Ricordare…

51 – Tedeschi nei campi sovietici

Il comportamento sovietico con i prigionieri di guerra, dopo la fine del conflitto ha corrisposto ad una logica che occorreva lungo due binari; il primo riguardante i militari più qualificati, specialmente sul piano della tecnologia trattenendo il più possibile queste forze intelligenti e, quindi, utili alla ricostruzione di un paese ridotto allo stremo. Il regime sovietico fece questo soprattutto con i prigionieri tedeschi utilizzandone per oltre un decennio le loro capacità tecniche per cercare di mettere in piedi un po’ di industria di pace, essendo stata tutta convertita per scopi bellici. Nei primi contatti fra i tedeschi di Bonn e i padroni del Cremlino, questi dissero che le decine di migliaia di soldati, specialmente quelli specializzati, erano morti: ci vollero l’organizzazione della appena nata Germania Federale e la fermezza del cancelliere Adenauer per fare cambiare opinione ai dirigenti sovietici […] Adenauer fece un viaggio rischiosissimo a Mosca; litigò con Krusciov che continuava a negare l’esistenza di queste migliaia di prigionieri ed alfine ebbe partita vinta. Il cancelliere di ferro portò a casa nel giro di pochi mesi tutti i prigionieri. (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.10-11)

Tesi nello sforzo disperato per non morire sulla strada sarebbero crollati appena giunti al campo. Coloro che sopravvivevano vi rimanevano per poco tempo: ne usciranno cadaveri a mucchi […] Nel periodo di un anno, trascorso fra le mura di Oranki, vidi entrare migliaia di prigionieri ed uscire migliaia di cadaveri che vennero sepolti alla rinfusa, in fosse comuni, nei dintorni dell’ex convento. Ad Oranki la moria infieriva. La privazione, la scarsa alimentazione, il clima, la carenza di misure igieniche, la promiscuità, la penuria di medicinali, favorivano lo sviluppo delle malattie consuntive […] Gli orrori del campo di Oranki cominciarono con l’arrivo dei prigionieri rumeni. Il 18 dicembre 1942, una giornata rigidissima, durante la quale il termometro segnò oltre trenta gradi sotto zero, affluì al campo una colonna di tremila uomini […] In poche ore decine e decine di soldati si spensero […] Quando si levò il pallido sole, i primi raggi illuminarono nel cortile una catasta di oltre quattrocento morti […] Ogni cinque, ogni sei, o al massimo ogni sette giorni si era obbligati a fare il bagno. Fu in uno di questi che mi trovai con un gruppo di ufficiali tedeschi superstiti della battaglia di Stalingrado. Non mi rendevo conto come potessero esser vivi. Erano scheletri ambulanti ed alcuni camminavano perdendo escrementi dal retto. (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.134-139)»

«I Gulag che accoglievano i deportati non si conciliavano col minimo di aspettativa che essi vi riponevano, dopo il lungo e debilitante viaggio, di un luogo che disponesse almeno delle più modeste necessità dell’esistenza. Erano complessi costruiti coi materiali forniti dall’ambiente ove erano stati impiantati, dall’incancellabile aspetto d’improvvisazione e di provvisorietà: baracche d’argilla mezzo sprofondate nel terreno, baracche in legno nelle zone boscose, riparo dalle intemperie, ma non dal clima, buone come dormitorio e infermeria o per i servizi, distribuite in un vasto piazzale delimitato da filo spinato e agli angoli le torri di guardia coi loro riflettori per la notte. (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.165)»

«Non ci furono giorni di riposo. Inquadrate in brigate furono assegnate alla cava di pietra e alla costruzione di case e di strade ferrate. Käthe Hildebrandt imparò presto a spaccar pietre, a tirare su muri e a stendere binari. All’alba partivano e a sera tornavano, sfinite dalla fatica e dal clima. […] Come sempre c’erano le adunanze e l’immancabile appello che, specie per le donne anziane, erano una vera sofferenza, e le solite angherie delle guardie e dei sorveglianti. Non mostravano pietà, pretendevano rispettosa obbedienza e per un nonnulla rinchiudevano, a rischio di farla morire per infezione, la malcapitata, nel locale adibito ad obitorio assieme alla trentina di salme, segnate dalle malattie più diverse, che regolarmente vi si trovavano in attesa di essere, ogni notte, calate nude in fosse comuni e ricoperte di sabbia. Sei mesi dopo, stroncate dalle fatiche e dalle epidemie, i due terzi delle deportate non esistevano più. Al loro posto arrivarono 2.000 deportati dall’Alta Slesia e da quel momento Krasnovodsk finì nel bagaglio dei ricordi delle sopravvissute. (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.166)»

«In Lamsdorf le 8.460 persone chi vi furono internate vennero letteralmente decimate dalla fame, dalle malattie, dal duro lavoro e dai maltrattamenti. Secondo il medico del Lager, Heinz Esser, morirono 5.800 adulti e 628 bambini (Cfr. Esser, Heinz, Die Hölle von Lamsdorf, Münster, s.e., 1971). (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.182)»

«Affidati a questi personaggi gli internati si trovarono a subire i metodi ginnico-educativi del dottor Cedrowsky, che li costringevano a tenersi in piedi a lungo con le braccia dietro la nuca o a saltellare o a star fermi per ore a dorso nudo al freddo ed impararono a temere il ‘Bunker’, il complesso di celle ricavate nell’ex deposito di carne sotto la cucina, piccole, buie, gelide. Ce li mandava il dottore, senza fondati motivi, nudi e ve li lasciava, dopo averli fatti bastonare e irrorare d’acqua, per settimane a guazzare nel bagnato, spesso arricchito di cloruro di calcio. Uscivano, quando non morivano, piagati e denutriti, tenuti in piedi solo dalla volontà di sopravvivere, una determinazione che in coloro che finivano nelle squadre di Isidor Kujawski era invece ridotta a zero. Renate Schulze calcolò che due settimane di lavoro nelle squadre di Kujawski significavano morte certa. Non si sbagliava perché Kujawski accoglieva i destinati a lui, di preferenza donne non più tanto giovani, con cinquanta nerbate sulle natiche e solo ad operazione ultimata li assegnava ai lavori. Partivano allora le squadre verso i posti prestabiliti e le donne, sofferenti ed abuliche, seguivano Kujawski che di solito se le portava nelle torbiere dove, oltre a farle faticare, le costringeva, per suo spasso, a impastarsi, danzando e cantando, la testa di sterco di mucca o a mangiare rane crude e ad accoppiarsi con i prigionieri presenti. (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.187)»

«Polacchi e cechi seguirono l’esempio dei sovietici che, fin dal loro ingresso nel territorio del Reich, rimisero in efficienza Lager nazisti dove rinchiusero nazionalsocialisti, sospetti e civili da deportare. Nella zona d’occupazione sovietica tornarono in efficienza Buchenwald e Sachsenhausen, dove furono rinchiusi, fra gli altri, socialdemocratici e appartenenti ai partiti conservatori. Tra le vittime il socialdemocratico Karl Heinrich. Internato dai nazisti nel 1936 a Sachsenhausen, ne uscì nel 1945, divenne vice-capo della polizia di Berlino. Quindi, nell’autunno, arrestato dai sovietici e di nuovo rinchiuso a Sachsenhausen, vi morì nel 1948. Secondo i calcoli del deputato socialdemocratico di Berlino Hermann Kreutzer (che con la moglie ed il padre fu internato a Sachsenhausen), in quel Lager, dal 1945 al 1950, anno della chiusura, morirono circa 20.000 persone e almeno 13.000 a Buchenwald. (‘Welt am Sonntag’, 5 maggio 1985). (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.205)»

«II metodo staliniano di trattare i prigionieri assomigliava molto a quello hitleriano. Su 3,1 milioni di soldati tedeschi catturati dai sovietici, ben 1,1 non sopravvisse al freddo, alla fame, alle fatiche e ai maltrattamenti. (da ‘In nome della resa’, pag.252)»

Commenti

Precedente Successivo Indice

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: