Ricordare…

027 – Morte di un partigiano

Il primo partigiano a entrare in Reggio Emilia, alle 16.30 del 24 aprile 1945, fu un cattolico: Giorgio Morelli, nome di battaglia ‘Il Solitario’.

Si era fatto prestare una bicicletta da donna da Ermanno Dossetti (fratello del più noto futuro deputato-monaco Giuseppe) ed a cavallo dello scalcagnato mezzo si era spinto nella città ormai quasi abbandonata dai tedeschi. Issato il tricolore sul balcone del municipio.

Reggio ‘la rossa‘ liberata da un ‘bianco‘… O da una ‘Fiamma verde‘, se si preferisce: tale era infatti la denominazione delle formazioni partigiane cattoliche attivissime nel Reggiano, dove furono comandate addirittura da un coraggioso e lungimirante sacerdote, don Domenico Orlandini detto ‘Carlo‘.

Così la montagna a Reggio era ‘verde‘, la pianura invece ‘rossa‘: ovvero sottoposta al controllo delle locali Brigate Garibaldi, guidate dal commissario politico ‘Eros‘ Didimo Ferrari. E l’esplicita dialettica tra le due anime della resistenza non attese certo la liberazione per manifestarsi.

Dopo il 25 aprile, tuttavia, i nodi – fin allora dipanati attraverso la mediazione del comando militare unico – vennero al pettine delle rispettive direttive ideologiche. Che per i comunisti sembravano assolutamente chiare e già erano state inculcate con capillare lavoro politico fin dalla clandestinità; mentre infatti i quadri superiori del Partito raccomandavano (come in questa direttiva del novembre 1944) di mantenere l’unità ‘colle masse cattoliche‘ e ‘ricordarsi sempre che l’insurrezione che noi vogliamo non ha lo scopo di imporre trasformazioni sociali e politiche in senso socialista e comunista‘, nel dettaglio era ben viva la sensazione che – subito dopo la fine del regime – i comunisti avrebbero usato le medesime armi per occupare il potere.

Così, se ‘Eros‘ protesta contro la scarsa opportunitò di potenziare le Fiamme Verdi, il battagliero ‘Carlo‘ fa sapere in giro che ‘se i comunisti scateneranno la rivoluzione, le formazioni montanare armate di cristiano-sociali piomberebbero loro alle spalle‘. Lo stesso Giuseppe Dossetti, che pure di nome di battaglia faceva ‘Benigno’ e che nel dopoguerra sarà tra i democristiani più aperti alle sinistre, deve più volte stigmatizzare i metodi scorretti dei combattenti comunisti ‘per l’intensificarsi delle azioni arbitrarie di rapina… per l’aumentare delle uccisioni arbitrarie e senza controllo di pretese spie‘.

Ma proprio ‘Il Solitario‘ era destinato ad essere prima il testimone, poi il martire delle stragi comuniste. Morelli (di famiglia molto cattolica: un fratello diventerà prete, una sorella missionaria) a 19 anni è l’anima del giornale partigiano La Penna, che uscirà solo per 4 numeri tra marzo e aprile del 1945, suscitando subito la massima riprovazione dei comunisti. In quel periodo Mario Simonazzi, già vicecomandante di una formazione partigiana ‘rossa’ e amico di Giorgio Morelli, viene giustiziato con un colpo alla nuca; ‘Il Solitario‘ decide allora di indagare su quello strano assassinio (il corpo di Simonazzi, che non era comunista, verrà ritrovato a estate inoltrata) e sulle giustizie sommarie di cui Reggio diventa presto teatro.

La Nuova Penna, rinata nell’autunno 1945, era così temuta che dovevano stamparla dai Benedettini di Parma, perchè in provincia di Reggio nessuna tipografia poteva permettersi uno sgarro del genere ai comunisti. Gli articoli de ‘Il Solitario‘ sono ogni volta denunce documentate, con tanto di nomi di mandanti ed esecutori; e c’è, fin nei titoli, anche quello del potentissimo capo avversario, divenuto nel frattempo presidente dell’Associazione Partigiani provinciale: ‘Eros, per chi suonerà la campana?‘, è intestato un celebre articolo. Nel testo le accuse si rincorrono pesanti: ‘La nostra voce che chiede libertà ed invoca giustizia è una voce che ti fa male e che ti è nemica. Quell'”Inchiesta sui delitti” che tu, se fossi un uomo d’onore ed un uomo puro avresti per primo dovuto esigere e portare a termine è la vera causa della nostra cacciata dalla tua organizzazione. Noi abbiamo semplicemente chiesto che tra i patrioti veri della resistenza più non avessero a rimanere i delinquenti comuni, i ladri di professione, gli uomini con le mani sporche di sangue innocente‘…

E invece in Emilia gli omicidi ‘cannibalistici‘ – ovvero esercitati da antifascisti (ma comunisti) su antifascisti (spesso cattolici) – non cessarono per mesi; sul numero stesso delle esecuzioni sommarie le parti continuano ad accapigliarsi: per Reggio si va dai 2000 di fonte repubblichina agli oltre 400 calcolati dagli ‘antifascisti‘. Ancora una decina d’anni or sono l’uscita di un Martirologio, curato dall’Associazione delle Famiglie dei caduti della Rsi, provocò sui giornali locali un’aspra contestazione nome per nome. Comunque, anche lasciando da parte le uccisioni di sacerdoti, nel famoso ‘triangolo rosso‘ furono molti i trucidati dagli ex compagni solo perchè credenti ovvero democristiani: per esempio il giovane partigiano dc Saturno Gagliardelli, il sindacalista Giuseppe Fanin (ammazzato nel novembre 1948), il segretario dc di Anzola Emilia (Bo) Luigi Zavattaro assassinato il 7 febbraio 1946… In provincia di Modena tra maggio e luglio 1945 vengono uccisi ben 4 dirigenti dc.

I partigiani cattolici dunque sono stati doppiamente nel mirino: prima dei nazifascisti, poi dei comunisti. Come accusava il giornalista-partigiano Morelli, rivolgendosi ad Eros: ‘Nel nostro ultimo colloquio hai pronunciato queste parole: “Preferirei darvi un colpo di pistola che discutere con voi!”‘. Auspicio che si realizza anche per ‘Il Solitario‘ una sera di gennaio 1946; i colpi di pistola del solito agguato però non uccidono l’intrepido cercatore della verità, che fa in tempo a farsi vedere in Reggio con addosso l’impermeabile sforacchiato, a mo’ di sfida e di memento. La morte arriva il 9 agosto 1947, in un sanatorio del Trentino dove ‘Il Solitario‘ tenta di curare la tubercolosi nata dalla ferita. Aveva 21 anni.

Sul suo diario è rimasta questa frase: ‘L’odio non è mai stato ospite della mia casa. Ho creduto in Dio, perchè la sua fede è stata la sola ed unica forza che mi ha sorretto‘.

(tratto da Avvenire, 10.02.2004, Roberto Beretta)

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