Ricordare…

070 – La conquista dell’impero


(Faccetta nera)  altre canzoni dell’epoca si trovano a questo indirizzo.

Sino agli inizi dell’attuale secolo, l’Abissinia, allora dai confini molto ristretti, si accrebbe con una politica di conquiste intraprese dal Negus Menelik e proseguita da Selassiè, sottomettendo e annettendo all’Abissinia i territori dei Galla, Sidano, Arusi, i regni negri di Kaffa e Wolamo, lo Yambo, il Barau, il sultanato di Tiern e, addirittura, nel 1935 il sultanato di Jimma. È una realtà che queste conquiste altro non erano che spedizioni per razzie di schiavi.

Nel 1923 il Governo fascista, malgrado la diffidenza inglese, s’era fatto principale sostenitore dell’ammissione dell’Etiopia nella Società delle Nazioni, E ancora, nel 1928 era stato firmato un trattato di amicizia e cooperazione italo-etiopico.
Nel 1928 era stato firmato un trattato di amicizia e cooperazione italo-etiopico.

Come si giunse al conflitto italo-etiopico?

Sull’Etiopia si erano concentrati gli interessi, oltre che commerciali anche strategici, della Gran Bretagna e della Francia. A testimonianza della crescente attenzione, su quella zona africana, delle potenze europee, è l’attestato dell’accordo, siglato nel 1906 il quale fissava le rispettive zone d’influenza in Etiopia fra quelle due potenze e l’Italia.
I nostri rapporti con quel Paese africano si andarono deteriorando nel 1930.

La tensione nei rapporti italo-etiopici si aggravarono alla fine del 1934, quando un contingente abissino si accampò davanti al fortino di Ual-Ual difeso dai Dubat, soldati somali fedeli all’Italia, al comando del capitano Roberto Cimmaruta.
Ual-Ual era una località posta al confine, sin da allora incerto, fra Somalia ed Etiopia, ma mai rivendicato dal Governo Abissino.
Il 5 dicembre di quell’anno, dopo che i Dubat rifiutarono la richiesta abissina di sgombero, questi scatenarono l’assalto e lo scontro si concluse all’alba del giorno seguente con la vittoria italiana, ma le nostre truppe coloniali lasciarono sul terreno 120 morti.
Bruno Barrella su Il Giornale d’Italia del 18 luglio 1993, rammentando i fatti di Ual-Ual, scrive: “È l’ultimo di una catena di episodi di sangue che avvenivano lungo uno dei confini più labili dell’epoca.

Mussolini da tempo aveva deciso di completare la conquista del Corno d’Africa, ma la difficoltà maggiore era costituita proprio dall’appartenenza dell’Etiopa alla Società delle Nazioni come Membro a pieno titolo e dalle garanzie che il Negus Hailè Selassiè aveva da tempo ricercato, e trovate presso gli inglesi, di cui era un vassallo fidatissimo. Dieci giorni dopo Ual-Ual, il Negus, nonostante la sua piena responsabilità nella strage, chiede alla Società delle Nazioni l’avvio della procedura necessaria per un arbitrato internazionale per dirimere i contrasti con Roma. Mussolini invece pretende le scuse, la punizione dei responsabili e il riconoscimento della sovranità italiana sulla regione dove sono avvenuti gli incidenti. Ogni composizione attraverso gli organismi internazionali, fa sapere, non è desiderata né accettata. Ed a Pietro Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, vengono assegnati i piani della guerra.

Per risolvere pacificamente il dissidio creatosi a seguito degli incidenti di Ual-Ual, venne istituita una commissione arbitrale italo-etiopica, presieduta dallo specialista greco di diritto internazionale Nicolaos Politis. La commissione il 3 settembre 1935 emetteva la sentenza attribuendo le cause degli scontri agli atteggiamenti ostili di alcune autorità locali abissine, escludendo, di conseguenza, ogni responsabilità italiana.
Una testimonianza, forse unica sulle colpe abissine per gli “incidenti” ai pozzi di Ual-Ual, ci viene fornita da un lettore de Il Giornale d’Italia, che in data 20/08/1996, quale persona presente ai fatti, scrive: “Il sottoscritto in compagnia di un maggiore del Regio Esercito nel territorio di Ual-Ual, vide i 14.000 armati etiopi che il Negus inviò contro la Somalia italiana, lungo il fiume Uebi Scebeli (3000 da una riva del fiume ed 11.000 dall’altra riva) e che solamente dietro intervento dell’aeronautica italiana, in particolare del velivolo comandato dal M.llo pilota Perego si riuscì a far indietreggiare il predetto contingente. Purtroppo diversi militari etiopi, disertori o disgregandosi (così nel testo ndr) rimasero lungo il confine che imbattendosi con i Dubat italiani, originarono l’intervento Italo-etiopico”.

Mussolini cercava l’assicurazione che, in caso di conflitto, Francia e Inghilterra non sarebbero state ostili. Per quanto riguarda la Francia, nell’incontro di Roma del 4 gennaio 1935 con il Primo Ministro francese Laval, questi, in cambio di una politica più morbida dell’Italia nei Balcani e un freno nelle rivendicazioni dei diritti italiani in Tunisia, assicurò il benestare francese all’iniziativa italiana in Etiopia.
Questi accordi non risultano dai testi ma si svelano dallo scambio segreto di lettere tra Laval e Mussolini dove risulta, secondo quanto scrive Renzo De Felice in Mussolini il duce, che la Francia “lasciava mano libera” all’Italia in Europa. Il testo della lettera di Laval era volutamente ambiguo e dichiarava che l’interesse francese sarebbe stato solo di natura economica. In ogni caso, con la Francia, che avrebbe preferito avere l’Italia al suo fianco contro Hitler piuttosto che avversaria, l’accordo fu raggiunto.

E l’Inghilterra?
A mezzo del suo Ministro degli Esteri Antony Eden, il Governo Baldwin presentò una proposta di compromesso che si articolava in questo modo: l’Etiopia avrebbe ceduto all’Italia l’Ogaden ricevendo in cambio dall’Inghilterra il porto di Zeila. Ma questo avrebbe accresciuto il prestigio dell’Etiopia a danno dell’Italia che, con l’Ogaden, avrebbe ricevuto kilometri quadrati di sterile deserto. I giornali di allora scrissero che era una proposta indecente.

Gli avvenimenti precipitavano: il 20 agosto Mussolini inviò una lettera a De Bono, posto a capo del corpo di spedizione italiano in quel settore: “Io credo che dopo il 10 settembre tu debba senz’altro aspettare la mia parola d’ordine”.
Il 20 settembre la Home Fleet entrava nel Mediterraneo con lo scopo evidente di dissuadere l’Italia da ogni azione in Etiopia; si trattava di una forza mai vista in tempo di pace: 6 navi da battaglia, diciassette incrociatori di vario tonnellaggio, il tutto scortato da 53 caccia, undici sommergibili, più una gran quantità di unità di appoggio.
“Mussolini” scrive D’Aroma “viveva in quei giorni un’alternativa grave di pensieri e di decisioni opposte. Alle volte gli appariva che l’Inghilterra avrebbe alla fine voluto discutere e non tagliare i ponti; in certe giornate, viceversa, gli pareva certo che l’Inghilterra, una volta stremata l’Italia con le sanzioni, subito dopo avrebbe attaccato il nostro Paese”.
Su queste considerazioni, il Duce preparò una relazione e la presentò al Re. Così Vittorio Emanuele III rispose al suo Primo Ministro: “Sapevo quasi tutto quello che lei m’ha schiettamente riferito. So pure dell’opposizione, cauta ma viva, che si è diffusa tra i suoi principali collaboratori. M’hanno informato e so i nomi di molti generali e ammiragli che paventano e discutono troppo. Ebbene: adesso proprio che gli inglesi sono nel nostro mare e credono di averci spaventati, adesso il suo vecchio Re le dice: – Duce, vada avanti. Ci sono io alle sue spalle. Avanti, le dico!”.
Ricevuto l’ordine di Mussolini, il 3 ottebre le truppe di De Bono varcarono il fiume Mareb, che segnava il confine fra l’Eritrea e l’Etiopia.

Il giorno prima, alle 18,30, dal balcone di Palazzo Venezia, oltre all’annuncio dell’inizio delle ostilità, Mussolini frà l’altro disse: “Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di quarantaquattro milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la più nera delle ingiustizie: quella di toglierci un pò di posto al sole (…) noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo”.

Il 7 ottobre l’Italia fu dichiarata Paese aggressore e il 10 ottobre 1935, in virtù dell’art. 16 dello Statuto della Società delle Nazioni, il Ministro britannico riuscì a mettere insieme una maggioranza di 51 Stati su 54 che votarono a favore dell’applicazione di sanzioni economiche contro l’Italia. Era la prima volta, dalla costituzione della Società delle Nazioni, che tale procedura veniva applicata; iniziava quella fase che avrebbe fatalmente portato l’Italia a schierarsi dall’altra parte (come vedremo più avanti) e questo per la difesa di un Paese che, come disse poi il Segretario degli Affari Esteri inglese, Lord Simon alla Camera dei Comuni il 24 giugno 1936: “Io non ero disposto a veder andare una sola nave in una battaglia navale anche vittoriosa per la causa dell’indipendenza abissina”.

E allora, perché le sanzioni?

Questa domanda assume un aspetto ancor più inquietante leggendo quanto disse un altro membro della Camera, Lord Mottiston, rispondendo alla domanda perché non si opponeva all’impresa italiana in Abissinia: “Volevo distruggere la ridicola aberrazione per cui sembrava una cosa nobile simpatizzare per le bestie feroci. La legge abissina era di mutilare i vivi e poi seppellirli nella sabbia affinché morissero. C’era allora un milione di questa genia; io speravo che coloro i quali volevano indire manifestazioni contro gli italiani si ricordassero che i prodi figli d’Italia affrontavano proprio allora quegli sciagurati (…). Avevo telegrafato al generale De Bono sul problema della schiavitù in Abissinia, rispose che le truppe italiane erano state accolte col più commovente entusiasmo non solo da quelli che erano stati ridotti in schiavitù ma anche dalla popolazione media (…). Rivelai tutto ciò alla Camera dei Lords il 23 ottobre 1935. Io dissi che era un’infamia mandare armi o cooperare all’invio di armi ai brutali, crudeli abissini e negarne agli altri che combattevano con onore (…). Il comandante italiano in Abissinia aveva telegrafato a Mussolini: “Come sapete ho viveri e vestiario sufficiente per le truppe per i prossimi mesi, ma non vedo come potrei nutrire anche 120 mila uomini, donne e bambini che vengono a porsi sotto la nostra protezione”. Mussolini rispose: “Dobbiamo assumerci tale rischio. Continuate a nutrire la popolazione indigena come prima” (…)”.

Iniziava così l’avventura etiopica che, come disse Churchill a pag. 192: “Il ricordo della disfatta umiliante che l’Italia aveva subito quarant’anni prima ad Adua, e della vergogna quando il suo esercito era stato non solo distrutto, ma i prigionieri erano stati oscenamente seviziati, si annidava esacerbato nella mente di tutti gli italiani”.
In ogni caso, mai il consenso del popolo per Mussolini fu più alto; per rispondere alle inique sanzioni, fu indetta la Giornata della Fede, tendente a raccogliere oro per far fronte alle difficoltà dovute al provvedimento della Società delle Nazioni. Solo a Roma 250 mila spose donarono le loro fedi, 180 mila a Milano. Tutta l’Italia fu percorsa da un’ondata di entusiasmo come mai si verficò nei secoli passati. Si può dire che l’Italia aveva, finalmente, il suo popolo omogeneo, da Nord a Sud.
Gli stessi antifascisti si allinearono alla politica mussoliniana: Benedetto Croce donò la sua quantità d’oro e la sua medaglia di senatore, seguito dal liberale ed ex direttore del Corriere della Sera Albertini; nello stesso modo agirono Vittorio Emanuele Orlando e il socialista aventiniano Arturo Labriola, rientrato in Italia dal suo esilio a Bruxelles, dopo aver comunicato la sua solidarietà all’Italia fascista.

Molto acutamente Trevelyan nella sua Storia d’Inghilterra, a pag. 834: “E l’Italia, che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e coi Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania dalle – sanzioni economiche – decretate e si e no applicate per l’aggressione di Mussolini contro l’Etiopia (1935-1936). In questo disgraziato episodio, l’Inghilterra non ebbe la risolutezza né di rifiutare il suo intervento né di intevenire sul serio. Si sacrificò l’Europa all’Abissinia, senza salvare l’Abissinia”.

Alle sanzioni non aderirono Stati Uniti, Giappone e Germania. Fu quest’ultimo Paese i cui diplomatici, approfittando della singolare situazione politica europea, furono abili nel cogliere il momento favorevole e sfruttarlo a proprio vantaggio.
Chi si avvantaggiò di questa situazione fu Hitler che vedeva prendere sempre più forma il suo disegno tracciato nel Mein Kampf: un’alleanza politico-militare tra Italia e Germania. A tal scopo mobilitò abilmente la stampa tedesca che, sull’onda emotiva delle sanzioni, si prodigò in dichiarazioni di simpatia e di amicizia per il nostro Paese e, in particolare, per Mussolini. E Mussolini si trovò a subire il dinamismo hitleriano in quanto i margini di manovra per altra politica si erano paurosamente ristretti, ma anche perché e soprattutto perché l’Italia dipendeva principalmente dalla Germania per le forniture delle materie prime.

Il 9 maggio dello stesso anno, tra le 22,30 e le 22,45, Mussolini pronunciò un altro discorso: “Il discorso della proclamazione dell’Impero”. Quando si affacciò al balcone un urlo immenso si levò dalla folla: Anche stavolta l’adunata oceanica è impressionante
“(…) L’Italia ha finalmente il suo Impero, Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate dei giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e umanità per tutte le popolazioni d’Etiopia. Questo è nelle tradizioni di Roma, che dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino”.

Questi principi di civiltà sono confermati da Renzo De Felice ne: Intervista sul fascismo, pag. 52: “Non si tratta di imperialismo di tipo inglese o francese: è un imperialismo, un colonialismo che tende all’emigrazione, che spera cioè che grandi masse di italiani possano trapiantarsi in quelle terre per lavorare, per trovare quelle possibilità che non hanno in patria. Insomma non si parte tanto dall’idea di sfruttare le colonie, quanto soprattutto dalla speranza di potervi trovare terra e lavoro”.
È quello che francesi e inglesi non intendevano tollerare: sarebbe stato un esempio pericoloso per la politica coloniale di quei Paesi che non volevano saperne di cambiare, cioè mantenere il principio che le colonie erano terre da sfruttare.

Cessata la guerra in Africa, cessò anche a Ginevra: qui il 30 maggio 1936 Hailè Selassiè avanzò una proposta tendente a non far riconoscere la conquista italiana; venne respinta con 28 voti contro 1 e 25 astensioni. Il 4 luglio successivo l’Assemblea, quasi all’unanimità votò per la fine delle sanzioni. Fu un innegabile successo di Mussolini, ma una sconfitta del buon senso.
Osserva Trevelyan in Storia d’Inghilterra, pag. 834: “Gli storici futuri avranno lo sgradevole compito di ripartire la colpa dei molti errori commessi fra i successivi Governi inglesi e l’opposizione e l’opinione pubblica i cui umori mutevoli sono stati spesso accarezzati dai Governi con troppa docilità”.

Su Israel del 10 ottobre 1935, in occasione del Kippur, i Rabbini invocarono il favore divino “in quest’ora storica e su chi regge i destini e sui valorosi soldati italiani”.
In ampie zone dell’Etiopia, fra Gondar e il lago Tana, vivevano popolazioni di religione giudaica: i falascià. L’Unione delle Comunità giudaiche, nel 1936, prese contatto con il Ministro delle Colonie, Lessona, allo scopo di assistere e organizzare gli ebrei etiopici. Da parte del Ministro ci fu la massima disponibilità.
L’incarico di questa operazione fu assunto dal Rabbino Carlo Alberto Viterbo.
(da Le responsabilità della guerra di Etiopia)

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