Ricordare…

022 – Ricordi di un avvocato (segue)

Veniamo ora al secondo gruppo di delitti commessi per lucro, per lussuria, o peggio, e poi spacciati per delitti “in lotta contro il fascismo“.

Uno dei processi più angoscianti fu quello discusso avanti la Corte di Assise di Macerata — alla quale era stato rimesso per legittimo sospetto — a carico di tale Francesco Zagni, brigadiere alla polizia partigiana di Modena. Era imputato di omicidio premeditato in persona di Anna Maria Bacchi, massacrata a Villa Freto di Modena la mattina del 6 aprile 1945: la donna era stata uccisa da tre persone che avevano avuto l’ordine di eliminarla perché “spia fascista“.

La difesa degli assassini era assunta in prima persona da «l’Unità» che, quando furono emessi i provvedimenti di cattura, pubblicò, il 5 febbraio 1949, un articolo dal titolo: Vivissimo sdegno a Modena per il nuovo oltraggio alla Resistenza. E, nel testo: “La Questura non può ignorare che i partigiani arrestati giustiziarono dei rastrellatori e delle spie fasciste e che l’esecuzione venne disposta dal Comando Cln“.
Naturalmente, i tre esecutori — i partigiani comunisti Cesare Cavalcanti, Giancarlo Zagni ed Enzo Leopardi — furono assolti in istruttoria perché dimostrarono che avevano eseguito un ordine scritto, impartito da Francesco Zagni, loro capo, che — a quanto si diceva — a sua volta l’aveva ricevuto dal Comando Piazza di Modena.

Avendo ricevuto il mandato dalla madre della vittima, mi costituii parte civile e indussi i vari testi, tra cui lo stesso comandante del Comando Piazza di Modena, il quale dichiarò al dibattimento che Anna Maria Bacchi era stata sempre estranea a qualunque attività politica: sul punto non potevano sussistere dubbi. Ma, meglio di me, parla la sentenza emessa il 18 luglio 1952:

Il mattino del 6 aprile 1945, la giovane ventiseienne Bacchi Anna Maria, detta “Niny”, laureanda in farmacia e abitante in Modena, Via della Pace n. 85, mentre insieme ai propri familiari ritornava a casa da una cerimonia religiosa di commemorazione del padre defunto, venne avvicinata da alcuni giovani i quali le riferirono che suo fratello, Ufficiale nella guardia nazionale repubblicana, era stato nella notte rastrellato ed aveva urgente bisogno di parlarle.
La giovane non ebbe esitazione: salita per qualche minuto in casa per lasciare il libro da messa e la corona, seguì gli sconosciuti, uno dei quali la prese sulla canna della propria bicicletta. Da allora non fece più ritorno a casa. (pp. 3-4) [Anna Maria era stata infatti portata sul greto del fiume Secchia dove era stata uccisa con un colpo alla nuca e poi sepolta in una buca profonda]

Al dibattimento è stata prodotta dal difensore delle parti civili la copia di un numero di altro foglio, intitolato: “Solidarietà Democratica”, apparso durante la celebrazione del processo e che reca un articolo sul caso Bacchi, dal titolo “Un processo che non si doveva fare”.

Vi si legge: “La cosiddetta vittima, la studentessa Anna Maria Bacchi, sorella del noto criminale repubblichino dell’Ufficio politico dell’Accademia di Modena, Gianfranco Bacchi, venne segnalata dai comandi partigiani come spia pericolosa”. (p. 29)
Disse infatti il Cavalcanti che la Bacchi, prima di morire, gli confessò che aveva fatto la spia “in un momento di debolezza”. Questa era, dunque, la linea difensiva evidente e in ciò il Cavalcanti mentì sfacciatamente, giacché la giovane non poteva fargli la pretesa confessione non avendo mai fatto la spia, come diffusamente e luminosamente si dimostrerà in seguito. (pp. 15-16)

I commenti sono assolutamente superflui. Basta solo richiamare le risultanze processuali che, come si è visto, hanno stabilito che “la pericolosa spia” era una ottima giovane che di politica non si era mai interessata, sconosciuta alle autorità politiche della Resistenza e ai Comandi partigiani e che il “noto criminale repubblichino” era un giovane che, nel 1945, appena ventunenne, assolveva ai suoi obblighi militari prestando servizio presso l’Accademia di Modena”. (p. 30)

Di fronte a queste chiare e precise risultanze, tanto chiare e tanto precise che ogni commento appare superfluo, ogni dubbio sarebbe del tutto ingiustificato; né il Comitato di Liberazione, né il Comando Piazza, né i Comandi partigiani responsabili impartirono l’ordine della soppressione della povera Bacchi; nessun movente politico potè determinare la turpe azione dello Zagni, che macchiando e disonorando le autentiche glorie della Resistenza, si valse della carica che allora ricopriva per armare la mano di sicari ignari e stroncare una giovane esistenza.
Ed è veramente banale e puerile e insieme, disgustoso e riprovevole, il tentativo di sporcare di fango la tomba della innocente vittima. (p. 27)

Queste le parole della sentenza della Corte di Assise di Macerata che il 18 luglio 1952 condannava lo Zagni alla pena di ventiquattro anni di reclusione, escludendo ogni movente riconducibile, anche da lontano, alla politica. È il caso di aggiungere che lo Zagni, che si era reso latitante quando ebbe inizio il processo, prestava regolare servizio nella polizia, nella quale era stato arruolato come “partigiano combattente“. Anche per tale motivo la sentenza, partendo dalla pena base dell’ergastolo, gli concedeva le attenuanti generiche con questa motivazione:

Sembra peraltro alla Corte che, nonostante la gravità del delitto, non si possano negare allo Zagni le attenuanti generiche, considerata la tristizia dei tempi all’epoca del fatto, quando la caotica situazione, materiale e spirituale, favoriva il risorgere negli animi ed il prevalere degli istinti peggiori e di molto e nei più si erano allentati i freni morali e nella generale strage ormai poco conto si faceva della vita propria e dell’altrui; condizioni tutte che non poterono non influire nell’animo dello Zagni e favorire e, quanto meno, non ostacolare la spinta al delitto.

Ebbe allora inizio una tormentata vicenda processuale.

Infatti, lo Zagni presentò appello contro quella sentenza e la Corte di Assise di Appello di Ancona, il 15 maggio 1954, lo assolveva per insufficienza di prove, scrivendo che, nel dubbio se il movente fosse politico o no, bisognava optare per la soluzione più favorevole all’imputato.

A questo punto gli assassini e i loro complici esultarono e il 14 luglio 1954, il Comitato Provinciale di Solidarietà Democratica di Modena, credendo che l’assoluzione dello Zagni fosse definitiva, mi scrisse una lettera, che conservo gelosamente, nella quale ringraziava me, patrono di parte civile, per l'”opera veramente preziosa ed efficace svolta, che ha indubbiamente contribuito in modo decisivo ad ottenere la giusta assoluzione del nostro assistito“.
E concludeva col formulare: “auguri per altri consimili successi professionali“.

Credevano che fosse finita e pensavano di potersi permettere il lusso di fare dello spirito sulla tragedia e sul sangue versato e di rivolgersi a me, patrono di parte civile, ringraziandomi per l’efficace contributo alla assoluzione dell’imputato di cui avevo chiesto la condanna.
Ma il Procuratore Generale presentò ricorso, e la Cassazione il 4 maggio 1955, annullava, per la palese contraddittorietà della motivazione, la sentenza assolutoria emessa dai giudici anconetani, designando come giudice di rinvio la Corte di Assise di Appello di Roma. E quest’ultima, il 25 novembre 1955, confermava la condanna inflitta allo Zagni in primo grado alla pena di anni ventiquattro di reclusione, poi ridotti a meno della metà dai successivi condoni. La Corte Suprema, poi, con sua sentenza in data 9 giugno 1958 rigettava il ricorso dello Zagni, sicché la condanna divenne definitiva. È stata questa una delle vicende processuali più tormentate e coinvolgenti che io abbia vissuto.

E veniamo al delitto Morselli, che è il processo che ho sofferto maggiormente e che mi ha, più di ogni altro, dato il gusto della impopolarità. Avendo sostenuto l’accusa con tutta la tenacia e la diligenza di cui sono capace, debbo confessare che gli insulti de «l’Unità» e degli assassini mi riempivano di autentica soddisfazione: “laudari a turpibus infamia vera est, maxima est homini laus displicere pravis”.

Alberto Morselli, un “possidente” — un borghese, dunque — di Motta di Cavezzo, aveva lasciato il fascismo sin dal 1924 con un gesto di coraggio raro per quei tempi, stracciando la tessera davanti al segretario politico del luogo e si era totalmente disinteressato della politica.

Sopraggiunsero la guerra, l’armistizio, la Resistenza, che egli si sentì vincolato ad aiutare in ogni modo. Aveva anzitutto consegnato a partigiani comunisti, nel 1944, la somma — molto rilevante per quei tempi — di centocinquantamila lire, perché fosse fatta pervenire al Cln provinciale. Era venuto a Modena, e, avendo appreso da un ufficiale dell’esercito suo amico, facente parte del Cln, che solo centomila lire erano giunte a destinazione, aveva minacciato di fare punire chi aveva tenuto per sé quanto mancava.

Fu proprio per questo che, nella tarda serata del 10 aprile 1945, il promotore del delitto, assieme ad altri cinque “compagni” — cui si erano uniti anche due disertori tedeschi — si presentò in casa di Alberto Morselli per prelevarlo e ucciderlo.
Nell’occasione fu sequestrata anche la sorella Tina.
Entrambi i fratelli, al cui “prelevamento” avevano assistito le sorelle Alice e Pia, scomparvero nel nulla. Dopo la fine della guerra, la sorella, Pia, incontrava tutti i giorni gli assassini dei fratelli e a me chiedeva — facendo appello anche all’amicizia che aveva legato Alberto a mio padre — di assisterla nell’azione penale che intendeva promuovere: ma io la sconsigliavo di farlo perché, in quella atmosfera, quella denuncia non avrebbe avuto seguito.

Vennero poi le elezioni del 18 aprile 1948, con la sconfitta del fronte popolare, e, lentamente, la situazione migliorò.

Ma solo nel 1949, quando si poteva sperare che le indagini avessero impulso e che si trovasse — anche da parte dei magistrati — la forza, e il coraggio, di perseguire pure coloro che dominavano la regione, fu presentata la denuncia.
Cominciò così un’istruttoria che si concluse col rinvio a giudizio avanti la Corte di Assise di Modena di sei ex partigiani comunisti. Il processo fu rimesso per legittima suspicione alla Corte d’Assise di Perugia, e fu oggetto di grande attenzione da parte della stampa, anche nazionale.
Il pubblico era molto scarso, ma vennero organizzate delle corriere che portavano i “tifosi” degli imputati dalla “bassa” modenese a Perugia per sostenere la squadra degli assassini.
Ma lasciamo la parola alla sentenza resa dalla Corte perugina il 18 maggio 1951:

Verso le ore 23 del 10.4.1945 otto sconosciuti — sei partigiani comunisti a cui si erano uniti due disertori tedeschi armati e mascherati — circondarono la casa della famiglia Morselli, sita in Motta di Cavezzo e quattro di essi, qualificatisi per partigiani riuscirono a farsi aprire la porta da Morselli Alberto, che era ancora in piedi.
Appena entrati immobilizzarono costui e quindi ordinarono alla sorella Pia, che era accorsa, avendo intuito da alcune parole pronunciate dall’Alberto che stava accadendo qualche cosa di anormale, di chiamare le sorelle Tina ed Alice e di farle scendere nella sala da pranzo.
La Pia chiamò per prima Tina, che scese nello stato in cui si trovava, e cioè a piedi nudi ed in camicia da notte, e poi Alice. Quando tornò nella sala da pranzo, constatò che i fratelli Alberto e Tina non erano più in casa. Nel frattempo gli sconosciuti si davano a rovistare un po’ dappertutto impossessandosi di biglietti di banca per L. 10.000 circa, che costituivano gli stipendi riscossi da Morselli Alice per il marito Bizziocchi Aldo, che allora era prigioniero in Germania, di una macchina fotografica Kodak, di un orologio di Bizziocchi Paolo, figlio di Morselli Alice, ed altri oggetti. (pp. 4-5)

Sia detto per inciso. Aldo Bizziocchi, il padre di Paolo, che allora aveva cinque anni, era, in quel momento, prigioniero nel lager nazista di Wietzendorf; in Westfalia, al limite estremo della resistenza umana, avendo respinto qualunque ipotesi di collaborazione coi tedeschi, e, ovviamente, l’adesione al lavoro. E io ero con lui: fummo liberati sei giorni dopo, il 16 aprile 1945.
Torniamo alla sentenza:

La Pia, dopo essere stata costretta a chiudere la porta col catenaccio, salì al piano superiore, spalancò una finestra e si mise in ascolto; potè così sentire il pianto della sorella Tina ed il rumore di un birroccio che si allontanava nella stessa direzione da cui proveniva la voce di costei. Il giorno successivo nel rosaio a siepe che fiancheggia la casa, Morselli Pia rinvenne un groviglio di capelli della sorella Tina. Dall’atto del prelevamento di Morselli Alberto e Tina non si ebbero più notizie e le indagini esperite riuscirono negative anche perché la Morselli Pia, nel timore di rappresaglie, non aveva sporto denuncia all’autorità. (p. 3)

Ecco la agghiacciante confessione resa la sera del 27 maggio 1949 alle ore 21.30 nella Questura di Modena da Egidio Sighinolfi:

Non fui io ad impartire l’ordine di asportare il denaro, il portacipria, la macchina fotografica, il portasigarette d’argento, l’orologio cronometro e l’orologio piccolo da polso e gli altri oggetti, compreso le biciclette, ma bensì il Cavalieri ed i due tedeschi su loro iniziativa.
Le due biciclette furono portate in casa di Cavalieri Jaures ed ignoro cosa ne abbia fatto. Il cronometro da polso in possesso delle vittime fu preso da me, e, a distanza di qualche giorno, lo consegnai al Cavalieri Jaures perché lo adoperasse anche lui. Non mi sono più interessato di conoscere la destinazione dell’orologio. Il denaro che aveva indosso la vittima consistente in lire 30.000 fu ritirato da me e consegnato a Bellodi Arturo.

Gli oggetti ed il denaro in possesso di Morselli Alberto gli sono stati tolti prima che fosse soppresso. Il Morselli Alberto al momento in cui veniva spogliato degli oggetti e danaro, si accorse che doveva essere ucciso. La vittima si raccomandò perché lo lasciassimo vivere. Comunque, a nulla valsero le sue raccomandazioni in quanto il predetto dopo circa un’ora veniva ucciso da Artioli Bruno, ignoro con quale arma, in quanto io in quella occasione mi trovavo nel ricovero assieme alla Morselli Tina.

La Morselli Tina fu violentata da me e da Cavalieri Jaures e nonostante la sua ribellione dovette sottostare alle nostre voglie. Dopo tale violenza ho invitato gli altri partigiani presenti sul posto, i quali però non accettarono la proposta. La Morselli Tina veniva uccisa sulla fossa ove si trovava sepolto già il fratello, un’ora dopo l’uccisione di questi, a colpi di pistola sul viso sparati da Cavalieri Jaures.
Per me, tutti i componenti la famiglia Morselli sono ritenuti persone dabbene, e oneste, ed escludo in maniera assoluta che essi abbiano potuto, in qualsiasi modo, danneggiare il movimento partigiano.

Ed ecco quella di Nello Randighieri, resa il 26 maggio 1949:

Ivi giunti, io ed il Ruosi ci fermammo con l’incarico di fare la guardia mentre tutti gli altri proseguirono verso la fossa. Poco dopo io ed il Ruosi fummo chiamati e richiesti se volessimo anche noi possedere la Morselli Tina, ma ci rifiutammo. Quando arrivammo sul posto ove si trovavano tutti gli altri io ed il Ruosi notammo che la Morselli era stata condotta in un rifugio ove fu da tutti posseduta, ad eccezione di me, del Ruosi e mi sembra anche del Cavalieri Moris, e del Silvestri Antonio.

Il “tutti” comprende dunque anche i due disertori tedeschi che la tenevano ferma mentre la violentavano gli italiani e viceversa.

Ancora.

Prima di essere massacrato, Alberto Morselli fu costretto, col mitra puntato sulla fronte, a scrivere alle sorelle questo biglietto: “Care sorelle, non pensate al male e non dubitate nulla, mi trovo in montagna assieme alla mia sorella Tina per interrogazioni. Saluti Alberto. Sto bene e state bene. Quello che mi raccomando di non dubitare che stiamo più che bene, fate bene e riceverete del bene. Alberto“. Ecco, sul punto, la confessione dello stesso Sighinolfi:

Sia io che il Cavalieri Jaures con le armi puntate intimammo sotto minaccia di morte al Morselli Alberto di scrivere la lettera alla sorella Pia, nella quale si comunicava che godeva ottima salute e che era in procinto di partire per la montagna per essere incorporato nelle file partigiane. In ultimo terminava invitando la sorella a continuare a far del bene, come avevano sempre fatto.
Con lo stesso sistema, cioè sotto la minaccia delle armi a tergo della lettera del fratello, fu fatto scrivere alla Tina la seguente frase “continuate a fare del bene come avete sempre fatto tanti saluti Tina
“.

La sentenza incalza:

Il Sighinolfi e gli altri imputati agirono dunque, nei confronti di Morselli Alberto, per falso fine di lucro e di vendetta: per lucro per la somma, di cui si erano indebitamente appropriati e per evitare il disonore che sarebbe conseguito dalla notizia del fatto, di vendetta perché il Morselli Alberto si era permesso di rivelare la irregolarità.

Per quanto riguarda la povera Morselli Tina il motivo a delinquere non può essere costituito che da istinto di cattiveria.

Essa era una delle più belle donne della zona, chiamata all’improvviso mentre stava a letto, si presentò nello stato in cui si trovava, e cioè a piedi nudi ed in camicia da notte, colle trecce nerissime, che le scendevano sui fianchi.
La sua apparizione in tale stato fece nascere negli imputati il desiderio di possederla e la portarono via per affogare su di lei i loro bestiali istinti.
Ciò è dimostrato anche dal fatto che gli imputati non erano nuovi ad episodi del genere. Difatti, due giorni prima, avevano prelevato ed ucciso Stefanini Primo, in Cattabriga e la figlia Paolina e violentato questa, prima di ucciderla.

È dimostrato altresì dal fatto che, in effetti, anche Morselli Tina, prima della soppressione, fu violentata certamente dal Sighinolfi, dal Cavalieri Jaures, dai due militari tedeschi e da qualche altro degli imputati. Essi hanno negato il fatto, ma la verità del medesimo, di fronte alle dichiarazioni fatte davanti alla autorità di Ps dal Sighinolfi, dal Radighieri, dal Ruosi e dall’Artioli (che non furono estorte con la violenza, come si è tentato di far credere, perché due di essi lo confermarono anche davanti a Morselli Pia), non può essere contestata.

È tipico al riguardo l’episodio narrato dal Ruosi, e cioè che, essendosi egli rifiutato di soddisfare i suoi bisogni fisiologici sulla Morselli Tina, fu trattato da ignorante. Deve notarsi anche che egli nel processo Cattabriga dichiarò di non essere stato invitato a soddisfare i suoi bisogni fisiologici sulle vittime, come invece era avvenuto nel caso della Morselli. (pp. 24-25)

Gli imputati Egidio Sighinolfi, Nello Randighieri, Edmondo Ruosi, Moris Cavalieri, Jaures Cavalieri e Bruno Artidi furono condannati ad anni ventiquattro ciascuno: ma, a loro favore, furono “concesse le attenuanti generiche, stante la loro qualità di partigiani combattenti” (p. 26).
E, avendo la Corte ritenuto che avessero agito anche per una “motivazione” genericamente politica, fu elargito un condono di diciassette anni di reclusione, su ventiquattro.
E poi, con ulteriori sconti, uscirono presto dal carcere.

E questo senza tener conto del fatto che gli imputati avevano per il fatto stesso di essere partigiani goduto dell’amnistia in ordine ai reati di rapina, sequestro di persona, violenza carnale e occultamento di cadavere, fatti che la sentenza stabilisce in modo certo essere stati da loro commessi.

Altri ricordi.
Il Partito comunista aveva obbligato i difensori — che purtroppo ubbidirono — a difendere non gli imputati ma il delitto. E così portarono davanti alla Corte un plotone di testimoni — diciannove, per la precisione — ignobilmente falsi — con in testa un comandante di divisione partigiana — per testimoniare che i fratelli Morselli erano stati uccisi perché pericolose spie al servizio dei nazi-fascisti e perché asseritamente condannati a morte da un tribunale partigiano.

Per nostra fortuna, disponevamo della prova provata della vergognosa falsità di tali deposizioni. Di più, dimostrammo addirittura che in casa dei fratelli Morselli era stato nascosto, a disposizione dei partigiani, un grosso quantitativo di grano, oggetto di un furto perpetrato addirittura in danno di un magazzino tedesco.
I fratelli Morselli, che avevano aiutato e beneficato taluni dei loro futuri carnefici, tenendo nascosti in casa questi sacchi con l’aquiletta tedesca stampigliata in nero — sacchi da noi conservati ed esibiti al processo — avevano rischiato consapevolmente di essere scoperti e massacrati all’istante.

Ancora: noi disponevamo della prova che Alberto Morselli aveva addirittura rischiato la vita per aiutare i partigiani e, sul punto, avevamo indotto un teste, ma ne avevamo tenuto nascosto il nominativo: in poche parole, d’accordo col Presidente, la lista era stata nascosta anche ai difensori. Non solo, ma avevamo concordato col Pm e col Presidente della Corte una particolare modalità di presentazione: il teste sarebbe venuto da Cavezzo, in provincia di Modena, a Perugia accompagnato — per essere protetto da carabinieri in borghese.

Ma l’udienza nella quale il teste doveva essere escusso saltò perché un giurato aveva avuto un lutto familiare gravissimo: allora non esistevano i supplenti, sicché la Corte dovette rinviare l’udienza di circa una settimana.
Il corrispondente del «Giornale dell’Emilia» — che poi rinascerà con la vecchia testata de «il Resto del Carlino» — inviato a Perugia, data l’importanza nazionale del processo, dette la notizia del rinvio e anche il nominativo del teste che, secondo l’ordinanza letta dal Presidente, veniva invitato a presentarsi all’udienza fissata per la settimana successiva.
E il teste — di cui, purtroppo, il «Giornale dell’Emilia» aveva pubblicato il nome — tornato al suo paese con l’incubo di dovere ricomparire a una settimana di distanza, venne fatto oggetto di intimidazioni senza fine. E così, non avendo il coraggio né di mentire, né di dire la verità, si impiccò: questa era l’atmosfera nei paesi della “bassa” modenese.

Altro episodio.
Del collegio di difesa faceva parte un avvocato bolognese, Leonida Casali, di profonda convinzione comunista, che il Partito non solo obbligava a prestare la sua attività professionale pressoché gratuitamente, ma costringeva anche a soggiornare a Perugia in una modestissima pensione. Era in perfetta buona fede, come si usa dire, emulo, insomma, del cavallo Gondrano de ‘La fattoria degli animali‘, che ubbidiva agli ordini del porco “Napoleon” e moriva portando pesi.
L’avvocato Perroux ed io, patroni di parte civile, eravamo, invece, alloggiati al Baglioni, e andavamo a mangiare in un buon ristorante sito a pochissima distanza: le Tre Marie.
Quella sera, Perroux ed io uscimmo con quel difensore e lo invitammo a cena con noi. Finita la cena, ci ringraziò moltissimo e, prima del commiato, Perroux gli chiese, in via confidenziale, se non sentisse vergogna per le deposizioni ignobili dei testi da lui stesso indotti, che avevano cercato di infangare la memoria di una donna barbaramente violentata. Casali ammise, quasi piangendo, che quei testi facevano schifo anche a lui, ma aggiunse che considerava necessaria quella condotta processuale “nell’interesse del Partito“.

Ed ecco la perla finale.
Si ricordino le dichiarazioni del capo degli assassini di Alberto e Tina Morselli, Egidio Sighinolfi.
Ebbene, nel periodico «Resistenza oggi» edito dall’Anpi di Modena, Anno X, n. 2, aprile 1998 — ripetiamo 1998, mezzo secolo dopo! — si “è commemorato”, appunto, Jaures Cavalieri, allora scomparso da poco, scrivendo:
Indomito combattente della libertà, dopo la liberazione è stato vittima delle persecuzioni antipartigiane, senza mai attenuare il proprio impegno in difesa dei valori della resistenza e dell’antifascismo” (p. 14).

Ora, che la guerra civile comporti delitti a catena è vero, per tutte le parti, anche se è forse il momento di ricordare che Jaures Cavalieri fu condannato, nel processo che si svolse davanti alla Corte di Assise dell’Aquila, nel febbraio 1952, ad anni trenta di reclusione per l’omicidio di Emilio Missere consumato a Medolla in provincia di Modena il 13 giugno 1946: si trattava di un esponente democristiano, figlio dell’allora giudice del Tribunale di Modena, Ermanno Missere.

Di fronte a questi dati di fatto indiscutibili, il tentativo di cingere, a cinquanta anni di distanza, la fronte di questi assassini, stupratori e ladri di corone d’alloro era ed è letteralmente disgustoso.

(avv. Odoardo Ascari)

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