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039 – L’esodo e l’accoglienza

A partire dal maggio del 1945 iniziò l’esodo massiccio, spontaneo e disorganizzato degli Italiani d’Istria e di Fiume.

Un caso particolare fu quello di Pola, che dopo essere stata occupata dagli iugoslavi, era stata posta sotto l’amministrazione alleata.
Dopo la strage di Vergarolla molti andarono via e il 27 gennaio 1947, quando apparve chiaro che le speranze del ritorno di questa città all’Italia erano vane, iniziò l’esodo di massa: in questo caso l’abbandono della città si svolse in modo organizzato, sotto gli occhi delle autorità anglo-americane e di alcuni emissari dello stesso governo italiano.
Da Pola esodarono molti artigiani e operai specializzati dell’industria: in conseguenza di ciò si ebbe una profonda crisi economica della città.

Con la firma del trattato di pace di Parigi, 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione dell’Istria alla Jugoslavia s’intensificò l’esodo da questa zona. Il Trattato di Parigi prevedeva per chi volesse mantenere la cittadinanza italiana l’abbandono della propria terra.
In quello stesso giorno (10 febbraio 1947) Maria Pasquinelli uccise il comandante della guarnigione britannica di Pola, per protestare contro l’esodo di massa e le uccisioni degli italiani in Istria e Dalmazia.

Chi emigrava non poteva portare con sé né denaro né beni mobili (gli immobili erano comunque considerati parte delle riparazioni di guerra che l’Italia doveva alla Jugoslavia).
Riferendosi a questo periodo storico il docente universitario e storico Raoul Pupo scrive:
« essenziale per garantire l’accettazione del gruppo minoritario da parte del regime, risultava… essere fautori dell’appartenenza statuale alla Iugoslavia, di obbedienza comunista, eventualmente di ascendenza slava e comunque nemici dichiarati dell’Italia demonizzata in quanto fascista e imperialista »
quindi aggiunge:
« il punto è che in Istria un gruppo nazionale italiano che rispondesse a tali requisiti semplicemente non esisteva. »

Per questo motivo la Jugoslavia non riconosceva loro la cittadinanza e chi non rientrava in Italia rischiava di rimanere apolide.
Proprio su questa condizione si pone un problema nella ridda di cifre relative all’esodo, in quanto si riporta spesso una certa cifra, ma si manca di prendere in considerazione che gli apolidi erano in maggior parte proprio Italiani.

L’ultima fase migratoria ebbe luogo dopo il 1954 allorché il Memorandum di Londra assegnò definitivamente la zona A del Territorio libero di Trieste all’Italia, e la zona B alla Jugoslavia.
L’esodo si concluse solamente intorno al 1960.

A differenza di altri fenomeni analoghi avvenuti altrove mai vi fu l’emissione di un decreto di espulsione degli italiani da parte delle autorità jugoslave e l’esodo fu il risultato di una somma di fattori che andarono dalla paura di dover vivere all’interno di un regime di tipo comunista al timore di ritorsioni per il comportamento verso le popolazioni slave durante il periodo fascista.
Anche l’estrema instabilità della situazione internazionale (guerra fredda), con il confronto tra i blocchi e relativi sistemi politici favorì l’instaurarsi di una psicologia dell’esodo.
L’economia dell’Istria risentì per numerosi anni del contraccolpo causato dall’esodo.

Una piccola parte della comunità italiana, soprattutto proletari, scelse di non emigrare e s’integrò nella società jugoslava ottenendo negli anni seguenti il riconoscimento di alcuni diritti, sia pure più formali che sostanziali.
Oggi vivono nell’Istria slovena intorno a 3.000 membri dichiarati della comunità italiana, mentre il loro numero in Croazia – fra l’Istria, Fiume e la Dalmazia – si aggira intorno ai 25.000.

Di tutti coloro che esodarono la maggior parte, dopo aver dimorato per tempi più o meno lunghi in uno dei 109 campi profughi allestiti dal governo italiano, si disperse per l’Italia, mentre si calcola che circa 80.000 emigrarono in altre nazioni. L’esodo istriano-dalmata è inquadrabile in un fenomeno globale di migrazioni più o meno forzose di interi popoli all’indomani della seconda guerra mondiale e che comportò lo spostamento di oltre trenta milioni d’individui di tutte le nazionalità.

Le cifre:
Flaminio Rocchi, sacerdote esule e studioso di storia dell’esodo: circa 350.000 esuli.
Ermanno Mattioli, prigioniero degli jugoslavi, poi esule e studioso di storia dell’esodo: circa 350.000 esuli.
Enrico Miletto, storico italiano: circa 350.000 esuli.
Marina Cattaruzza, storica italiana: almeno 250.000 persone
Raoul Pupo, storico italiano, scrive:
« Sulle dimensioni complessive dell’esodo vi è nella letteratura ampia discordanza, legata per un verso al fatto che un conteggio esatto non venne compiuto quando ciò era ancora possibile, per l’altro all’utilizzo politico delle stime compiuto sia in Italia che nella ex Jugoslavia: si oscilla così da ipotesi al ribasso di 200.000 unità – che in realtà comprendono solo i profughi censiti in Italia, trascurando i molti, che, soprattutto nei primi anni del dopoguerra emigrarono senza passare per l’Italia e comunque senza procedere ad alcuna forma di registrazione nel nostro Paese – fino ad amplificazioni a 350.00 esodati, difficilmente compatibili con la consistenza della popolazione italiana d’anteguerra nei territori interessati all’esodo.
Stime più equilibrate, risalenti alla fine degli anni cinquanta e succesivamente riprese, inducono a fissare le dimensioni presunte dell’esodo attorno al quarto di milione di persone.” (R. Pupo, L’esodo degli Italiani da Zara, da Fiume e dall’Istria: un quadro fattuale, [in:] Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo, Napoli, 2000, p. 205-106, n. 40) »
Giampaolo Valdevit, storico italiano, scrive: l’esodo degli italiani dall’Istria – nell’arco di un decennio farà allontanare circa 250 mila persone. (G. Valdevit, Trieste. Storia di una periferia insicura, Milano, 2004, p. 55).
Vladimir Žerjavić, demografo croato: 191.421 esuli solo dal territorio croato.
Nevenka Troha, storica slovena: 27.000 italiani dalla sola Istria slovena (1945-1954), più 10.000 – 15.000 italiani residenti nelle altre zone della Venezia Giulia slovena, perlopiù immigrati e impiegati statali, tra il 1943-1945.
In 3.000 viene stimato il numero degli sloveni che lasciò la zona dopo il 1945.
Commissione mista storico-culturale italo-slovena: circa 30.000 esuli, compresi gli sloveni anticomunisti, dall’Istria oggi slovena.

L’accoglienza
Ricordo che l’I.R.O. (International Refugèe Organisation) ha stimato che le foibe siano state ‘riempite’ con 12.000 persone. Ecco l’accoglienza destinata ai superstiti dai comunisti nostrani:

A completare il quadro non può essere taciuto il comitato di accoglienza che queste popolazioni così ampiamente tribolate hanno ricevuto dai comunisti italiani al loro arrivo nella loro madre patria:

  • insulti, fischi e sputi a Venezia e Bari quando le navi cariche di profughi attraccarono al porto;
  • minacce di sciopero a Bologna per evitare che un treno di profughi avesse modo di rifocillarsi al posto di ristoro organizzato dalla Pontificia Opera di Assistenza;
  • la costante azione di diffamazione operata nell’indicare al pubblico ludibrio come ricchi borghesi “fascisti” che fuggivano dalle “magnifiche sorti e progressive” del comunismo di Tito.

“Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici ”
L’occupazione successiva della Venezia Giulia  da parte degli Jugoslavi diede avvio alla stagione delle Foibe che Togliatti giustificò
come   “una giustizia sommaria fatta dagli stessi italiani contro i fascisti”

Così l’Unità: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”

I “comitati d’accoglienza” organizzati dal partito contro i profughi all’arrivo in Patria furono numerosi.” All’arrivo delle navi a Venezia e ad Ancona, gli esuli furono accolti con insulti, fischi e sputi e a tutti furono prese le impronte digitali. A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell’aprile 1948 arrivò ad affermare “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”. A Bologna i ferrovieri, per impedire che un treno carico di profughi provenienti da Ancona potesse sostare in stazione, minacciarono uno sciopero. Il treno non si fermò e a quel convoglio, carico di umanità dolente, fu rifiutata persino la possibilità di ristorarsi al banchetto organizzato dalla (Poa) Pontificia Opera Assistenza.
I profughi non crearono mai, in nessun luogo dove trovarono rifugio, problemi di criminalità.

Definizione (comunista) dei profughi istriani.
“in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”
“Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perché temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. Nel novero di questi indesiderabili, debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici. Non possiamo coprire col manto della solidarietà coloro che hanno vessato e torturato, coloro che con l’assassinio hanno scavato un solco profondo fra due popoli. Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì farci complici.”

Targa di Bologna

Solo nel 2007 il Comune di Bologna pensò di mettere una targa alla stazione che ricordasse quanto avvenuto. Ecco il testo:

Nel corso del 1947 da questa stazione passarono i convogli che portavano Esuli Istriani, Fiumani, Dalmati: italiani costretti ad abbandonare le loro case dalla violenza del regime nazional comunista Jugoslavo ed a pagare, vittime innocenti, il peso e le conseguenze della guerra di aggressione intrapresa dal fascismo. Bologna seppe passare rapidamente ad un atteggiamento di iniziale incomprensione ad un’accoglienza che è nelle sue tradizioni, facendo suoi cittadini molti di quegli Esuli.

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