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42c – L’Italia verso la guerra

Gli industriali – ad esempio Alberto Pirelli – appoggiarono pubblicamente la nuova politica, e una moltitudine di voci si levò a chiedere vittoria, conquiste e il riconoscimento della leadership italiana nel mondo. (da ‘Le guerre del Duce’, pag.181)

Quando disse ch’era rimasto l’unico pacifista, Mussolini celiava; ma aveva completamente ragione nel percepire nell’opinione pubblica un enorme spostamento verso la convinzione che la Germania era prossima a vincere, e che l’Italia avrebbe fatto bene a schierarsi al suo fianco senza indugi. […] Folle di studenti marciarono per le vie di Milano fino alla sede del ‘Popolo d’Italia’, cantando gli inni della rivoluzione fascista e invocando la guerra. Almeno in pubblico, le voci esprimenti dubbio o incertezza furono pochissime, se pur ce ne furono, e il tesseramento del Pnf registrò un balzo in avanti senza precedenti. (da ‘Le guerre del Duce’, pag.263)

In seguito, il re e Badoglio insisterono entrambi sulla vigorosa opposizione da loro condotta contro l’entrata in guerra, e il secondo scrive di aver detto a Mussolini che si sarebbe trattato di un gesto suicida. […] Ma, oltre che un grande avaro, il re era un patriota, e non ostile all’idea di ampliare il suo regno. Pur essendo più equilibrato di Mussolini, e malgrado si rendesse conto dei pericoli in giuoco, non fece alcun passo serio per mantenere la neutralità dell’Italia, e fu probabilmente ben contento di prender per buono il giudizio del duce che la guerra si sarebbe presto conclusa con una vittoria. Quanto a Badoglio, avanzò certo qualche obiezione, ma non si dimise. Né si dimise alcuno degli altri generali o politici i quali in seguito dichiararono di aver compreso che la decisione di combattere avrebbe significato il suicidio del paese. Badoglio fu bensì consigliato da alcuni amici di rinunciare alla sua carica (data specialmente la sua notoria francofilia), ma non lo fece. Non solo, ma non tenne neppure testa a Mussolini con un minimo di energia e risolutezza. Aveva in passato dimostrato di essere un fascista ragionevolmente buono, e accettava il principio del ‘Credere, obbedire e combattere’. (da ‘Le guerre del Duce’, pag.267)

In realtà l’Italia si era venuta a trovare in una situazione molto difficile, poiché, il 16 gennaio, Londra aveva messo decisamente in crisi i buoni rapporti che si erano stabiliti, approfittando del blocco navale come minaccia per estorcere ciò che ai britannici premeva. In pratica gli italiani avrebbero dovuto acquistare in valuta, invece che 4, ben 8 milioni di tonnellate di carbone dalla Gran Bretagna, cosa impossibile per l’Italia, come era stato fatto chiaramente capire fin dal 29 dicembre, quando la richiesta, cioè, era già nell’aria. Il carbone tedesco, infatti, era acquistato non in valuta, ma in compensazioni: in frutta. La risposta britannica fu lapidaria: il carbone sarebbe stato pagato con 600-800 aerei, cannoni anticarro, batterie contraeree, munizioni, esplosivi, strumenti ottici per 15 milioni di sterline. Mussolini, per rispetto all’indipendenza italiana e per fedeltà all’alleato, rifiutò. Il 3 febbraio Londra modificò di poco la sua richiesta, il 9 poi Halifax, rendendosi conto che l’atteggiamento del suo governo, a prima vista scaltro, avrebbe potuto gettare definitivamente l’Italia nelle braccia della Germania, sperò di migliorare la situazione esprimendo vagamente il desiderio di un miglioramento dei rapporti bilaterali. La cosa naturalmente non bastò e i rapporti bilaterali peggiorarono, poiché Mussolini, contro il parere di Ciano e dì altri, rifiutò (e con molta dignità) ogni fornitura di materiale bellico. Al che l’ambasciatore britannico dichiarò che i presupposti per trattative commerciali erano crollati e minacciò il sequestro delle carboniere, che infatti fu preannunciato ufficialmente da Londra il 22. […] Il 5 marzo la prima carboniera italiana venne sequestrata e grande fu perciò il vantaggio morale quando la Germania annunciò, il 9 marzo, l’invio di [von] Ribbentrop a Roma per importanti comunicazioni. […] Lo stesso giorno in cui [von] Ribbentrop giungeva nella capitale italiana, la Gran Bretagna tentò di correre ai ripari, rendendosi finalmente conto dello sbaglio fatto: le carboniere sequestrate – che erano già tredici – vennero lasciate libere e Chamberlain dichiarò, alla Camera dei Comuni, che il sequestro era dovuto ad un ‘equivoco’ e chiedeva perciò ‘comprensione’ al governo italiano. (da ‘In nome della resa’, pag.37-39)

La lettera fu stesa ventiquattr’ore dopo la dichiarazione di Londra di voler rivedere le disposizioni del blocco riguardanti l’Italia, ma giunse in un momento particolarmente infelice, poiché l’11 maggio il ministro plenipotenziario Luca Pietromarchi, capo dell’ufficio della guerra economica presso il ministero degli Esteri, aveva inviato al Duce una pepata relazione sui danni economici e di prestigio che il blocco alleato, soprattutto britannico, aveva fino al 3 maggio causato all’Italia. Si trattava di una vera e propria filippica che, fitta di esempi, metteva chiaramente in luce i modi arbitrari e vessatori con cui gli autori del blocco operavano, i danni che le continue perdite di tempo ed i sequestri di navi e di merci provocavano alle ditte italiane e l’inaccettabile controllo alleato sulla posta italiana, contrario alla Convenzione dell’Aia del 1907, secondo cui la corrispondenza, anche quella diretta al nemico, è inviolabile. In pratica, dal 3 settembre 1939 al 3 maggio 1940, ben 857 fermi e dirottamenti dì navi mercantili italiane erano stati operati dalle potenze occidentali, nella maggioranza dei casi dalla Gran Bretagna, e non pochi nel Mediterraneo. Se si considera l’importanza che il concetto del prestigio nazionale aveva fino al 1945 ed in particolar modo nell’Italia imperiale e ancor di più in un uomo come Benito Mussolini, si è portati a giustificare la nostra entrata in guerra, tanto più che una simile situazione avallava la tesi della ‘prigione mediterranea’. (da ‘In nome della resa’, pag.45)

La guerra che incominciava, anche se oggi il discorso non piace, era nel pieno della tradizione risorgimentale e fu anzi definita la ‘Quinta Guerra per l’Indipendenza’. E proprio perché risorgimentale era imperialista, con le solite tesi ‘democratiche’ dell’imperialismo italiano, sempre buone per presentarlo in modo ‘innocente’. Così era stato nel 1915 e nelle guerre coloniali del 1895, del 1911 e del 1935. Giustamente Golo Mann fa notare che ‘il grido per Roma e per Venezia si mutò e continuò a risuonare altisonante per il Trentino prima, poi per il Tirolo e la Dalmazia, quindi per la Savoia, per la Corsica, per il grande impero africano’… un crescendo che non ci permette dì condannare Mussolini senza condannare Cavour, il cui ‘costituzionalismo’, in ultima analisi, era nient’altro che la volontà di essere lui il re al posto dì Vittorio Emanuele II. (da ‘In nome della resa’, pag.49)

Vi furono manifestazioni di entusiasmo, cosa che non era avvenuta né in Gran Bretagna, né in Francia, né in Germania, e la guerra non fu solo accettata, ma l’accettazione fu accompagnata da un consenso che, sebbene destinato a durare pochi mesi, ci fu. (da ‘In nome della resa’, pag.52)

Popolo e classe dominante avevano accettato la guerra ed esaltati dai sorprendenti successi dell’alleato germanico nella stragrande maggioranza si erano presto convinti di una rapida vittoria: l’imprecazione ‘Dio stramaledica gli inglesi’ che ogni sera Mario Appelius lanciava dai microfoni della radio di Stato, non disturbava che pochi e diligentemente, su lettere e cartoline, come desiderava il Duce, si scriveva, oltre all’anno dell’era fascista, a mo’ di saluto la parola ‘Vincere’. L’accettazione della guerra si era rivelata poi un ottimo affare per gli industriali. Roberto Battaglia, storico comunista, ci racconta che prima della guerra d’Etiopia, nel 1935, il capitale della Montecatini ammontava a 300 milioni di lire, ma era già passato a 1.300 milioni alla vigilia della seconda guerra mondiale e nel 1942 raggiungeva ormai il livello di 2.500 milioni! I rovesci militari ruppero questa unità tra popolo e classe dominante: la massa degli italiani continuò a trascinarsi il peso della guerra con rassegnazione, mista ad una buona dose di mediterraneo fatalismo, mentre il panico si impossessò dei ceti che avevano in mano le chiavi della politica, dell’industria e dell’alta finanza, che nella sconfitta vedevano compromessi i loro interessi. Tanto bastò perché costoro si predisponessero per tempo a prendere le distanze dal regime dal quale fino ad allora avevano ricevuto tranquillità e benessere. Nei ceti popolari il regime era ancora forte, o almeno tale era considerato, ed un’opposizione antifascista era praticamente inesistente, tale non potendosi considerare gli sparuti gruppi clandestini, soprattutto comunisti. (da ‘In nome della resa’, pag.286)

La testimonianza di Montanelli disegna che cosa ribolliva nella capiente pentola romana, dove la guerra aveva interrotto il feeling tra il regime e il generone di aristocratici, arrampicatori, profittatori. Costoro, con l’esperienza accumulata in millenni di caput mundi, annusavano che gli anni belli erano finiti e che la Storia si apprestava a presentare il conto. I fascisti assumevano i vecchi connotati di buzzurri in camicia nera, dai quali era il caso di prendere le distanze. Tornavano di moda i gentlemen e i loro pallidi imitatori. (da ‘Arrivano i nostri – 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia’, pag.46-47)

Il 10 giugno del ’40 Vittorio Emanuele III aveva sì dichiarato guerra alla Gran Bretagna, ma aveva mantenuto i depositi di famiglia presso la banca dei suoi amici ebrei e massoni. […] Cosi i ragazzi italiani della generazione sfortunata – i nati fra il 1912 e il 1922 – furono mandati in guerra da un re che contribuiva con i propri soldi a fabbricare e acquistare le armi con le quali sarebbero stati uccisi. (da ‘Arrivano i nostri – 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia’, pag.79)

Il generale Valle aveva messo a punto un siluro capace di funzionare con lancio da ottanta metri, distanza per i tempi notevolissima. L’Inghilterra, la Svezia e la Germania avevano cercato in ogni modo di carpirne i segreti. Con la stipula del Patto d’Acciaio fra Berlino e Roma, la Luftwaffe aveva ordinato trecento siluri muniti dei famosi dispositivi di lancio alla Whitehead di Fiume. Neppure questa commessa era bastata a ridestare l’interesse dei vertici militari. (da ‘Arrivano i nostri – 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia’, pag.124)

Il grossolano comportamento britannico nei confronti di Mussolini rinforzò la posizione di Hitler nell’Asse. Per costringere Mussolini a prendere sul serio le sue trattative commerciali con la Gran Bretagna, all’inizio di marzo Londra impose il blocco navale sulle importazioni italiane di carbone. Hitler si fece avanti immediatamente con l’offerta di un milione di tonnellate di carbone al mese e chiese un incontro col Duce. (da ‘La guerra di Hitler’, pag.340)

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