Ricordare…

144 – La strage della stazione di Bologna

La strage della Stazione Bologna è stata attribuita in via definitiva a Francesca Mambro e Giuseppe Fioravanti. Sulla stazione è stata posta una targa a ricordo della ‘strage fascista’.

Sembrerebbe tutto a posto, ma…

«Il Corriere ha pubblicato un’intervista all’ex presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, in cui l’ex senatore PDS ha sostenuto che il movente attribuito ai condannati per quell’eccidio, gli ex terroristi neri Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, “non ha alcun senso”. Mambro e Fioravanti hanno ammesso altri delitti assai gravi per i quali hanno ricevuto condanne pesantissime; ma si sono sempre professati innocenti per quella bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto del 1980. Adesso la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per Luigi Ciavardini che sarebbe stato l’autore materiale di quel mostruoso gesto terroristico. Non crede che sia venuto il momento di ragionare nuovamente su quei fatti?. – Gianna Buttinelli, Ciampino (Roma)

Cara signora Buttinelli, concordo, parola per parola, con quel che ha dichiarato Giovanni Pellegrino al nostro Dino Martirano. Io, come l’ex senatore diessino, non mi iscrivo al fronte degli innocentisti che sostiene per partito preso l’assoluta estraneità di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti per la strage di Bologna del 1980. Ma da quando Mambro e Fioravanti sono stati chiamati in causa per quella vicenda i miei dubbi sono sempre aumentati e le certezze sempre diminuite. Talché oggi mi è rimasta solo una complessiva perplessità circa la loro colpevolezza.

Sono perplesso per le ragioni che lei ha ricordato, connesse all’annullamento della condanna di Luigi Ciavardini, e anche perché, come dice l’ex presidente della Commissione Stragi, non è verosimile né credibile la ricostruzione del fine politico della strage di Bologna che è sempre stato accostato, quasi si trattasse di un remake, a quello della bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Per fortuna questi dubbi sono ormai condivisi anche da quelle forze politico-culturali politicamente nemiche dei “neri” (oggi radicali) Mambro e Fioravanti. Un giornalista di sinistra, Gianluca Semprini, ha scritto un libro per la Bietti, “La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto”, in cui spiega come per quell’orribile delitto (85 morti, oltre duecento feriti) a carico dei due ex terroristi non ci sia altro che l’assai dubbia parola di un pentito della banda della Magliana, Massimo Sparti.

Il 5 agosto 2003 Furio Colombo ha pubblicato sull’ Unità un articolo molto coraggioso in cui raccontava di aver “scritto e detto” – prima, da giornalista, su Panorama e su Repubblica , poi da parlamentare PDS – “di non credere che Francesca Mambro e Valerio Fioravanti fossero gli esecutori della strage alla stazione di Bologna” e di esserli andato a trovare, con questo spirito, in carcere. Dopodiché ha aggiunto che “non ci sono dubbi sulla matrice fascista della strage di Bologna”. Un evento luttuoso di cui poi, però, ha parlato in questi termini: “Una strage feroce, immensa e misteriosa, eseguita da mani oscure per motivi che restano oscuri e che forse sono ancora adesso protetti dalla condanna definitiva di due apparenti colpevoli”.

Colombo, a mio avviso, ha messo il dito sulla ferita. Probabilmente qualcuno – in primo luogo i parenti delle vittime – teme che un’assoluzione di Mambro e Fioravanti possa rimettere in discussione la “matrice fascista” di quel misfatto e lasciarlo impunito. Ma per delitti di tale gravità (in realtà per qualsiasi delitto) non possiamo permetterci di additare degli innocenti alla colpevolezza solo perché questo ci conferma nell’idea che ci siamo fatti del delitto stesso. Per questo non ho dubbi: quel processo è da rifare e se contro i due terroristi dei Nar non verranno fuori le prove convincenti che fin qui non sono emerse dovremmo avere, tutti, l’onestà intellettuale di chiedere a gran voce che il marchio dell’infamia (limitatamente a quel che riguarda Bologna) venga tolto dalla fronte di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Ripeto: tutti. – Paolo Mieli – Corriere della Sera»

Massimo Sparti, che viene citato più sopra, è il testimone che ‘inchiodò’ Mambro e Fioravanti sostenendo che due giorni dopo la strage Fioravanti era stato da lui a Roma per chiedergli documenti falsi per lui e la Mambro. E parlando aveva testualmente detto: ‘Visto che botto?’.

Ma vediamo cosa dice del padre il figlio di Massimo Sparti:

«Mio padre nella storia del processo di Bologna ha sempre mentito». Lo ha rivelato, in un’intervista esclusiva al Gr1, Stefano Sparti, figlio di Massimo Sparti, il pentito, testimone principale dell’accusa nel processo di Bologna, che ha inchiodato Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. «Mio padre – ha spiegato Stefano Sparti – ha sempre affermato di essere a Roma due giorni dopo la strage di Bologna per ricevere la richiesta di documenti falsi da parte di Fioravanti e Mambro. In realtà eravamo tutti a Cura di Vetralla, vicino Viterbo, nella nostra casa di campagna, pronti a partire per le vacanze, nei giorni precedenti, nei giorni successivi e nel giorno stesso della strage».

Sparti, dopo avere accusato i due terroristi, viene scarcerato nel maggio del 1982 perché gli viene diagnosticato, dai sanitari del penitenziario di Pisa un tumore al pancreas.

Massimo Sparti, secondo il racconto del figlio, avrebbe mentito anche sulla sua malattia, un tumore al pancreas che gli permise di uscire di galera nel 1981. «Mio padre – ha dichiarato Stefano Sparti – si è sempre vantato, di fronte a noi, con altre persone, di avere le lastre di un’altra persona, relative a una malattia che in realtà lui non aveva, cioè il tumore. Un’altra cosa a cui aveva fatto più volte riferimento è che aveva trovato una via per riuscire ad avere in carcere anfetamine così da simulare il dimagrimento da tumore».

Nel 1981 i medici dell’ospedale penitenziario di Pisa certificano che Sparti è un malato terminale e gli viene concessa dai magistrati di Bologna la libertà provvisoria.

Nonostante la diagnosi – tumore al pancreas allo stadio terminale – Sparti rifiuta qualsiasi tipo di terapia, in particolare quella chirurgica. Una volta dimesso e scarcerato, torna a Roma e il 6 marzo 1982 è ricoverato all’Ospedale San Camillo.

Dopo circa un mese di accertamenti, Sparti viene operato per una laparotomia esplorativa: «Negativa l’esplorazione dello stomaco, duodeno, fegato e pancreas». Il tumore è sparito. Nel maggio del 1997, quando i carabinieri vanno al San Camillo per acquisire la cartella clinica di Sparti, su ordine del pubblico ministero di Bologna, scoprono che la cartella è andata distrutta a seguito di un incendio scoppiato il 20 settembre 1991 proprio nell’archivio del nosocomio.

Stefano ha quindi raccontato di essere andato a trovare il padre in una clinica, tre giorni prima che morisse, perché voleva «chiudere il cerchio»: «Quando gli chiesi come mai si fosse infilato in quella situazione mi disse ‘mi dispiace ma non potevo fare altrimenti’».

Quanto al perché non abbia rivelato prima tutto ciò ai magistrati, Stefano Sparti ha risposto: «Sto pensando di andare sinceramente. Non che questo possa cambiare la situazione perché ho visto come sono state trattate le tre persone che hanno sempre detto la verità: mia madre, mia nonna e la tata. Non sono mai state credute».

Nel 1980 l’Impero (sovietico) scricchiolava, i servizi segreti del Patto Atlantico ne erano a conoscenza e quella strage è stato il primo colpo di coda di un Regime che non sapeva come rinnovarsi, che doveva vivere con un “mostro” da combattere perché per quello era stato progettato, costruito e sostenuto. I fatti ritornano, anche oggi siamo in una situazione in cui si deve trovare un “contro” che unisca.

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