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072 – Fascismo e pena di morte

da LA POLITICA GIUDIZIARIA DEL FASCISMO
di
Gabriella Portalone
I.S.S.P.E.
ISTITUTO SICILIANO DI STUDI POLITICI ED ECONOMICI

Gabriella Portalone commentando il libro ‘Fascismo e pena di morte. Consenso e informazione‘, Collana di Diritto e Società, Franco Angeli ed., Milano 2000, pp. 597 di Giovanni Tessitore, tra l’altro scrive:

La concomitanza verificatasi tra il sorgere di una nuova scuola penalistica, l’affermarsi del concetto di Stato etico proprio dei nazionalisti e fascisti, i quattro attentati al Duce in un breve lasso di tempo, il desiderio della popolazione di ordine e sicurezza, l’anarchia registratasi nel periodo postbellico e da molti attribuita alla debolezza dello stato liberale, la necessità del regime di consolidarsi dopo la crisi successiva al delitto Matteotti, costituì senz’altro terreno fertile quanto mai per il ripristino della pena di morte che già, all’indomani del penultimo attentato al Duce, era prevista e auspicata, sia negli ambienti giornalistici sia in quelli forensi.

Così il 2 ottobre Rocco, ministro della Giustizia, presentava al Consiglio dei Ministri un disegno di legge che prevedeva il ripristino della pena di morte per gli attentati al re, alla regina, al reggente, al principe ereditario, al capo del Governo e per alcuni gravi reati contro la sicurezza dello Stato. Inaspettatamente Mussolini chiese il rinvio dell’esame del disegno di legge.

Ma il 31 ottobre il Duce subiva, durante una sua visita a Bologna, l’ennesimo attentato da parte di un sedicenne, Anteo Zamboni, che gli sparò un colpo di pistola sfiorandolo solamente. Del corpo del giovanetto fu fatto immediato scempio dalla folla inferocita e ciò infittì il mistero sui veri mandanti dell’attentato. Si pensò ad un gesto isolato del giovane, ma s’ipotizzò anche che il giovane fosse stato indotto al delitto dal padre e dalla zia, ambedue anarchici. L’autore non dimentica la terza più fantasiosa ipotesi secondo la quale il delitto avrebbe avuto origine proprio in ambienti fascisti e i mandanti stessi, per non lasciare prove, avrebbero sommariamente giustiziato il giovane esecutore, prima che qualsiasi indagine potesse essere avviata.

Il 5 novembre del 1926, a pochi giorni dell’attentato, il disegno di legge presentato dal ministro Rocco circa un mese prima e accantonato per volere di Mussolini, venne ripreso, esaminato ed approvato dal Consiglio dei ministri col nome di ‘Provvedimenti eccezionali per la difesa dello Stato‘.
La nuova legge, per la durata di cinque anni introduceva la pena di morte per attentato ai sovrani, al reggente, al principe ereditario e al capo del governo e la reclusione da tre a dieci anni per chi ricostituisse i partiti o le associazioni disciolte.
La novità maggiore e, insieme il più grave attentato alle garanzie dei cittadini era dato dalla creazione ex novo di un organo giudicante il ‘Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato‘, cui veniva devoluta la competenza per i reati politici.
Esso sarebbe stato composto da un presidente scelto tra i generali delle Forze armate o della Milizia Volontaria e da cinque giudici scelti tra i consoli della stessa Milizia e da un relatore preso dalla magistratura militare.

Il TSDS avrebbe applicato le norme del codice di procedura penale militare e le sue sentenze non sarebbero state soggette ad alcuna impugnativa, salvo la revisione del processo. Esso avrebbe avuto competenza anche per i reati commessi prima della sua costituzione, come, ad esempio gli attentati verificatisi contro il Duce negli ultimi mesi.

Se il provvedimento governativo passò alla Camera senza incidenti di forza, con l’opposizione di soli 12 deputati, al Senato, organo certo meno fascistizzato, la discussione fu più libera e appassionata e si concluse con un numero di voti sfavorevoli al decreto di molto maggiore rispetto all’altro ramo del Parlamento, ben 49.
Tuttavia gli interventi di quei senatori che da sempre si erano dimostrati contrari al supplizio supremo, o per motivi ideologici, come il sen. Pais, o per motivi religiosi, come il sen. Crispolti, furono molto prudenti; uno dei pochi che non ebbe paura di esprimere ciò che veramente sentiva fu il sen. Tanassia, il quale si disse scandalizzato, più che per la pena di morte, per la reclusione prevista nei confronti di chi avesse osato ricostituire partiti o associazioni disciolte, chiaro inequivocabile attentato al sacro diritto della libertà di pensiero e di associazione: “Onorevole Capo del Governo io appartengo a quei trentasei milioni d’italiani che non hanno la tessera del partito nazionale, ma però non sono nè irosi spodestati, nè rassegnati al potere perduto, non ex amici dei sovversivi. Ecc., ecc.” (p. 141).
Tra l’imbarazzo generale gli fece eco il sen. Stoppato, tra i principali artefici del codice di procedura penale del 1913, dichiarandosi scandalizzato per il fatto che si potessero punire i cittadini con la reclusione per il semplice fatto di professare idee contrarie al governo e per l’assenza di strumenti di impugnativa delle sentenze emanate dal TSDS.
Tuttavia, dopo il passaggio in giudicato d’una condanna a morte era sempre ammesso il ricorso straordinario per revisione.

Così, come la maggior parte dei senatori avevano accettato il provvedimento, imbarazzati tra una scelta libera e una servile, così pure i giuristi si mostrarono quasi all’unanimità entusiasti del ripristino della pena di morte, anche coloro che da sempre avevano sostenuto nettamente le tesi abolizioniste come, per esempio il grande maestro Enrico Ferri che “compì autentiche acrobazie dialettiche per giustificare il proprio mutato atteggiamento” (p.156). Una delle poche voci dissenzienti fu quella del prof. De Marsico, futuro membro del Gran Consiglio che, nella prolusione letta all’Università di Bari, coraggiosamente si schierò contro il ripristino della pena di morte per i delitti comuni. De Marsico, pur dicendosi d’accordo con i provvedimenti speciali e provvisori varati per la difesa dello Stato, in una fase storica in cui il regime non si era pienamente consolidato, attribuiva l’entusiasmo con cui l’opinione pubblica aveva accolto il ripristino della pena di morte per i reati politici e pareva anche per l’estensione ai reati comuni, alla “assuefazione alla violenza legalizzata e all’omicidio di Stato” (p.162) che le migliaia di condanne a morte comminate dai tribunali militari durante la guerra – 4.098, di cui 750 eseguite, 311 commutate e 2967 pronunciate in contumacia – avevano determinato; “la svalutazione del valore della vita umana è fenomeno che accompagna eventi bellici o situazioni ad essi equiparabili” (p.162).

La pena di morte per i reati comuni di particolare gravità venne introdotta con il varo del nuovo codice penale, appunto il codice Rocco, entrato in vigore il 27 ottobre 1930.
Essa era comminata per i reati la cui pena prevista dal vecchio codice fosse l’ergastolo quando si era in presenza di una o più circostanze aggravanti, per concorso di reati o per cumulo di pene.

Si dichiararono favorevoli al provvedimento la Corte di Cassazione, per bocca del relatore Antonio Marongiu, la maggior parte delle Corti d’Appello e delle facoltà giuridiche del Paese costituite da uomini la cui formazione culturale e politica non aveva niente a che fare col fascismo essendo di molto precedente ad esso.

Sull’effettivo ricorso alla pena di morte nel periodo fascista Tessitore, con estrema fatica e puntiglioso scrupolo, è riuscito a raccogliere dati sicuramente precisi., almeno fino al 1940. Nel decennio 1867-1876 furono pronunciate ben 614 condanne a morte, ma in seguito all’annullamento da parte della Corte di Cassazione e la conversione nella pena dei lavori forzati a vita, le sentenze di morte irrevocabili si ridussero a 392, delle quali, per l’intervento della grazia sovrana, ne furono eseguite 34.

Nel decennio 1931-1940 le condanne a morte per delitti comuni furono 118 di cui 65 eseguite. Dunque se in periodo fascista la pena di morte veniva comminata con maggior circospezione, era tuttavia di molto inferiore al decennio precedentemente esaminato l’incidenza dei provvedimenti di grazia.

Le sentenze emanate dal TSDS per reati contro lo Stato, comportanti pene detentive, furono, dal 1927 al 1943, 2.496 con una media di 209 condanne all’anno, media che salì drasticamente nel triennio ’40 -’43, soprattutto per i frequenti processi contro attività spionistiche. Le condanne a morte comminate furono 65, di cui 53 eseguite. Delle 53 fucilazioni avvenute nel dodicennio, ben 26 furono eseguite tra il ’40 e il ’42, cioè in pieno periodo bellico, dopo l’entrata in vigore della legge del giugno 1940 che aggravava le pene per delitti non politici commessi approfittando delle circostanze di guerra e che divenivano, dunque, competenza del TSDS.

Premesso che anche il sacrificio di una sola vita umana o la limitazione dei suoi diritti per motivi ideologici, è segno d’estrema barbarie, non si può definire particolarmente feroce un regime che in vent’anni comminò 53 pene di morte per motivi politici, di cui la metà in periodo di guerra, in cui il Tribunale Speciale era chiamato a giudicare anche per delitti comuni, come per esempio lo spionaggio, particolarmente pericolosi durante la guerra per la sicurezza dello Stato. E’ da sottolineare inoltre, che la prima condanna a morte per motivi politici fu emanata oltre due anni dopo il ripristino di detta pena e l’istituzione del Tribunale Speciale.

Non possiamo non fare questa considerazione, anche se può apparire cinica, soprattutto se paragoniamo il rigore del regime fascista a quello ben più incisivo dei totalitarismi comunisti e nazisti. In Germania tra il ’34 e il’44 furono irrogate più di 7.000 pene capitali, per non parlare dei milioni di condanne a morte inflitte in URSS nel periodo staliniano o delle fucilazioni in serie, ancor oggi, eseguite nella Cina comunista e di cui, per ” correttezza politica” si parla ben poco.”

Alcuni esempi:

Il processo Della Maggiora
Questi era un trentenne bracciante toscano notoriamente comunista che venne accusato di aver ucciso il 12 dicembre 1926 due fascisti e aver tentato di ucciderne un terzo senza riuscirvi per fatti indipendenti dalla sua volontà. Per questo, nell’ottobre del 1928, gli fu comminata la pena di morte. Tessitore afferma che si volle trasformare un episodio di cronaca nera in un delitto politico, sol perchè le vittime erano fasciste e il reo comunista, quindi di competenza del Tribunale Speciale che avrebbe potuto irrogare la pena di morte, al contrario dei tribunali ordinari che avrebbero, al massimo, potuto infliggere l’ergastolo, visto che il codice Rocco che estendeva la pena capitale anche ai delitti comuni, non era ancora entrato in vigore.
Certo una forzatura giuridica ci fu, ma nei confronti, comunque, di un pluriomicida che durante il processo confessò che aveva ucciso le due vittime soltanto perchè fasciste e che aveva continuato a sparare contro i presenti nel laboratorio di sartoria di una delle vittime e poi all’aperto, colpendo ed uccidendo la seconda vittima.

Il processo Previani
ventiseienne, camicia nera scelta, condannato a morte per omicidio volontario, fu proprio Mussolini a negare la grazia e la commutazione della condanna in ergastolo, cosa che era stata perorata dal Procuratore generale di Milano Ranelletti.

Francesco Mandalari
Non si esitò, peraltro, a comminare la pena di morte ad uno dei capi della ‘ndrangheta calabrese, Francesco Mandalari, fino ad allora ritenuto intoccabile, per violenza carnale e concorso in duplice omicidio, di cui era stato identificato come mandante.

Tosi e Malagoli
Neanche nei confronti di due membri della Milizia Volontaria, Tosi e Malagoli, condannati a morte, il primo per omicidio aggravato a scopo di rapina e il secondo per concorso in omicidio e rapina, il duce dimostrò clemenza, anche se il Malagoli non aveva commesso personalmente il delitto, ma aveva spinto l’altro a commetterlo. Fu respinta la domanda di grazia e ambedue furono giustiziati senza che prendesse in considerazione, nemmeno per un secondo, la commutazione della condanna a morte in ergastolo.

Appare singolare che, sia per la prima volta che per l’ultima, la pena di morte fu eseguita su condannati siciliani; nel 1931 Mignemi Diego, di Canicattì in provincia di Agrigento, veniva giustiziato perchè giudicato colpevole di violenza carnale continuata e aggravata, anche dalla morte della vittima; il 5 marzo 1947 la pena di morte veniva applicata per l’ultima volta nei confronti di Giovanni D’Ignoti, Giovanni Puleio e Francesco La Barbera, tutti e tre siciliani, condannati per omicidio continuato, sequestro di persona e rapina aggravata.

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