle più volte sulla testa grosse chiavi inglesi.

L’esito di numerose aggressioni (precedenti o coeve all’episodio Ramelli) è a dir poco drammatico in quanto la vittima, lasciata esanime con fratture al capo e spesso in altre parti del corpo, riporta lesioni gravissime e sovente con conseguenze permanenti.

Emerge certamente dagli atti del presente procedimento come la maggior parte di tali aggressioni non sia attribuibile ad Avanguardia Operaia, ma piuttosto all'”efficiente” servizio d’ordine del Movimento Studentesco, seguito poi dai famigerati CAF (Comitati Anti Fascisti) e a quello di Lotta Continua (molti dei cui militanti, non a caso, passeranno in blocco alle varie formazioni armate), organizzazioni queste che, insieme ad Avanguardia Operaia, gestivano a Milano la campagna dell'”antifascismo militante”.

Non può tuttavia essere taciuto come gli attuali imputati abbiano quantomeno sottovalutato la portata della loro scelta e entrando a far parte, proprio in quel momento storico, di un servizio d’ordine e abbiano comunque accettato con leggerezza i possibili esiti traumatici (quantomeno come cooperazione al cagionamento di lesioni gravissime e dolorose) che tale militanza poteva comportare.

Essi infatti, ben attenti certamente alla vita politica della città, non potevano non sapere, anche solo attraverso la lettura della cronaca quotidiana, quale tipo di “impegno” finiva per essere loro richiesto.

Nessuno degli aggressori di Ramelli si sognò di chiedere maggiori spiegazioni sulla persona che essi si accingevano ad aggredire, fra l’altro un perfetto sconosciuto, tanto da rendersi necessario visionare una fotografia per individuarlo e non rischiare di scambiarlo con qualcun altro.

Perdipiù non solo era sconosciuta la vittima, ma nessuno degli imputati era stato fisicamente aggredito o anche solo minacciato da persone di destra della zona, per cui quanto essi si accingevano strumentalmente a compiere costituiva più che una scelta razionale un autentico atto gratuito.

Ed è proprio questo il punto.

Si nota da parte degli imputati che hanno ammesso in tutto e in parte le loro responsabilità obiettive, al di là di lacune o reticenze sempre possibili, la difficoltà di spiegare, prima di tutto a se stessi, perché persone estranee sostanzialmente ad una pratica di violenza contro le persone e perdipiù studenti universitari, intellettualmente preparati, si siano trovati in otto, nove, o più, il 13 marzo 1975 alle ore 13.00 sotto l’abitazione di uno sconosciuto ragazzo di 18 anni, ad aspettarlo in un pacifico rientro a casa e a percuoterlo ripetutamente sul capo fino a sfondargli il cranio. Perché alcuni di essi, insieme a cinquanta o più compagni, si ritrovino un anno dopo quel tragico giorno a distruggere un bar a gestione familiare e a picchiare con analoga modalità tutti gli avventori che capitavano a tiro.

Nessuno ha saputo spiegare perché, nell’un caso e nell’altro, i fatti non siano avvenuti a caldo, magari dopo zuffe o battibecchi tra studenti sempre e dovunque perfettamente possibili, ma invece a danno di persone sconosciute e con preparazione e stile perfettamente militari. Nessuno ha saputo spiegare perché, nell’un caso e nell’altro, le vittime della “lezione” non siano state semplicemente prese a sberle…

  • Il lancio della campagna dell'”antifascismo militante” soddisfa anche un’esigenza di carattere, per così dire, psicologico. Da anni sono attive squadre di servizio d’ordine (prevalentemente del Movimento Studentesco) allenate ed affiatate. Venuta meno la conflittualità con le forze dell’ordine durante le manifestazioni di piazza, il noto spirito di conservazione e di autoriproduzione delle strutture “militari” in senso ampio, rende difficile scioglierle: va quindi benissimo, per mantenerle in vita, la caccia al giovane di destra, peraltro già inaugurata con buoni risultati negli anni precedenti.

Quale sia stato il livello di aggressività e di organizzazione dei vari servizi d’ordine intorno al 1975 è facilmente desumibile dai fatti avvenuti attorno alla sede del MSI di via Mancini il 17 aprile 1975; dopo aver già colpito una decina di obiettivi tutte le squadre convergono su via Mancini, travolgendo la colonna di polizia posta a difesa della sede (si conteranno una ventina di feriti tra i militari) e distruggendone completamente gli automezzi.

Le fotografie sequestrate nel corso del procedimento (e peraltro già pubblicate da vari giornali), che raffigurano l’attacco dei servizi d’ordine di Lotta Continua ed Avanguardia Operaia, ben raffigurano il livello di organizzazione raggiunto.

Ovviamente tale campagna gode del costante appoggio dei quotidiani delle varie organizzazioni, in cui vengono esaltate le azioni più significative.

Con l’emergere delle formazioni terroristiche (in cui confluiranno tanti militanti di servizio d’ordine, in particolare di Lotta Continua) finisce l'”antifascismo militante”. Solo nella nostra città lascia sul terreno almeno un morto e decine di persone lese in modo gravissimo, centinaia di persone aggredite ed umiliate.

Lo stesso Enrico Galmozzi, già militante di Lotta Continua e poi di Prima Linea, condannato per l’uccisione del consigliere missino Pedenovi, dissociato ma non pentito, ricorderà nel corso della sua difesa in dibattimento che nel 1975/76 a Milano “anche chi non aveva pistole, tentava di ammazzarli (i fascisti) con le chiavi inglesi e a volte ci riusciva … era quasi una pratica comune. Quando non venivano ammazzati … c’è gente che è rimasta sulla carrozzina”.

  • L’ordinamento costituzionale ha fra i suoi principi fondamentali quello della libera espressione e propaganda delle diverse idee e posizioni politiche, e la concreta estrinsecazione di ciò si configura nella possibilità di tutti i partiti, in piena libertà, di concorrere su un piano di parità alle competizioni elettorali e di essere presenti nei vari organismi rappresentativi.

Come spiegato, la campagna nell’ambito della quale sono stati commessi i fatti ascritti agli imputati, aveva come obiettivo specifico la concreta eliminazione dal gioco politico di un partito, l’impedimento dell’attività politica e l’intimidazione nei confronti di chi ne propagandava le idee, l’attacco ai comizi, la distruzione delle sedi, l’espulsione dagli organismi rappresentativi, tutto ciò coniugando iniziative legali e pubbliche con azioni violente ed illegali.

Non è quindi fuori luogo ritenere che in tal modo, anche al di là di una precisa coscienza dei singoli falsata da fattori emotivi, si realizzasse un obiettivo attacco all’ordinamento costituzionale, il cui corretto funzionamento viene a cessare nel momento in cui, in un certo luogo, cessa o si cerca di far venire meno il principio della pari dignità delle forze politiche e dei suoi esponenti.

  • A prescindere dalle responsabilità dei singoli militanti, soprattutto subalterni, che hanno compiuto singole azioni, probabilmente senza essere pienamente consapevoli del quadro complessivo, è certo che Avanguardia Operaia si sia impegnata in tale campagna, utilizzando il suo servizio d’ordine ed approntando un vasto ed articolato lavoro di schedatura ed informazione centralizzato poi a livelli ristretti ed ignoti ai singoli militanti.

Il momento centrale di tale impegno coincide col 1974; in quell’epoca Avanguardia Operaia aveva un servizio d’ordine ancora molto informale, tanto che, come riferito da moltissimi imputati, non era stato in grado di difendersi da gruppi rivali della nuova sinistra e molti militanti di A.O. erano stati feriti in piazza Fontana a Milano durante un’aggressione del più organizzato Movimento Studentesco.

Dopo tali fatti, sia in generale sia a Città Studi, il servizio d’ordine si ristruttura e, venute meno le contese con gruppi rivali, partecipa alla campagna “antifascista”, accelerando nel contempo il lavoro di schedatura ed aumentando le proprie capacità di intervento.

Di tale lavoro è rimasta traccia indelebile (…) in viale Bligny (…) È sufficiente una lettura del verbale di sequestro per rendersi conto della capillarità e metodicità del lavoro e dell’individuazione, in innumerevoli schede ed appunti, di persone, sedi e bar come possibili obiettivi.

È un lavoro strettamente collegato a quanto poi si sarebbe effettivamente realizzato, anche con riferimento agli episodi direttamente oggetto del presente procedimento e all’ambiente in cui sono avvenuti. Infatti:

  • si rinvengono numerose fotografie dei funerali di Sergio Ramelli con ingrandimenti delle persone presenti;
  • si rinvengono schede e indicazioni su amici di Ramelli, cui era stata sottratta l’agendina e sulle perquisizioni ai danni di studenti di destra del Molinari ad opera di amici degli “schedatori”;
  • si rinvengono indicazioni sul bar Porto di Classe e sui suoi frequentatori.

È evidente allora, e ben lo sanno i dirigenti del servizio d’ordine del tempo, che quanto avveniva non avveniva a caso, ma faceva parte di una indicazione politica generale e preordinata.

Non è un caso che proprio al Politecnico, nell’armadietto di Franco Donati, responsabile del servizio d’ordine di Città Studi prima di Grassi e di Di Domenico, siano state trovate schedature e documentazioni analoghe a quelle che saranno poi rinvenute in viale Bligny e costituenti certamente un frammento di tale documentazione complessiva.

Ciò è un’ulteriore conferma del fatto che erano proprio i dirigenti del servizio d’ordine ad avere una visione complessiva e a gestire le varie iniziative.

  • Ma la conferma più chiara della programmazione dall’alto dei vari “interventi” deriva dagli atti del procedimento contro Sorrentino Giuseppe, Campi Aurelio ed altri, acquisiti in originale al presente procedimento.

Nell’ambito di tale procedimento, a seguito del rinvenimento di documenti a Firenze e a Milano alcuni esponenti di A.O. fra cui Sorrentino Giuseppe, responsabile della sede centrale di via Vetere a Milano, furono imputati di associazione sovversiva e successivamente prosciolti in istruttoria.

Non essendo tuttavia dubbia l’attribuibilità del materiale rinvenuto all’organizzazione e ai suoi esponenti, tali documenti costituiscono un dato storico di cui è possibile l’interpretazione in realtà solo oggi, alla luce di quanto emerso nel presente procedimento.

Infatti il 26 febbraio 1974 a Firenze, nell’autovettura di un militante di rilievo di A.O. vengono rinvenuti, oltre a documenti personali, due stampati uno dei quali di 25 fogli complessivi intitolato “Note per la formazione di unità operative plotoni” e uno di 11 fogli, riservato ai dirigenti delle sezioni e ai componenti del centro nazionale relativo alle “Indicazioni per le misure di vigilanza ordinaria da applicare immediatamente e in permanenza” e alle “Norme e misure da adottare tassativamente in caso di azione clandestina totale”.

Se il secondo documento è di scarso rilievo riferendosi certamente al comportamento necessario in caso di un colpo di stato (ed essendo quindi caratterizzato in termini esclusivamente difensivi), il primo documento è invece di estremo interesse in quanto concerne esclusivamente le indicazioni per la riorganizzazione del servizio d’ordine denominato appunto “unità operativa plotone”.

In sintesi, e rimandando al documento per una attenta lettura, si danno indicazioni in merito a come l’unità operativa deve affrontare le forze dell’ordine, e cioè facendo riferimento sempre al responsabile o al vice-responsabile del servizio d’ordine, usando tattiche di cuneo e avvolgimento sprangando senza uccidere (perché un poliziotto è pur sempre qualcosa di diverso da un fascista), attaccando le jeep con bottiglie incendiarie e raccomandando che il responsabile sia durante lo scontro sempre sulla linea della prima fila.

Passando ai fascisti si spiega che se tra di loro “scappa il morto non è poi così grave come se il morto fosse un poliziotto”, che è necessario isolarli per colpire meglio “battendo con estrema ferocia e cattiveria” grazie ad un esercizio continuo e che uno degli obiettivi principali è l’attacco a punti di ritrovo di fascisti come bar.

In questi ultimi casi l’attacco può essere all’esterno o all’interno, è necessaria la divisione in più nuclei, bisogna essere molto coordinati nel colpire, molto mobili e rapidi, studiare le vie di fuga, lavarsi da eventuali macchie di sangue e lasciare le chiavi inglesi in tombini dopo l’azione in caso di necessità.

Nel caso di cattura di fascisti isolati prima devono essere sottratti i documenti e poi devono essere colpiti. Anche in questo caso il responsabile deve essere presente per evitare confusione.

Si danno poi spiegazioni, anche con disegni, sulla formazione del plotone, sulla sua dotazione (bulloni, chiavi inglesi, molotov), sulla presenza di staffette, fotografi e servizi d’infermeria.

Si tratta il problema dell’allenamento fisico, necessario per imparare a muoversi, correre e sprangare.

Si parla delle staffette che devono conoscere il territorio e gli spostamenti dell’avversario e tenere i rapporti fra il responsabile del singolo plotone e il responsabile centrale.

Si parla poi delle caratteristiche politiche e psicofisiche dei compagni, specificando ad esempio che l’abbigliamento deve essere curato con una certa attenzione per non essere notati e che in particolare le staffette non devono essere identificabili.

Nella seconda parte si affronta il problema di una eventuale azione politica clandestina, raccomandando in particolare la riservatezza e il rispetto della centralizzazione dell’organizzazione.

  • Un documento di tale genere è frutto certamente di una elaborazione e discussione ai livelli più alti dell’organizzazione in quel periodo.

Ne è conferma il fatto che il mese successivo, ed esattamente il 15 marzo 1974, nella sede centrale di A.O. in via Vetere 3 a Milano, oltre a documentazione riservata delle forze armate, viene sequestrato un quaderno tipo mini-pocket in cui, oltre ad appunti in merito a riunioni, attacchinaggi e sottoscrizioni, vi sono sei facciate fitte di appunti scritti a mano.

In tali appunti sono annotati i medesimi concetti riportati più ampiamente nel documento sequestrato a Firenze e concernenti i medesimi argomenti: opportunità di muoversi in squadre coordinate da un responsabile, uso di staffette per seguire gli spostamenti della polizia o avvistare i fascisti, modalità di attacco alle jeep (in particolare la prima della colonna) del tutto identici a quelli più ampiamente spiegati nel documento, servizio di infermeria e così via.

Anche in tali appunti (oltre ad indicare l’uso della chiave inglese 36) si raccomanda che il poliziotto isolato deve essere picchiato ma non “steso”, mentre i fascisti devono essere “stesi”.

Le indicazioni contenute nel documento (che certamente circola fra pochi e viene spiegato a voce ai militanti nei suoi contenuti essenziali) si realizzano integralmente e tutte emergono con chiarezza nel corso del presente procedimento: la struttura centralizzata, i responsabili, le squadre, la dotazione, le staffette, l’allenamento, l’abbigliamento necessario e così via.

Si realizzano, con matematica precisione, gli assalti ai bar (l’irruzione al bar Porto di Classe avviene con le precise modalità indicate nel documento sulle unità operative plotoni) e si realizza purtroppo lo sprangamento a morte dell’avversario politico, evento che, come profeticamente osservato, non deve destare molte preoccupazioni.

  • Dalle prime indagini risultava:
  • che due erano gli aggressori che avevano picchiato con tubi di ferro (più esattamente, come poi emerso, chiavi inglesi) il Ramelli
  • che una delle due persone aveva una sciarpa bianca
  • che si trattava di due ragazzi giovani, sui 18 – 20 anni
  • che gli aggressori, in tutto otto o dieci, dopo aver lasciato a terra il Ramelli, si erano diretti a piedi verso via Arnò, in direzione di Largo Murani.

Essi sono stati inseguiti per un lungo tratto da un coraggioso passante, De Martini Ernesto, il quale li aveva persi di vista solo in via Venezia, in Città Studi.

Sul marciapiede ove il Ramelli era stato colpito, all’altezza di via Paladini numero 15, era rimasta una larga chiazza di sangue.

  • Dalle dichiarazioni sostanzialmente concordi degli imputati (…) si può così riassumere lo svolgimento dei fatti:
  • nel corso del 1974 il servizio d’ordine di A.O. sino ad allora piuttosto debole, si era ristrutturato promuovendo altresì sul piano operativo, unitamente ai più cospicui servizi d’ordine degli altri gruppi, la campagna dell'”antifascismo militante” (in altri termini l’aggressione, ovunque fosse possibile, delle persone aderenti o simpatizzanti per la destra politica e la distruzione delle sedi e dei ritrovi da esse presuntivamente frequentate).

Tali aggressioni erano per lo più precedute da scritte o cartelli minacciosi nei vari quartieri e da intimidazioni o espulsioni dalle scuole frequentate dalle persone individuate.

La struttura più forte del servizio d’ordine di A.O. (divisa in zone territoriali e coordinata a livello cittadino) era costituita dalle squadre di Città Studi, zona ove la presenza politica dell’organizzazione era tradizionalmente più cospicua, al contrario delle facoltà umanistiche ove predominava il Movimento Studentesco.

A Città Studi esisteva una squadra di servizio d’ordine ad Agraria, attiva e numerosa, una squadra a Fisica, una squadra a Medicina e una squadra più modesta ad Ingegneria.

A partire dall’autunno 1974 la squadra di Medicina si era rafforzata dandosi una struttura stabile di dieci elementi, ma non aveva che scarsa o nulla esperienza come tale in materia di “antifascismo”.

Tale squadra era composta da Cavallari (che ne era responsabile), Costa (che stava subentrando a Cavallari proprio nei giorni dell’aggressione a Ramelli), Ferrari Bravo, Castelli, Montinari, Scazza, Costantino, Belpiede e Cremonese.

Sergio Ramelli era conosciuto nella zona e all’Istituto Molinari come “fascista” (e per tale motivo costretto ad abbandonare l’Istituto) e gli erano attribuiti fatti di violenza (di cui peraltro non vi è alcuna prova né nei rapporti di polizia, né nelle dichiarazioni degli imputati) nei confronti di avversari politici e anche furti di motorini ai danni dei “compagni” (ugualmente mai specificati).

  • Dell’azione contro Ramelli si comincia a parlare un paio di settimane prima del 13 marzo 1975. Roberto Grassi, già studente del Molinari, conoscente personale del Ramelli e personaggio molto rilevante in Avanguardia Operaia ed in particolare nel servizio d’ordine, comunica a Costa che incaricata dell’azione è la nuova e non ancora sperimentata squadra di Medicina.

È invece il Di Domenico a comunicare a Cavallari (il quale è ancora responsabile della squadra di Medicina, anche se tale responsabilità sta per passare a Costa) la decisione di incaricare la squadra di Medicina di “andare a menare un fascio”.

Cavallari chiede tuttavia, e ottiene, dal Di Domenico di essere esentato.

Ciò sia in quanto proprio con il Di Domenico e un altro studente di A.O. (il già citato Di Puma Roberto del Molinari) era stato arrestato in zona per un’aggressione contro due simpatizzanti di destra alla fine del 1973, sia in quanto poco tempo prima, a Città Studi dinanzi alla facoltà di Agraria, con altri e su indicazione del Di Domenico, aveva aggredito con una chiave inglese uno studente universitario di destra, ma nel corso di tale azione si era dimostrato poco idoneo lasciandosi prendere dal panico.

Di Domenico, che è ben al corrente di entrambi gli episodi e del loro esito, dà il suo assenso alla richiesta di Cavallari di essere esentato.

Nei giorni precedenti l’azione tutti i membri della squadra di Medicina vengono informati su iniziativa di Costa, Grassi e nell’ambito di riunioni e discussioni informali delle squadre di Medicina.

Tutti i membri della squadra, pur senza entusiasmo, danno il loro consenso all’azione in ossequio ai principi vigenti all’interno del servizio d’ordine.

Si può aggiungere che un rifiuto del resto apparirebbe comprensibile solo leggendo la vicenda con gli occhi di oggi. Infatti è sufficiente sfogliare i quotidiani dell’epoca per rendersi conto che, in piena campagna di “antifascismo militante” con aggressioni a giovani di destra quasi giornaliere, un rifiuto avrebbe significato autoescludersi dal servizio d’ordine e mancare di “solidarietà” verso l’organizzazione che aveva ammesso nel servizio d’ordine proprio i compagni politicamente più “coscienti”.

Grassi fornisce alla squadra una fotografia di Ramelli dato che il giovane era totalmente sconosciuto: la fotografia è quella che ritrae il Ramelli quasi certamente durante l’episodio del 13 gennaio 1975 mentre viene costretto a cancellare le scritte fasciste sui muri del Molinari con un pennello in mano.

Tutti, o comunque la maggior parte dei membri della squadra, si recano a vedere il luogo ove Ramelli è solito posteggiare il motorino (via Paladini, poco oltre l’incrocio con via Amadeo) e a prendere confidenza con la zona.

Viene stabilito un giorno per l’aggressione e tutta la squadra viene convocata: resta escluso Francesco Cremonese che in quei giorni ha un’influenza; resta escluso dalla spedizione anche il Cavallari per i motivi già citati, che peraltro non vengono contestati dai compagni.

Il compito di caposquadra per quel giorno viene assunto da Costa: è il più giovane della squadra essendo matricola, ma milita da diverso tempo in Avanguardia Operaia.

Come caposquadra Costa ha il compito di aggredire il Ramelli affiancato da Ferrari Bravo, più vecchio e persona che appare “pacata”.

Il gruppo, con la presenza di Grassi alla partenza, si ritrova all’ora stabilita presso il nuovo settore didattico in via Celoria, ove vengono distribuite, quasi certamente fra tutti, le chiavi inglesi ed alcuni tondini, cioè sbarre di ferro.

Il compito di quelli che non dovranno aggredire materialmente Ramelli è quello di copertura, cioè l’attestarsi presso tutti gli angoli dell’incrocio tra via Amadeo, via Paladini, via Arnò al fine di segnalare l’eventuale presenza di forze dell’ordine, contrastare una eventuale presenza di amici del Ramelli o di passanti e di impedire che il ragazzo, fuggendo in direzione dell’incrocio molto frequentato, possa sottrarsi alla “lezione”.

Molto probabilmente staffette rimaste sconosciute segnalano il momento in cui Ramelli si appresta a tornare verso casa dal bar che è solito frequentare o quantomeno ne segnalano la presenza quel giorno poco prima dell’ora di pranzo, consentendo di individuare, in un margine di pochi minuti, l’ora del rientro a casa e quindi consentendo di evitare che una sosta troppo prolungata del gruppo nei pressi dell’incrocio possa destare sospetti.

Al momento dell’aggressione, mentre il ragazzo sta per agganciare il motorino ad un palo di via Paladini posto contro il muro, vengono usate chiavi inglesi di tipo non precisato ma certamente di notevoli dimensioni.

Forse al Costa ed al Ferrari Bravo, da ultimo, quale picchiatore, si aggiunge Costantino, ma la circostanza rimane improbabile sia per la conformazione dei luoghi (vi è una certa distanza fra l’angolo presso cui si trova Costantino e lo stretto punto del marciapiede in cui viene colpito Ramelli), sia perché smentita dai testimoni oculari che hanno modo di notare, da punti diversi, le fasi essenziali dell’aggressione dai primi colpi sino alla fuga di due persone da via Paladini.

Tutto il gruppo rientra a Città Studi, ove vengono pulite e riposte le chiavi inglesi, dotazione della squadra.

(da da Osservatorio sui delitti del comunismo in Italia – Avanguardia operaia)

A leggere sembra la descrizione di un crimine dei partigiani rossi.

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