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109 – La ‘destalinizzazione’

Il 6 marzo 1953 era morto Stalin, uno dei più grandi criminali della Storia, al cui confronto il pur criminale Adolf Hitler fa la figura di un bambino pescato con le mani nel barattolo della marmellata.

Ecco il testo del telegramma inviato in occasione della morte di Stalin da un certo Enrico Berlinguer – futuro segretario del PCI – nel 1953 presidente della Federazione mondiale della gioventù democratica:

“A nome tutta gioventù italiana, ispirandoci insegnamento immortale grande scomparso, assumiamo solenne impegno di dare tutte le nostre energie per tenere sempre alta la bandiera di Stalin”.

Tutto procedeva per il meglio sino al giorno in cui Krusciov, al XX Congresso del PCUS (14-26 febbraio 1956) ebbe la bella idea di denunciare parte dei crimini di Stalin, peraltro già noti da tempo in tutto l’occidente.

Durante la seduta a porte chiuse nell’ultimo giorno del congresso infatti, Krusciov, segretario del Partito Comunista, prese l’occasione per muovere un aspro rimprovero alla politica di Stalin. Ne denunciò il culto della personalità e tutta una serie di crimini commessi da lui e dai suoi collaboratori. Il discorso scioccò i delegati del congresso che dopo anni di propaganda sovietica erano convinti (si fa per dire) della grandezza di Stalin. Dopo un lungo dibattito il discorso venne reso pubblico nel mese successivo, ma il rapporto completo fu pubblicato solo nel 1989.

L’Unità, organo ufficiale del Partito comunista italiano, si astenne dal pronunciare un giudizio definitivo sulla figura di quello che fino al giorno prima era considerato un maestro del proletariato, anche se già andavano affermandosi le menzognere calunnie dei kruscioviani, i quali affermavano che il potere di Stalin era una deviazione dal pensiero di Lenin (N.d.R.: ma è falso; vedi capitolo precedente), e pur riconoscendone le innegabili realizzazioni, lasciarono aperta la questione se gli stessi risultati sarebbero stati raggiunti senza dover imporre al popolo russo (sovietico) gli stessi immani sacrifici, le stesse inenarrabili sofferenze”.

Scrisse Giuseppe Boffa:«Anche se fa di tutto per mostrarsi sereno, il segretario (Togliatti) – che fra l’altro non ha mai amato la verbosità sciamannata e un po’ confusionaria di Krusciov – è letteralmente fuori si sè. Dopo aver pilotato il suo partito, il più forte Partito comunista dell’Occidente (… e sono noti i consigli dati da Stalin a Togliatti – su richiesta dello stesso) sfuggendo a un’infinità di insidie e uscendo indenne dalla disfatta del 1948 e dalla crisi coreana, ora teme che, per l’irresponsabilità di un ucraino chiacchierone, tutto ciò che ha costruito finisca per crollargli addosso. Stalin è e resta per i comunisti Italiani il costruttore del primo Stato Socialista del mondo, e di pari passo le ‘conquiste’ del Socialismo in Urss sono indiscutibili, e il successo del Pci lo si deve dunque anche a Stalin e alla sua opera. Togliatti, teme che la denuncia del “culto della personalità” – con ciò che ne deriva, in termini politici, la ormai certa possibilità dell’affacciarsi, ancorchè nebuloso, dell’immagine di un regime dispotico – e che questo demoralizzi bruscamente le “masse” a cui il partito ha chiesto e ancora sta chiedendo cospicui sacrifici in nome della speranza in una società senza classi.»

Ritornato in Italia Togliatti, offre un’informazione contrastante – in bilico tra il dire e il non dire, e intessuta di allusioni e obliquità – che peraltro non soddisfa gli altri componenti del Cc, come Pietro Secchia (che verrà poi allontanato dalla segreteria) e Giancarlo Paietta. Quando poi il 4 luglio sul New York Times viene pubblicato il “rapporto segreto”, è evidente che Togliatti non può più tacere, fingere o sorvolare”. Occorre prendere posizione.

L’Unità del 4 luglio, su nove colonne titola “La risoluzione del Comitato centrale del PCUS sulle origini e le conseguenze del culto della personalità”; cioè una pagina intera interna con un titolo nel quale manca però il nome di Stalin.

Su “Nuovi Argomenti” Togliatti come Segretario del PC italiano, afferma che la critica al culto della personalità non deve significare “buttare a mare” tutto il passato; definisce il “culto” come il sovrapporsi di un potere personale alle istanze democratiche collegiali e lo identifica con l’accumularsi di fenomeni di burocratizzazione, violazione della legalità e degenerazione dell’organismo sociale; afferma che il processo di costruzione della società socialista va nella giusta direzione, anche se gli errori denunciati da Krusciov “non possono non avere seriamente limitato i successi della sua applicazione”. Quel “degenerazione” e l’intera intervista suscitò la reazione di Krusciov che gli fece pervenire una lettera (resa nota molti anni dopo).

L’intervista, il “rapporto”, i commenti dall’estero, le polemiche degli intellettuali, gli attacchi, fanno infuriare Togliatti. Un intervento critico sul comportamento del Segretario del deputato Onofri al comitato centrale del PCI viene bloccato, ma si trasforma su Rinascita in un articolo: Un’inammissibile attacco alla politica del PC italiano, e una nota di Togliatti stesso. Onofri sostiene che le difficoltà in cui si viene a trovare ora il Pc italiano, sta nel fatto di avere abbandonato Togliatti, a partire dal 1947, la linea della ‘via italiana al socialismo’ (lo dirà anche Amendola). Inoltre Onofri insinua che quella praticata (via italiana al socialismo) in Italia sia stata imposta a Togliatti dai sovietici. Togliatti replica, nega e rimprovera l’insinuazione.

Non erano ancora cessate le polemiche, quando nello stesso mese, il 28 giugno a complicare le cose, scoppia una rivolta di operai in Polonia.

Poi il 23 ottobre ha inizio la cosìdetta rivolta d’Ungheria.

Il 3 novembre l’Armata Rossa entra in Ungheria.

L’Unità esce con un titolo “Da una parte della barricata a difesa del socialismo” e indica la rivolta come “un putsch controrivoluzionario” della vecchia Ungheria “fascista e reazionaria”…”Un complotto del capitalismo internazionale”…”Una propaganda di agenti imperialisti”.

Passano poche ore, e centouno intellettuali del PCI, rivolgono un appello al Comitato del PCI a rinnovarsi; ritengono calunniosa la definizione data alla rivolta; e criticano i metodi coercitivi e illiberali dello “stalinismo” nel “partito di casa”.

Giolitti, Onofri, Diaz, Sapegno, Purificato, Crisafulli e molti altri senza far rumore (e oltre 200.000 iscritti) uscirono dal Pci l’anno seguente, Nergaville fu emarginato (ma non era quello che volò a Torino per calmare gli operai insorti, dopo l’attentato a Togliatti il 14 Luglio 1948?).

Togliatti all’ VIII congresso del Pci vince la battaglia contro i suoi critici, depreca i “ribelli” (li definisce “revisionisti di destra”), e tenta di rilanciare la strategia della ‘Via italiana al socialismo’. Inaugura il “policentrismo” (centri regionali) e rinnova profondamente gli organi dirigenti.

Togliatti si arrocca, non cede, crede di aver chiuso la partita, ma per molti è finito un idillio.

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