Ricordare…

175 – Di Pietro

Trascrivo per intero un articolo del ‘il Mascellaro‘.Tratto da Il Giornale del 30 giugno 2008

«È riaffiorata la tentazione di costruire un dossier aggiornato sul passato di Di Pietro», spiegava ieri Repubblica, certa che «qualcuno sarebbe già al lavoro collezionando vecchie inchieste da cui peraltro Di Pietro è sempre uscito scagionato». Grazie per il suggerimento, anzitutto: ma abbiamo già dato.

Se Antonio Di Pietro nel 1993 deteneva la fiducia del 94% degli italiani, e ora decisamente di meno, è perché nel mezzo evidentemente qualcosa è successo, qualcosa è stato raccontato, qualcosa è bastato: perlomeno al centrodestra.

Se è vero infatti che Walter Veltroni riscopre ogni giorno nuove convergenze col Di Pietro più veemente (persino quello che chiama «magnaccia» il presidente del Consiglio) d’altra parte invece c’è una sola cosa che l’ex magistrato e Silvio Berlusconi hanno in comune: entrambi sono stati indagati, più volte, ed entrambi alla fine ne sono usciti illesi. Giudichi il lettore, o l’elettore, chi la magistratura abbia voluto proteggere.

Sta di fatto che le sentenze che hanno riguardato Di Pietro, diversamente da quelle berlusconiane, rimangono pressoché sconosciute: non sono state infinitamente sezionate e sottotitolate e stampate e ristampate dai soliti fotocopisti di cancelleria, ma sono sentenze lo stesso, anche se Repubblica decide di chiamarle «fango» come ha fatto ieri.

Per fare un esempio: oggi ci sono giornalisti che ancora si chiedono, o chiedono a Di Pietro, perché a suo tempo lasciò la magistratura.

Eppure è tutto nero su bianco: e lo è sia nelle sentenze di non luogo a procedere vergate dai gup Roberto Spanò e Anna Di Martino a beneficio di Di Pietro (peraltro in contraddizione tra loro su alcuni episodi) sia nel successivo giudizio di tribunale vergato del presidente Francesco Maddalo il 29 gennaio 1997: una sentenza che superò le precedenti perché fece seguito a un pubblico dibattimento con esibizione di prove e audizione di parti.

Qualcuno lo ricorderà: è il processo in cui Di Pietro dapprima balbettò e poi rifiutò di rispondere alle domande del pubblico ministero. L’ex magistrato oltretutto non presentò appello, sicché la sentenza «fa stato quanto ai fatti accertati», come si dice in gergo.

Per farla breve: il Gup Anna Di Martino, che pure fu molto attenta alle ragioni del magistrato, spiegò che se Di Pietro fosse rimasto in magistratura sarebbe andato incontro a pesanti sanzioni disciplinari.

Il giudice Francesco Maddalo, nondimeno, parlò di «fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare».

Sono le vecchie storie di Gorrini, D’Adamo (entrambi indagati da Di Pietro), i prestiti da 100 milioni frettolosamente restituiti in scatole da scarpe o avvolti in carta di giornale, faccende di Mercedes rivendute a prezzo maggiorato, roba celata nel torbido dimenticatoio di chi ha fondato il suo movimento sulla trasparenza e sulla legalità, anzi sui «valori».

Eppure il Di Pietro che da magistrato si offrì di interrogare Berlusconi dicendo «Io quello lo sfascio» (come raccontato dal suo ex Procuratore Capo) è immortalato in una sentenza che nessun libro, di nessun servo di Procura, ha mai riportato:

«Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo» (pagina 167 della succitata sentenza Maddalo).

«Altri eventi evidenziano chiaramente questo sempre più marcato orientamento di Di Pietro ad assumere iniziative e posizioni più confacenti ad un esponente politico che a un magistrato. Particolarmente arduo è separare una condotta antecedente alle preannunciate dimissioni da una condotta a queste successiva» (pagina 170). «Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica» (pagina 177).

Domanda: ma Di Pietro, quando decise di indagare Berlusconi, aveva già deciso di dimettersi per buttarsi in politica?

Risponde ancora Maddalo a pagina 179: «Le dimissioni, allora, dovevano già essere ampiamente maturate e in fase di imminente attuazione».

E perché Di Pietro non disse niente ai colleghi del Pool? Pagina 180: «I contatti e colloqui politici avrebbero potuto inquinare quella sua indiscussa leadership all’interno e all’esterno del Pool».

Questa peraltro è la parte nobile.

Perché poi, benché ritenuti privi di valenza penale, a dimostrare la moralità di Di Pietro ci sono pure i seguenti piccoli favori, appurati anch’essi da svariate sentenze:

  • 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti con assegni circolari poi incassati e avvolti in carta di giornale poco prima di dimettersi, nel 1994;
  • 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti;
  • periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo;
  • centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo;
  • una Mercedes CE da 65 milioni ottenuta da Gorrini e rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello per una cifra poi utilizzata da Di Pietro per comprarsi una Fiat Tipo bianca; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni;
  • una Lancia Dedra per la moglie di Di Pietro da parte di D’Adamo;
  • l’utilizzo di una garçonnière dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994;
  • l’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto;
  • l’acquisto di un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini;
  • la disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede;
  • i pacchetti di pratiche legali dalla Maa di Gorrini per la moglie;
  • le consulenze legali da D’Adamo per la moglie;
  • l’impiego per il figlio, due volte, alla Maa di Gorrini;
  • i benefit vari da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique Tincati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano-Roma, un mobile-libreria per la casa di Curno;
  • i benefit vari ottenuti da Gorrini: ombrelli, agende, penne, cartolame vario, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio.

Eccolo qua Antonio Di Pietro, l’uomo che giusto ieri si richiamava «allo spegnersi della coscienza civica, della morale, dell’etica», l’uomo che di Berlusconi cita «gli innumerevoli processi» senza mai menzionare i propri, l’uomo che di fronte al consenso di cui Berlusconi gode nel Paese, in una lettera scritta al suo mentore Beppe Grillo proprio ieri, ha parlato di «una situazione simile a quella dei ragazzi nei Paesi del Sud che ammirano il camorrista o il mafioso locale».

Eccolo lo spauracchio che secondo Veltroni doveva tenere sottotraccia quei grillisti e forcaiolisti che coi loro strepiti, ora e invece, soffocano le velleità di ogni sinistra che voglia essere civile e sintonizzata con il Paese reale.

I giornalisti tutto sommato lo amano: le sue sgangheratezze fanno colore e titolo in giornate calde e vuote come queste.

Lui straparla sempre di monopolio, ma è tra i più presenti in televisione e in assoluto l’ospite più invitato a Matrix, per esempio.

Nessuno ricorda più le sue 500 querele, o quando nel 1996 disse che avrebbe preso «a schiaffi e pedate chi mi ha indotto a dimettermi dal ministero dei Lavori pubblici», o le sue folli proposte circa il «decreto cautelare di rettifica» o altre norme punitive contro i giornalisti.

Nessuno ricorda mai quando Di Pietro, nel dicembre 1994, a Curno, prese a testate un giornalista dell’Ansa dopo averlo riempito di calci e di pugni. Nessuno gli chiede più conto, per quanto la vicenda sia recente, dell’acquisto di due appartamenti pagati con un mutuo che risultava inferiore all’affitto frattanto versato dalla sua Italia dei Valori: in pratica Di Pietro comprava case grazie al finanziamento pubblico.

Nessuno, del resto, bada al fatto che il partito dell’Italia dei Valori appartiene a Di Pietro per statuto notarile, e così pure tutti i finanziamenti pubblici.

Nessuno dedica servizi a un personaggio che straparla di democrazia e però neppure ora (con l’8 per cento dei suffragi) si dimostra capace di inventarsi una struttura, un numero 2, un gregario, un volto spendibile e alternativo al suo.

Gli unici nomi noti sono quelli di chi l’ha regolarmente mollato: da Pietro Mennea all’ex fidatissimo Elio Veltri (che lo sosteneva dal 1988 e ora gli spara contro a ogni occasione) sino a Valerio Carrara, l’unico parlamentare dipietrista eletto nel 2001 e che pensò bene di passare al Gruppo Misto prima ancora che si insediassero le Camere; e poi ancora Rino Piscitello, Federico Orlando, Milly Moratti, Sergio De Gregorio, persino Paolo Flores D’Arcais:

«Gente che ha capito il personaggio e ha preso le distanze» ebbe a commentare Veltri.

Ed ecco altre chicche:

Ministro delle infrastrutture nel governo Prodi, in due anni (2006-2008), Di Pietro si è dato da fare.

  • Alessandro Iacorossi, romano, 34 anni, Aveva partecipato nel giugno 2007 a una selezione per l’ufficio legale dell’Anas, ma non aveva raggiunto nemmeno il punteggio base. È stato assunto, con un sostanzioso superminimo, alla direzione del personale.
    E il 4 marzo, primo non dirigente nella storia dell’Anas, è stato nominato membro del cda della Autostrade del Lazio. Iacorossi, membro del direttivo romano dell’Italia dei valori, è uno dei tanti fedelissimi che Antonio Di Pietro ha messo in pista su strade e autostrade.
  • Gaetano Di Niro, candidato Idv nel 2001, dal 18 gennaio è nel cda della Autostrade del Molise.
  • Dante Merlonghi, fino a due mesi fa coordinatore Idv nelle Marche, è nel consiglio della Quadrilatero spa.
  • Gianpiero De Toni, coordinatore Idv dell’Alta Valcamonica, è nella Cal, Concessioni autostradali lombarde.La Cal è in affari con la Brebemi, nel cui cda Di Pietro ha voluto Tristano Testa, suo socio nell’immobiliare Suko in Bulgaria.
  • Enrico Della Gatta, responsabile infrastrutture dell’Idv, e Sergio Scicchitano, avvocato personale del ministro e legale del partito, sono entrati nel cda dell’Anas il 20 luglio 2006. Della Gatta si è dimesso dopo un anno.
    Scicchitano, invece, oltre alla poltrona ha conservato i cinque arbitrati che gli erano stati affidati dall’Anas. Circa 1 milione e mezzo di euro il compenso previsto.

Fonte: Grandi lavori in corso nell’entourage di A. Di Pietro

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Interessante osservare come si svolse il processo contro Di Pietro .

L’inchiesta iniziata su presunti illeciti di Di Pietro prende una strada completamente diversa e il PM Salamone arriva ad ipotizzare un complotto finalizzato a far dimettere Di Pietro per mezzo di ricatti e dossier anonimi. Per fare luce sulla vicenda il PM interroga gli ispettori ministeriali Dinacci e De Biase, i ministri Alfredo Biondi, Cesare Previti e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, mentre suo fratello Paolo viene indagato per estorsione.

Il PM: assolvete Paolo Berlusconi e Previti. Dinoia: processo sbagliato, i veri nemici di Tonino non c’erano. La pubblica accusa: non fu concussione Fu regolare la chiusura dell’indagine sull’ex simbolo di Mani pulite: gli ispettori ministeriali non hanno colpe.

Dopo due ore conclude chiedendo, ovviamente, l’assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. Eccolo qui l’ultimo singolare capitolo di un processo grottesco in cui la pubblica accusa finisce per smontare l’originaria tesi e spiana la strada ai difensori senza che sia emerso alcun fatto nuovo. Dunque non ci fu nessun complotto per far dimettere Antonio Di Pietro da Mani Pulite. Paolo Berlusconi si limitò, forse, a spedire copia di un dossier anonimo contro Tonino al capo degli ispettori ministeriali Ugo Dinacci, ma questo non costituisce reato.

L’apertura, e la chiusura, dell’inchiesta riservata sul PM di Mani pulite nata dalle dichiarazioni di Giancarlo Gorrini fu del tutto regolare, per cui Dinacci e l’ex ispettore Domenico De Biase non hanno colpe. Infine, non c’è la prova che in tutta la faccenda interferì Cesare Previti, allora ministro della Difesa. Ma soprattutto, sostiene il PM Giustozzi, la tesi accusatoria secondo cui l’inchiesta sarebbe stata un’arma di ricatto per far dimettere Di Pietro, non sta in piedi per due motivi: primo, perché Tonino aveva deciso già da tempo di lasciare la toga e, secondo, perché le cose raccontate da Gorrini non configuravano illeciti penali e nemmeno disciplinari, potendosi tuttalpiù criticare solo per una questione di “stile”.

Quattro mesi di udienze a Raimondo Giustozzi non sarebbero stati neppure necessari: bastava dare una diversa lettura delle ventimila pagine che costituiscono il fascicolo. D’altra parte il rappresentante della pubblica accusa – che ha sostituito a dibattimento già avviato i PM Fabio Salamone e Silvio Bonfigli estromessi per decisione della procura generale – non aveva fatto mistero sin dall’inizio del suo personale convincimento, rinunciando anche a interrogare testimoni che pure erano stati citati dall’accusa.

Ma se Giustozzi stronca tutta l’inchiesta della Procura, arrivando anche a sostenere che i PM hanno “utilizzato e interpretato” le dichiarazioni di De Biase “secondo la versione che piaceva a loro”, l’avvocato della parte civile, Massimo Dinoia, usa toni molto più pesanti. Nel suo breve intervento, il difensore di Tonino si scaglia contro la Procura: “Non è questo il processo che si doveva fare, sono sbagliate le persone, i capi di imputazione, i riferimenti normativi. I motivi per cui Di Pietro si è dimesso, piaccia o no – prosegue Dinoia – sono quelli che lui stesso ha più volte enunciato… Ci e’ stata sottratta la possibilità di accusare perché chi ha tentato di delegittimare Di Pietro non è sul banco dell’accusa”. Il legale di Di Pietro elenca poi i procedimenti ancora aperti a Brescia: quello contro Craxi, accusato di calunnia, e quelli contro uomini dei servizi accusati di illecito controllo nei confronti dei magistrati di Milano. “Quelli erano i processi da fare”, grida Dinoia che spiega come tutte le inchieste contro Tonino siano nate dal dossier anonimo “Abusi Di Pietro”.(‘Contro Di Pietro nessun complotto‘ – Corriere della Sera del 21 gennaio 1997)

Di tutto questo restano alcuni punti fermi:

  • Di Pietro accettò il verdetto e nessuno fece ricorso;
  • i PM furono estromessi, a processo in corso, per ‘grave inimicizia con Di Pietro’, nonostante il Capo dell Procura escludesse tale ipotesi;
  • il processo non fu fatto contro Di Pietro, ma contro presunti denigratori di Di Pietro che ne avrebbero voluto causare le dimissioni;
  • dal processo emerge che i PM hanno “utilizzato e interpretato” le dichiarazioni di De Biase “secondo la versione che piaceva a loro”;
  • che Di Pietro aveva deciso di uscire dalla magistratura molto tempo prima che scoppiasse lo scandalo;
  • che i fatti raccontati nel memoriale sono veri, ma non costituiscono illecito.

Non ho molti commenti da fare. Una cosa però mi è certa: c’è qualcosa in questa giustizia che proprio non va. Anzi, non dovrei neppure parlare di giustizia visto che ormai la maggior parte dei processi sono politicizzati e hanno ben poco a che vedere con codici e regolamenti.

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