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005 – L’assassinio di Gentile

Con il cambio di alleanze, dovuto all’aggressione di Hitler all’Unione Sovietica, nasce la Resistenza Italiana.

I primi gruppi che si formano sono i cosiddetti GAP (Gruppi di Azione Patriottica), formati da pochi uomini, presenti in molte città.
La loro azione era un’azione di terrorismo e, di fatto, erano la casua delle successive rappreaglie.
Montanelli nel suo libro L’Italia della guerra civile (8 settembre 1943 – 9 maggio 1946) li descrive così:

“… Avevano come comune denominatore una determinazione implacabile e una forte carica di ideologia e di fanatismo. Uccidevano anche a freddo, disposti a sacrificarsi e altrettanto disposti a sacrificare gli ostaggi innocenti che, dopo ogni impresa, erano fucilati. …”

Era la stessa tecnica, con simili motivazioni, usata nel dopoguerra dalle Brigate Rosse.  Bisognava creare un clima di terrore per allontanare la popolazione dal Fascismo, isolandolo e costringendolo a rappresaglie che sarebbero poi state usate per fomentare l’odio e gettare le fondamenta all’antifascismo che avrebbe dovuto legittimare il PCI.

A proposito di questa strategia va bene ricordare le parole di Togliatti alla fine della guerra:
«Se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente nulla da dire. Anzi, il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini e soprattutto la spedizione contro  la Russia si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, il più efficace degli antidoti. Io non sostengo che i prigionieri si debbano sopprimere, ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia». (risposta di Palmiro TOGLIATTI alle sollecitazioni di quanti gli chiedevano di intercedere presso Stalin, a favore dei reduci di guerra italiani prigionieri in Unione Sovietica).

Uno dei delitti commessi dai GAP fu l’assassinio di Giovanni Gentile,, il più grande filosofo italiano del secolo scorso, a Firenze. Assassinio che divise già allora la Resistenza trovando esterefatto e contrario l’antifascismo non comunista.
L’occasione, se così si può dire, venne dalla fucilazione avvenuta a Firenze il 22 marzo 1944 di cinque partigiani.
Fu scelto come vittima della rappresaglia Gentile per due motivi.

  • la sua ‘condanna a morte’ era stata pronunciata da Concetto Marchesi, che era stato confermato rettore dell’Università di Padova dall’allora Ministro della RSI Bignani, nonostante fosse noto il suo antifascismo (l’aveva apertamente proclamato all’inaugurazione dell’anno accademico 43-44) e fosse nota la sua militanza comunista.
  • Gentile era pericoloso, non solo perché intellettuale noto ed autorevole che sosteneva la Rsi, ma soprattutto come filosofo politico del fascismo sociale. .Era un temibile “concorrente” del comunismo, quale ideologia che avrebbe conquistato il potere in alternativa al capitalismo. Temevano un suo “comunismo nazionale” contrapposto al comunismo di rito sovietico. Gli azionisti finivano per accodarsi a questi discorsi. I comunisti inoltre, temevano che molti allievi ed estimatori di Gentile ne seguissero l’esempio e si schierassero a favore della Rsi. Molti degli appartenenti al Partito d’Azione erano colleghi ed amici di Gentile e avevano svolto attività culturale, universitaria,scolastica, giornalistica al suo fianco: Basti pensare a quanti erano stati da Lui chiamati a far parte della redazione della Enciclopedia Italiana Treccani.

Quello che è certo è che Gentile non ebbe mai alcuna partecipazione, nè morale, nè tanto meno materiale, ad atti di repressione.
E proprio Marchesi, in risposta all’appello di Gentile alla concordia e alla riappacificazione aveva risposto con quella che viene ritenuta una sorte di condanna del grande filosofo:… senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sua sentenza: morte!

L’omicidio venne eseguito all’uscita dall’Università quando un finto studente fermò la macchina del filosofo e gli chiese se fosse Gentile. Avuta conferma gli sparò a bruciapelo e sparì.

Omicidi come questo ce ne furono moltissimi.
Ricordo qui Ettore Muti, multidecorato eroe di guerra, assassinato ufficialmente da sconosciuti nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1943.
In quella notte si presentarono alla sua abitazione un tenente dei carabinieri con alcuni colleghi con l’ordine di arrestarlo con l’accusa di gravi irregolarità amministrative avvenute nel breve periodo in cui aveva ricoperto la carica di segretario del partito fascista (era stato nominato su proposta di Ciano nel 1938, ma dopo pochi mesi era tornato a combattere, lasciando la segreteria del partito in quanto, per sua stessa ammissione, non era uomo da scrivania. Da allora aveva smesso di frequentare gerarchi e aveva perso l’amicizia di Ciano.

Nel rapporto ufficiale si parla di un agguato teso da ignoti in un boschetto.
Agguato che avrebbe permesso a Muti di cercare la fuga per essere poi colpito mortalmente da ignoti. Di certo ci sono tre fatti:

  • le gravi irregolarità che provocarono l’arresto non vennero mai alla luce
  • nella drammatica sparatoria l’unico ad essere colpito fu Muti. Il berretto che portava presenta due fori: uno dietro, in corrispondenza della nuca ed un secondo davanti che attraversa la visiera.
  • il maresciallo Badoglio il 20agosto 1943 aveva scritto al capo della polizia (Sinisi) definendo Muti “una minaccia” scrivendo testualmente: “Muti è sempre una minaccia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. Vostra Eccellenza mi ha perfettamente compreso“.

A tutt’oggi Muti detiene il record mondiale di ore di volo in guerra e quello iataliano per medaglie conquistate in azioni di guerra.

Di episodi come questi e di attentati contro i tedeschi, attentati che portavano ad immediate rappresaglie, ne è piena tutta la storia della Resistenza.

La loro utilità per quel che riguarda l’andamento della guerra è pressochè nulla.

Di seguito parlero solo di tre casi emblematici: l’attentato di via Rasella, i bombardamenti alleati (in particolare quallo di Treviso e Venezia) e la strage della missione Stassera.

La prima getta un po’ di luce sulle modalità (e sull’utilità) delle azioni partigiane. La seconda mostra come spesso certe azioni (veri e propri crimini di guerra rimasti impuniti) si basavano su menzogne. La terza è un esempio della lotta da parte dei partigiani rossi contro quelli bianchi e di come i primi venissero premiati e protetti dal PCI.

Dopi di chè inizierò il discorso su quanto avvenne dopo la fine della guerra, quando i partigiani comunisti continuarono la loro opera di ‘pulizia etnica‘ in vista dell’instaurazione di una repubblica sovietica in Italia.

Subito comunque alcune oservazioni sulle violenze di entrambi i campi.

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