Ricordare…

42d – L’8 settembre

«Italiani! Per ordine di Sua Maestà il Re Imperatore, assumo oggi il governo militare del paese con pieni poteri. La guerra continua a fianco dell’alleato tedesco. L’Italia, duramente colpita nelle province invase, le città distrutte, mantiene la parola data, gelosa custode della sua tradizione millenaria. Si serrino le file intorno a Sua Maestà il Re Imperatore, immagine vivente della patria ed esempio per tutti. L’ordine che ho ricevuto é chiaro e preciso e sarà eseguito scrupolosamente, e chiunque nutra illusioni di poter alterare i normali sviluppi o di tentare di turbare l’ordine pubblico sarà punito inesorabilmente. Viva l’Italia, viva il Re. Firmato: maresciallo d’Italia Pietro Badoglio».

[…] Il popolo italiano e i tedeschi la pensavano allo stesso modo circa il proclama di Badoglio: non ci credeva nessuno. (da ‘La guerra inutile’, pag.118)

I tedeschi e gli angloamericani avevano in comune la convinzione che il re Vittorio Emanuele III e il suo nuovo primo ministro fossero cospiratori consumati e opportunisti, il cui interesse principale non era il bene del popolo italiano bensì la sopravvivenza di Casa Savoia. […] La resa dell’Italia era destinata a venire ricordata come uno degli episodi più strani e mal gestiti nella storia della guerra moderna. Gli italiani volevano la botte piena e la moglie ubriaca: intendevano arrendersi, cambiare schieramento e diventare cobelligeranti degli Alleati. […] Gli italiani erano convinti di aver dimostrato il loro valore per il semplice fatto che avevano scaricato Mussolini. (da ‘La guerra inutile’, pag.119)

L’8 settembre, il giorno fissato per l’arrivo a Roma delle forze aerotrasportate, gli italiani ebbero un ripensamento imprevisto. Via radio il maresciallo Badoglio inviò un messaggio: ‘In seguito ai cambiamenti della situazione, nettamente peggiorata, e per la presenza di forze tedesche nell’area di Roma, non é più possibile dare l’annuncio dell’armistizio perché la capitale verrebbe occupata e il potere sarebbe assunto con la forza dai tedeschi. L’operazione (relativa alla divisione aerotrasportata) non é più possibile perché non dispongo delle forze necessarie per garantire gli aeroporti’. La verità era che, dopo la firma della resa, il comando supremo italiano non aveva fatto nulla. (da ‘La guerra inutile’, pag.151)

La loro prima preoccupazione è quella di tranquillizzare i tedeschi. Un messaggio reale invita ogni italiano a riprendere ‘nell’ora solenne che incombe sui destini della patria … il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione deve essere consentita’. Il proclama di Badoglio è ancora più netto: ‘La guerra continua. L’Italia duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni… La consegna ricevuta è chiara e precisa: sarà scrupolosamente eseguita e chiunque si illuda di intralciare il normale svolgimento, o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito’. Cominciava così l’assurdo e tragico balletto di una classe dirigente, che sostituitasi al fascismo non osava cambiare apertamente di campo, profferendo promesse ai tedeschi che non voleva mantenere, e rinchiudendo gli italiani che anelavano alla pace nella spietata morsa dello stato d’assedio. (da ‘I disperati’, pag.285)

Gli italiani, alle 19,30, apprendono dalla voce di Badoglio dell’avvenuta firma dell’armistizio, in conseguenza del quale ‘ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza’. L’ambiguità e la vigliaccheria del gruppo dirigente legato a casa Savoia trovano in queste parole il loro apice. Anche nel momento supremo si rifiutava di dire con chiarezza che i nuovi nemici erano diventati i tedeschi e si trascurava l’apporto del popolo italiano alla svolta politico-militare. Le conseguenze di quell’armistizio mal preparato e peggio eseguito sono tristemente note. Badoglio, i principali componenti di casa Savoia e i capi di Stato maggiore delle tre Armi fuggono nella notte da Roma verso Pescara, dove una nave li porterà in salvo a Brindisi. Gli organismi militari, privi di ordini precisi e ormai in stato di coma, si dissolvono in uno dei più clamorosi crolli nella storia di ogni tempo. A ciascun comandante di unità, grande e piccola, ad ogni combattente venivano rimesse le scelte individuali. Sarebbe stato un fuggi fuggi generale, con poche coraggiose eccezioni. Settecentomila soldati italiani cadono prigionieri dei tedeschi, i quali, superato il primo momento di sbalordimento, procedono rapidamente all’occupazione di tutto il paese. (da ‘I disperati’, pag.294-295)

Il Re, seguendo il suo primo ministro, abbandonava i cinque sesti del popolo italiano alla più tragica delle sorti nelle mani dell’alleato di ieri, divenuto nemico. Nessuno allora avrebbe potuto perentoriamente affermare che la Germania avesse già perduta la guerra. E se l’avesse vinta, chi avrebbe potuto placarne la vendetta? La prospettiva di una tale rovina non poteva certamente sfuggire all’attenzione degli autori dell’armistizio, che si ridusse a una vera ‘capitolazione’ con l’implicita accettazione della ‘resa incondizionata’, come conseguenza della dichiarata ‘sconfitta’, mentre ben diversamente l’armistizio avrebbe potuto essere negoziato. (da ‘Una vita per l’Italia’, pag.152)

Era la prima volta che li vedevo. Il Rahn affrontò subito il tema del tradimento perpetrato con diabolico machiavellismo dal Badoglio. Recatosi nella stessa giornata dell’8 dal Re e dal Maresciallo capo del governo per presentare le credenziali, aveva avuto dall’uno e dall’altro le più ampie assicurazioni che l’Italia, tenendo fede al patto d’alleanza, avrebbe continuata la guerra a fianco della Germania, così come Badoglio aveva annunziato alla radio il 25 luglio. Soggiungeva che questi, nell’atto di salutarlo e stringendogli le mani, commosso quasi alle lacrime, gli aveva detto: ‘Sono uno dei tre più vecchi Marescialli d’Europa: Von Mackensen, Pétain, Badoglio. Potete pensare che manchi alla mia parola di soldato?’. Il Rahn non nascondeva oltre tutto il suo risentimento per lo scacco personale subito. (da ‘Una vita per l’Italia’, pag.171-172)

Durante tutte le discussioni che si sono svolte a Lisbona, Castellano e gli altri Italiani hanno parlato molto e diffusamente dell’onore dell’Italia, benché nello stesso momento in cui parlavano di onore si compiacessero a descrivere senza vergogna come avessero dato lo sgambetto a Grandi e come aspirassero a fare un completo voltafaccia abbandonando l’Asse e diventando Alleati delle Nazioni Unite!. (da ‘Una vita per l’Italia’, pag.194)

Soltanto molto tempo dopo furono conosciuti i particolari della trattative che portarono all’armistizio. Quello che fu ben presto noto era il fatto che, subito dopo l’annuncio dell’armistizio dato via radio alla Nazione, il re, Badoglio e i membri del governo del Regno d’Italia avevano abbandonato precipitosamente Roma diretti al Sud, lasciando senza risposta chi disperatamente chiedeva ordini. (da ‘J.V.Borghese e la X MAS’, pag.26)

Solo un uomo sapeva esattamente quale fosse la vera portata del voto del Gran Consiglio: Dino Grandi. Raggiunto a piedi Palazzo Montecitorio, egli apprese dal marchese Mario Zamboni, che fungeva da collegamento tra lui ed il duca Acquarone, che questi da più ore lo attendeva rifugiato nella propria automobile, nella vicina Via Velichi. Grandi raggiunse subito il ministro della Real Casa e, seduti per tre ore in quello scomodo rifugio, lo ragguagliò sulla riunione e gli consegnò l’ordine del giorno con le firme dei ‘frondisti’. Espresse quindi quanto a suo giudizio, andava immediatamente fatto. Con folle cinismo, prevedendo quale sarebbe stata la reazione di Hitler ed allo scopo di neutralizzare le decisioni di Casablanca sulla resa incondizionata, egli propose di dichiarare guerra alla Germania e di prendere immediato contatto con gli angloamericani, in modo che, al momento dello sbarco nell’Italia continentale, forze armate e popolo si sarebbero già trovati in guerra contro i tedeschi. […] Richiesto da Acquarone che cosa ne pensasse di Badoglio a capo di questo nuovo governo, Grandi, scandalizzato, ricordò il di lui servilismo verso Mussolini e la di lui responsabilità per la guerra perduta. Così concluse: ‘E l’ultimo uomo al mondo che potrebbe suscitare la fiducia del re e del popolo, è la peggiore scelta come capo del governo in assoluto!’. Il piano dì Dino Grandi non trova giustificazioni. Sì pensi non solo a tutti i soldati tedeschi che erano morti in Africa ed in Sicilia – a causa della guerra italiana – nella sincera convinzione di difendere anche l’Italia, ma pure a tutte le batterie contraeree forniteci per proteggere le nostre città. E non basta. Dal 1940 al 1943 il Reich aveva fornito all’Italia 40 milioni di tonnellate di carbone, 2,5 milioni di tonnellate di materiale metallico, 22.000 tonnellate di buna (gomma sintetica che prendeva il nome della fabbrica, la Runa Werke), 220.000 tonnellate di carburante per aerei, 421.000 tonnellate di petrolio greggio… ecc., ecc. Il lettore saprà di certo trovare il nome giusto per il tanto decantato ‘piano Grandi’! (da ‘In nome della resa’, pag.306)

Per tutti gli italiani la caduta del regime mussoliniano avrebbe dovuto coincidere con la immediata fine delle ostilità, ma non fu cosi e Badoglio ci spiega il perché: ‘Ripeto’ egli scrive, ‘e ciò con convinzione assoluta, che una dichiarazione da parte dell’Italia, di cessazione delle ostilità, non avrebbe avuto altro risultato che questo: immediata occupazione di tutto il paese da parte delle truppe tedesche, immediata sostituzione del governo con un governo nazifascista…’. Le parole del maresciallo sono convincenti, tanto più che una dichiarazione unilaterale da parte dell’Italia non sarebbe stata accettata dagli angloamericani, i quali avrebbero imperterriti continuato la loro guerra. Né si poteva realmente pensare di dichiarare di punto in bianco guerra alla Germania, poiché (a prescindere dalle considerazioni morali) non esisteva neppure un piano per attaccare le forze tedesche. Sotto questo profilo Badoglio si dimostrò più realista di Grandi, ma viene spontanea la domanda: quarantacinque giorni dopo, quando il maresciallo dichiarò la cessazione (concordata) delle ostilità, il risultato cambiò? O anzi fu peggiore, visto che le divisioni tedesche continuavano ad affluire e le dichiarazioni di fedeltà italiane (che più quelle affluivano più si infoltivano) aggravarono la rabbia tedesca al momento che i dirigenti italiani dovettero gettare la maschera?! In effetti è lecito domandarci se Vittorio Emanuele III non avrebbe fatto meglio a tenere artificialmente in vita il regime mussolinìano, riconfermando il Duce, ma solo per costringerlo a sganciare l’Italia dall’alleanza con la Germania. Hitler ne aveva incassate tante da Mussolini: basti pensare alla ‘non belligeranza’ o all’avventura greca. Solo un uomo poteva fargli digerire anche lo sganciamento dell’Italia: il suo amico Mussolini. E se l”amico’ fosse divenuto ‘nemico’, si sarebbero risparmiate all’Italia almeno la spaccatura in due e la lotta fratricida. (da ‘In nome della resa’, pag.314)

Nella confusa e pericolosa situazione in cui versava l’Italia, il nuovo governo fu il governo più illogico che si potesse creare: privo di una giustificazione ideologica, senza un programma politico, incapace di continuare la guerra, titubante nel fare la pace, esso si rivelò solo per quello che era, una forza militaresca impregnata di disciplina da caserma. In pratica un ‘fascismo antifascista’! […] Venne proclamato il coprifuoco dal tramonto all’alba, provvedimento cui neppure la dittatura mussoliniana era mai ricorsa, vietate le riunioni in luogo pubblico di più di tre persone, proibite dimostrazioni e interdetto il volantinaggio, censurata la stampa, sottoposte le autorità civili all’autorità militare. Le automobili non poterono più circolare e, nelle ore notturne, i portoni delle case dovettero restare aperti. A Roma le sedi ministeriali (la sede di Badoglio era il Palazzo Viminale, che ospitava il ministero degli Interni) e le residenze dei nuovi governanti vennero circondate dalle truppe e da cavalli di Frisia. Il 27 luglio il generale Mario Roatta, capo di di Stato Maggiore dell’esercito, emanò una circolare con la quale ordinava dì passare per le armi chiunque ‘perturbasse l’ordine pubblico’ e anche coloro che ‘avessero abbandonato il posto di lavoro’. Il 31 luglio, infine, la polizia venne militarizzata. Simili, severissimi provvedimenti ebbero il loro doloroso strascico. Già il 28 luglio, a Reggio Emilia, i bersaglieri spararono ai dimostranti, che lamentarono 9 morti e decine di feriti. Lo stesso giorno a Bari furono uccise 23 persone e 60 ferite, che marciavano in corteo con intenti pacifisti. A Torino il generale Enrico Adami-Rossi ordinò il fuoco contro operai che protestavano (alcuni al grido di ‘Viva Badoglio’) e fece finire con un colpo alla nuca i feriti, provocando, col suo gesto, la reazione dell’intera città, che proclamò uno sciopero terminato senza spargimento di sangue, solo per rimerito delle autorità civili, ma con 400 condanne a lunghe pene detentive. In totale, dalla caduta dì Mussolini all’annuncio dell’armistizio, si ebbero tra dimostranti, scioperanti e riottosi, 93 morti e 536 feriti. Inoltre, secondo un calcolo del giornalista Raggerò Zangrandi, 3.500 persone furono condannate a pene detentive e non meno di 30.000 poste in stato di fermo. Dulcis in fundo ricorderemo che, per non urtare Hitler, furono mantenute pure le leggi razziali! In pratica il governo Badoglio riversò la sua energia contro gli italiani stessi e, in quarantacinque giorni, fece quanto il governo Mussolini… non aveva fatto in oltre vent’anni. (da ‘In nome della resa’, pag.314-315)

Incurante di tutto ciò, il 31 luglio, come si è detto, in una riunione al Quirinale, presenti Badoglio, Acquarone, Ambrosio e Guariglia, il re, con grande disinvoltura, diede il suo assenso di prendere contatto con gli Alleati ed il 1° agosto si decise di inviare a Lisbona il consigliere Blasco Lanza d’Ajeta. […] il 4 agosto si abboccò con Sir Ronald Campbell, ambasciatore britannico a Lisbona affermando di aver comunicazioni importanti da parte del governo italiano. Con scandalizzata sorpresa di Campbell, egli propose la conclusione immediata di un’alleanza militare tra l’Italia e gli Alleati, poiché il suo governo sin dall’inizio, come era desiderio del popolo, voleva porre fine alla guerra ma la presenza dei tedeschi impediva la realizzazione di questo piano. Secondo Josef Schròder, d’Ajeta diede, a questo punto, informazioni sulla dislocazione e la forza delle truppe tedesche in Italia e non esitò a dire che Roma era, per aiutare gli Alleati, disposta a dichiarare guerra al Reich. […] Inoltre d’Ajeta, per impressionare il suo interlocutore, affermò: ‘I fascismo è morto e l’Italia è divenuta rossa da un giorno all’altro. Se i bombardamenti [alleati] fossero continuati ci sarebbe stata a Roma una rivolta popolare con la conseguenza che i tedeschi, che avevano già minacciato dì usare i gas, si sarebbero impadroniti del potere e avrebbero fatto una strage… Bisognava aiutare il governo italiano a porre termine alla propaganda antibadogliana’. Con simili pretese, per giunta incoerenti (da un lato si voleva finire la guerra, dall’altro si voleva dichiarare guerra all’alleato), la missione di d’Ajeta sì concluse in un disastro ed affondò nel sarcasmo. Gli Alleati ritennero che gli italiani considerassero una pace con loro così poco importante, da non inviare una persona qualificata, e si reputassero in grado di imbrogliare tanto gli Alleati quanto i tedeschi, con la pretesa di aprire trattative sulla base dell’uguaglianza… oltretutto senza essere neppure in grado di mettere ordine in casa propria. […] La reazione anglo-americana era più che logica. Il re e Badoglio erano, infatti, le persone meno adatte per far credere agli Alleati che l’Italia si fosse decisa a prendere contatto con loro per essersi convinta della bontà della causa delle democrazie e non per mero opportunismo. (da ‘In nome della resa’, pag.325-326)

Cosi non fu ed anzi, incredibilmente, si richiesero nuove divisioni tedesche: un bluff per convincere la Germania della propria fedeltà oppure un perfido tentativo per permettere agli Alleati di catturare o di annientare quelle divisioni, tagliando loro, al momento giusto, ogni via di fuga? Quale sarebbe oggi il nostro giudizio, se la Germania avesse trattato segretamente con l’Unione Sovietica come dare in pasto ai sovietici le divisioni italiane dell’ARMIR? E proprio l’offrire le divisioni tedesche (i cui soldati, non dimentichiamolo, erano realmente convinti di venire in Italia per difenderla) su un vassoio agli Alleati era lo scopo perseguito dai negoziatori italiani. (da ‘In nome della resa’, pag.329)

Le istruzioni verbali, che Castellano ricevette, furono: ‘Cercare di abboccarsi con gli ufficiali dello Stato Maggiore anglo-americano, esporre la nostra situazione militare, sentire quali sono le loro intenzioni e soprattutto dire che noi non possiamo sganciarci dall’alleato senza il loro aiuto. Consigliare uno sbarco a nord di Roma ed un altro in Adriatico: uno sbarco a nord di Rimini risolverebbe da solo la situazione, perché i tedeschi, minacciati sul fianco delle proprie linee di comunicazione, sarebbero costretti a ripiegare dall’Italia centrale a difesa dei passi alpini’. Queste assurde istruzioni, che non tenevano in alcun conto l’idea fissa degli Alleati, la resa incondizionata, si soffermavano su consigli strategici ad un avversario vincitore, tra cui quello letteralmente ridicolo di uno sbarco a nord di Rimini (che la dice lunga sulla preparazione militare di Vittorio Ambrosio!), e ripetevano per l’ennesima volta l’errore di impostazione già commesso da d’Ajeta e da Berio. Con esse e provveduto di un laconico biglietto, ‘Vi prego di ricevere il latore’, di Osborne al collega di Madrid, Sir Samuel Hoare, Castellano, camuffato da commendator Raimondi, agente di cambio, si mise in viaggio e, dopo quattro giorni, arrivò a Madrid. (da ‘In nome della resa’, pag.331)

Il generale Castellano, tutto preso dal pensiero di indurre gli interlocutori ad accettare il punto di vista del governo italiano, alleanza si, resa no, non si soffermò sui due punti chiave del discorso di Bedell-Smith: ‘termini dell’armistìzio militare’ e ‘spiegazioni aggiuntive alle condizioni d’armistizio’. Ad un diplomatico sperimentato ciò non sarebbe sfuggito, avrebbe subito capito che esisteva qualcosa d’altro che, al momento, non si voleva far presente e, con la dovuta abilità, avrebbe chiesto legittime spiegazioni. (da ‘In nome della resa’, pag.334)

Le trattative, condotte da delle persone a dir poco pietose e da dirigenti più preoccupati di crearsi una tardiva ‘verginità’ politica, che di preservare l’Italia dai guai, erano state impostate male fin dall’inizio, poiché l’agognata ‘alleanza militare’ e la richiesta di sbarchi alleati erano inconciliabili con il desiderio del popolo di porre fine alla guerra. Erano, semmai, un invito a proseguirla, anche se stavolta, per l’Italia, si sarebbe trattato di una guerra non più con la Germania, ma contro la Germania. […] Il maresciallo Alexander, al momento di discutere i dettagli della collaborazione militare italiana, premise subito che l’Italia non sarebbe potuta divenire alleata delle Nazioni Unite dopo una così lunga guerra e che la sua collaborazione doveva ridursi al sabotaggio. (da ‘In nome della resa’, pag.343)

Con l’armistizio l’Italia si impegnava ad uscire militarmente di scena, lasciando però che Alleati e tedeschi continuassero a combattersi sul suolo italiano, dato che la resa italiana non poneva termine, come invece sarebbe stato logico, alle operazioni militari. Se poi, durante queste, le forze angloamericane avessero bombardato le città italiane dal cielo, dal mare o, una volta sbarcate, da terra, uccidendone gli abitanti, l’Italia avrebbe dovuto assistervi passivamente. […] Sarebbe bene però precisare a questo punto che anche un lancio di paracadutisti (o addirittura uno sbarco) nei pressi della capitale non avrebbe salvato dalla vendetta tedesca i soldati e i civili che si trovavano nell’Alta Italia (territorio il cui destino evidentemente non interessava ai dirigenti installati a Roma), per non parlare delle truppe italiane in Provenza e nei Balcani e dei lavoratori italiani in Germania. Di tutti costoro il governo italiano se n’era lavato le mani e cosi pure il Comando Supremo. (da ‘In nome della resa’, pag.344)

Eisenhower, al punto in cui era, non poteva rimandare lo sbarco e l’armistizio era per lui la maggiore garanzia possibile che le corazzate italiane dislocate alla Spezia non l’avrebbero intralciato. Inoltre aveva tutti i diritti a non fidarsi neppure lui degli artefici di ciò che Montgomery avrebbe definito ‘il più grande tradimento della Storia’. (da ‘In nome della resa’, pag.353)

Badoglio il 3 settembre, il giorno della firma dell’armistizio, lo aveva impressionato, dicendogli con fierezza: ‘Io sono il maresciallo Badoglio; appartengo con von Mackensen e Pétain al gruppo dei tre più anziani marescialli d’Europa. La sfiducia del governo del Reich nei confronti della mia persona è per me incomprensibile. Ho dato la mia parola e mantengo fede ad essa!’. (da ‘In nome della resa’, pag.358)

Ma l’armistizio firmato dall’Italia non era un reciproco accordo per la cessazione delle ostilità, poiché esse venivano continuate da parte anglo-americana e, dato che si trattava di una resa incondizionata, l’Italia, assoggettandosi a qualsiasi imposizione del vincitore, veniva automaticamente catapultata in campo alleato. Molti articoli dell’armistizio contenevano in sé, già programmato, il conflitto con la Germania: si prevedeva infatti di consegnare immediatamente ai comandanti alleati tutti i prigionieri di guerra o gli internati delle Nazioni Unite, di mettere a disposizione del Comando Supremo alleato la flotta mercantile italiana, tutti i porti, tutti gli aeroporti (vale a dire anche quelli più vicini al confine tedesco) e, punto fondamentale, si dava la garanzia che, in caso di necessità, tutte le forze armate disponibili sarebbero state impiegate per ottenere l’esatta esecuzione delle condizioni armistiziali. A tutto ciò si aggiungeva la volontà del governo italiano, espressa fin dal primo abboccamento con gli Alleati, di schierarsi al fianco di questi ultimi. Badoglio lo dice chiaramente nelle sue memorie: ‘Con un armistizio così duraturo, l’Italia non sarebbe stata più trattata come una Nazione nemica (sic!), ma come una Nazione che aveva solennemente dichiarato e scritto di fare subito causa comune con gli anglo-americani’. (da ‘In nome della resa’, pag.371)

Alle 5,10 del 9 settembre la colonna reale, su sette automobili senza scorta, lasciò il cortile del ministero della Guerra. Al momento di salire sulla sua grigioverde FIAT 2800, il sovrano volle assicurarsi da Badoglio se aveva dato tutti gli ordini, ricevendone risposta affermativa; pochi minuti prima, alla domanda di Ambrosio se aveva ordini da lasciare, l’ermetico maresciallo aveva detto di no. […] Frattanto a Roma la notizia della partenza del re aveva provocato un precipitoso inseguimento della colonna reale da parte di numerosi alti ufficiali, cosi che a sera la città di Pescara pullulava di generali. Era chiaro che tutta questa marea di gente non avrebbe potuto imbarcarsi sulla piccola corvetta, e pertanto Ambrosio, su sollecito dell’ammiraglio De Courten, comunicò solo ad alcuni di essi di proseguire di nascosto verso Ortona a Mare. La voce però si sparse e, alla mezzanotte, oltre 50 automobili scaricarono nello stretto piazzale del porticciolo più di 200 generali, alcuni dei quali, come precisa Davis, con attendente ed autista. (da ‘In nome della resa’, pag.374)

La giornata del 9 settembre trovò le forze italiane, impegnate attorno a Roma, coinvolte in scontri confusi e prive di un qualsiasi comando coordinatore: al mattino il colonnello Giorgio Salvi, capo di Stato Maggiore del corpo motorizzato, piangendo esclamò: ‘Siamo abbandonati da tutti!’. E aveva ragione. Anche il comandante del corpo, generale Carboni, era fuggito in abito borghese con il tesoro del SIM (oltre mille sterline e in più lire per 130.000 dollari). (da ‘In nome della resa’, pag.375)

La delegazione anglo-americana – composta dal generale Harold R. Alexander, dal generale Walter B. Smith, dal brigadiere generale William K. Strong e dal commodoro Royer M. Dick – discute con Castellano le clausole della resa ma i colloqui si bloccano quando ci si accorge che il generale non ha ricevuto dal governo la delega alla firma dell’armistizio. La situazione è complicata dall’esistenza di due diversi documenti: il cosiddetto short armistice o ‘armistizio corto’ e il long armistice o ‘armistizio lungo’; quest’ultimo, preparato da Roosevelt e Churchill, contiene clausole politico-economiche della resa talmente dure, da farne secretare il testo sino al novembre 1945. Per una commedia degli equivoci alcuni negoziatori italiani conoscono il primo documento e altri il secondo: così accade anche a Cassibile. Dopo una rapida e gelida discussione l’aereo riparte verso Roma con due nuovi passeggeri, il generale Giacomo Zanussi dello stato maggiore dell’Esercito e il tenente Raimondo Lanza del SIM, provenienti da Lisbona col testo dell”armistizio lungo’. Castellano e Zanussi si guardano in cagnesco: ‘tra i due generali spira aria di tempesta’; Zanussi è un uomo di Carboni e i rapporti del capo del SIM con Castellano sono pessimi. Questo il retroscena dell’incontro siciliano, segnato da una diffidenza ai vertici dell’apparato militare monarchico che avrà conseguenze nefaste: quando Castellano e Zanussi s’incontrarono, il 31 agosto, il secondo aveva in tasca l”armistizio lungo’ e cercò d’informarne il collega. Questi tagliò corto, dicendo che sapeva già tutto (ma pensava, evidentemente, all”armistizio corto’). Zanussi intese invece che si riferisse a quello lungo, nella legittima presunzione che fosse stato consegnato in precedenza anche a Castellano, che era il principale negoziatore. Così, quando i due generali italiani iniziarono poco dopo le conversazioni con i delegati alleati, Castellano discuteva in base all’armistizio corto e Zanussi era convinto che egli e quindi il governo di Roma fossero al corrente anche di quello lungo e lo avessero accettato. Le estenuanti trattative culminano il pomeriggio del 3 settembre con la sottoscrizione, a Cassibile, dei 12 punti dell”armistizio corto’ da parte di Castellano; l’ufficiale è sconcertato quando, dopo la firma, riceve il testo dell”armistizio lungo’: eguale sorpresa manifestano i suoi interlocutori, poiché quel documento è dato per conosciuto da parte italiana essendo da tempo in possesso di Zanussi. (da ‘Guerra di spie – I servizi segreti fascisti, nazisti e alleati 1939-1945’, pag.164-165)

Se così fosse, di lì a poche settimane diventerà anche farina del sacco di Vittorio Emanuele e diventerà realtà con l’invasione della Sicilia. A corte non fanno affidamento sull’aviazione e richiedono l’intervento della RAF per contrastare tedeschi e italiani: siamo alle avvisaglie della guerra civile. Fanno, viceversa, affidamento sulla marina, animata da una fiera avversione nei confronti della Germania. (da ‘Arrivano i nostri – 10 luglio 1943: gli Alleati sbarcano in Sicilia’, pag.89)

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