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111 – La rivoluzione cubana

Tutte le dittature sono uguali, ma qualcuna è più uguale delle altre, si potrebbe dire parafrasando il grande George Orwell. Organizzano processi popolari, trucidano oppositori, sopprimono la libertà di stampa, di associazione, di pensiero, eppure esercitano grande fascino su intellettuali raffinati e politici di sinistra. Terra promessa non è la Palestina, ma quella dove vige la rivoluzione comunista, con annessi crimini e terrori che loro ignorano o fingono di ignorare accecati dall’ideologia. Ritengono costoro – intellettuali e politici – che lì vi sia il paradiso terrestre e non scorgono quello che, molto onestamente, un comunista come Ignazio Silone chiamava “fascismo rosso”.

Ed è una vera e propria corrispondenza di amorosi sensi. Vanno a trovare i “rivoluzionarî”, non mancano di far loro auguri di compleanno, di pronta guarigione, di ascoltare i loro discorsi interminabili e riferirli a cuore stretto.

Il cuore dei comunisti italiani, insomma, batte ancor oggi per Fidel Castro e per il totalitarismo cubano. “Continueremo ad essere vicini, a sostenere e ringraziare… una piccola isola caraibica a 90 miglia marine dalla più grande potenza del mondo… Que viva Cuba!”: così Diliberto, tempo fa, ha arringato i militanti del suo partito, il Pdci. Il responsabile Esteri del quale, il 29 novembre scorso, a 3 giorni dell’ottantesimo genetliaco del Lider Maximo, ha solerte dichiarato: “Andrò a Cuba personalmente per festeggiare un uomo che ha fatto la Storia. Andrò a Cuba a ribadire il sostegno ad un popolo fiero che ha dimostrato che la rivoluzione è possibile”.

Alessandro Bianchi, un attimo dopo aver giurato da ministro dei Trasporti nelle mani del Presidente della Repubblica, ha dichiarato di “ammirare quanto Fidel Castro ha fatto dopo il ’59”.

Non mancano poi di sostenere la rivoluzione cubana Paolo Cento, Nichi Vendola – presidente della regione Puglia -, ed altri comunisti d’oggi (su tutti Giordano, Migliore e Cossutta).

Radio, riviste, associazioni e molti altri, tra cui Gianni Minà e Gianni Vattimo – che letteralmente si prostrano dinanzi a Fidel in devozione religiosa – mentre sono inseriti in un sistema democratico, sognano ancora che un barbudo castrista venga a liberarci e darci dignità. Bertinotti se lo augura con tutto il cuore: il 5 agosto 2006, già presidente della Camera, ha mandato, a nome del Parlamento italiano, un biglietto di pronta guarigione al tiranno caraibico. Con la postilla: “penso una cosa banale: che Fidel Castro sia insostituibile per Cuba”.

Con tanti saluti a chi ha perso la vita per la democrazia e a chi ancora oggi è detenuto per motivi politici nei tuguri dell’Avana.

E’ necessario ricordare a questi romantici marxisti (a volte, o quasi sempre, anche pacifisti e ammiratori di Che Guevara, il che è, ovviamente, una contradictio in terminis) qualche crimine del regime cubano.

L’8 gennaio 1959 Castro sfila trionfalmente a L’Avana e subito nelle prigioni della Cabana, della capitale e di Santa Clara iniziano le esecuzioni di massa: 600 vittime (in gran parte partigiani di Batista) in cinque mesi, dopo processi popolari.

Una folla di 18.000 persone inferocite giudica il comandante batistiano Jesùs Sosa Blanco e lo condanna a morte puntando i pollici verso il basso. Né più né meno dell’antica Roma. Eliminati ipotetici e reali avversari, Castro si dedica alla costruzione del regime e annulla, come Lenin nel ’17, il progetto di libere elezioni. Sospende la costituzione allora vigente, per governare unicamente per decreto. Fa approvare le leggi n. 53 e 54 che vietano il diritto alla libera associazione. Nel frattempo scompaiono i periodici indipendenti: vengono chiusi “Avance”, “la Quincena” e “Bohemia” i cui redattori espatriano in massa. Rimane solo “Hoy”, quotidiano, logicamente, comunista.

Nell’autunno del ’60 vengono arrestati altri oppositori. Alcuni, tra cui Humberto Sorì Marìn, vengono fucilati.

Nel ’61 5.000 persone, per lo più borghesi che avevano appoggiato Castro, fuggono dall’isola. Allo stesso tempo il Lider Maximo cerca di svuotare i sindacati delle loro prerogative. Fa arrestare e condannare a 12 anni il loro principale leader, David Salvador, e li scioglie tutti tranne uno, il CTC, che riempie di propri uomini.

Nel ’62 Fidel Castro abolisce il diritto di sciopero.

Nel ’61 chiude tutti i collegi religiosi, espelle 131 sacerdoti da Cuba, altri ne arresta (tra cui l’attuale arcivescovo dell’Avana, il cardinale Ortega, rinchiuso per anni in un campo di concentramento), cancella dal calendario sia il Natale sia la Pasqua, toglie alla Chiesa la possibilità di comprare oggetti ad uso pastorale. Anche l’arte viene imbavagliata e messa sotto controllo: “dentro la rivoluzione tutto, al di fuori di essa nulla”. Grandi scrittori come Ernesto Padilla e Reinaldo Arenas, e poeti come Jorge Valls e Ernesto Diaz Rodriguez, dopo essere stati costretti a fare “autocritica”, vengono perseguitati per anni.

Continuano intanto ad essere arrestati gli oppositori di Fidel Castro. Durante un processo popolare, un ex comandante castrista, Huber Matos, viene condannato per “anticomunismo” a 20 anni, scontati fino all’ultimo. Jesùs Carrera viene fucilato davanti ad un plotone d’esecuzione. In questo periodo, 1.000 cosiddetti controrivoluzionari vengono giustiziati.

Nel 1960 la magistratura passa ufficialmente sotto il potere politico e contemporaneamente anche l’università viene messa sotto controllo. Uno studente d’ingegneria civile, Pedro Luis Boitel, si candida alla presidenza della Federazione studentesca. Ma Boitel, non molto gradito a Raul e Fidel Castro, viene condannato a 10 anni di carcere che poi diventano 42. Morirà dopo uno sciopero della fame intrapreso per “ottenere i diritti riservati ai prigionieri politici”.

Tra il ’59 ed il ’62 viene istituita una “Gestapo rossa”, la DSE, con il compito di: sorvegliare tutti i dipendenti della pubblica amministrazione; coloro che lavorano nella cultura, nello sport e nell’arte; intercettare tutti i “sospetti”; controllare la posta; controllare i turisti. Un’altra organizzazione, la DEM, è deputata a stilare un dossier su tutti i cittadini; a sondare l’opinione degli abitanti e a sorvegliare chiese e istituti religiosi attraverso l’infiltrazione di agenti.

Negli anni sessanta la repressione assume toni ancora più violenti: da 7.000 a 10.000 persone vengono uccise, 30.000 sono detenute come prigionieri politici. Vengono arrestati religiosi, prosseneti, omosessuali, e tutti quelli “potenzialmente pericolosi per la società”. Costretti ai lavori forzati (15 h al giorno) quasi sempre nudi, i recalcitranti devono per punizione tagliare l’erba con i denti oppure restare per ore immersi nei pozzi neri. Interessante è il regime penitenziario cubano: nelle celle i detenuti sono costretti senza acqua ed elettricità e le torture psicologiche e fisiche sono all’ordine del giorno. Alcuni prigionieri sono costretti a salire le scale con scarpe zavorrate di piombo, salvo essere ributtati giù arrivati in cima. Le donne che hanno paura degli insetti vengono rinchiuse ore ed ore in una cella piena di scarafaggi. I detenuti vengono tenuti svegli con droghe eccitanti, per poi essere sottoposti ad elettroshock. Vengono spaventati con cani da guardia e finte esecuzioni, vengono rinchiusi ammucchiati in sette-otto in celle da due. Vengono privati del sonno e svegliati ogni 20 minuti. I parenti dei prigionieri vengono emarginati dalla società, i loro figli non possono andare all’università, i congiunti non hanno diritto al lavoro. Per i prigionieri più negligenti esistono le ratoneras (buchi di topo), piccolissime celle sotterranee d’isolamento. Oppure le violenze sessuali di altri detenuti per sfuggire alle quali si cospargono di escrementi. Oppure lo sciopero della fame coatto o la mancanza di assistenza medica. Oppure le gavetas (gabbie di ferro), larghe 1 m, alte 1,80 e lunghe 10.

La condizione delle donne detenute è drammatica: spesso sono oggetto del sadismo delle guardie e vengono picchiate abitualmente. Martha Frayde, già castrista della prima ora, ha descritto così le condizioni dure del carcere femminile: “la mia cella misurava 6 m per 5… ed arrivammo ad essere 42… le tinozze per lavarsi erano piene d’immondizia… uno strato di escrementi invase le celle… fummo costrette a vivere in mezzo a quel materiale nauseabondo”.

Nel ’60 Castro crea i CDR, comitati di difesa della rivoluzione. Sono dei comitati di quartiere che devono sorvegliare sugli intrighi “controrivoluzionari” degli abitanti. Nel marzo del 1961, grazie ai CDR, 100.000 persone vengono interrogate e migliaia di esse arrestate; nel 1980 i CDR organizzano numerosi actos de ripudio, ovvero folle inferocite riunite sotto casa dell’oppositore che lanciano sassi, urlano insulti, imbrattano i muri di slogan castristi e che gridano: “Afuera, gusano!” (vieni fuori, verme!). Vittime ne furono anche il presidente del Comitato per i diritti umani, Ricardo Bofill e, nel 1991, il cristiano Oswaldo Payas Sardinas. Nel 1978 Castro approva la legge di “pericolosità predelittuosa”, ossia diventa crimine ogni pensiero che non sia conforme a quello del regime.

Ultimamente la situazione non è migliore. Ci sono 320 detenuti accusati di “pericolosità sociale”. Nel marzo 2003, 75 dissidenti, sommariamente processati, sono stati condannati ad un totale di 1.450 anni per reati d’opinione. Secondo Amnesty International, il 22 luglio 2005 le autorità cubane hanno arrestato oltre 50 manifestanti. Il 20% degli abitanti vive in esilio, quasi 2 milioni su una popolazione di 11. Dal 1959 ad oggi 100.000 persone sono passate nei lager, e tra le 15 e le 17.000 giustiziate.

Qualche simpatizzante del regime ricorda che nel precedente governo Batista era diffusa la corruzione. Qualcuno lo ritiene un valido alibi per giustificare i crimini che abbiamo descritto?

Il velo di ideologia steso sul comunismo cubano impedisce a molti di vedere la realtà, e l’Italia è capofila nell’idealizzazione del dittatore. In Italia Fidel Castro è considerato un uomo che ha fatto la Storia, insostituibile. Ma – dice la figlia di Castro, Alina, considerata a Cuba “nemico ideologico” – “questa gente non conosce la realtà cubana e farebbe meglio a vivere nel paese per un po’, prima di parlare”.

(da Fidel Castro, mon amour di Gabriele Vecchione su Europa Oggi)

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