Ricordare…

52 – Italiani nei campi sovietici

Per gli italiani, e questo è il secondo binario, i sovietici adottarono un’altra tecnica. Durante la guerra ci fu un continuo martellamento per fare disertare i nostri soldati. I risultati furono modestissimi […] Nel dopoguerra invece i capi del Cremlino inviarono i nostri soldati nei campi di concentramento più duri, dove migliaia morirono di stenti. Non c’era bisogno di tante repressioni violente, che pure ci furono in alcuni campi; era sufficiente affidarsi alle sofferenze del rigido inverno per sopprimere una buona parte dei nostri poveri prigionieri. Questa inutile crudeltà era attenuata per chi accettava di seguire i corsi di antifascismo e di marxismo.

«Togliatti ed i suoi collaboratori come il cognato Robotti avevano cominciato questa opera durante la guerra: opera che fu intensificata finito il conflitto […] cercarono di convincere i nostri prigionieri privi di qualsiasi altra informazione che anche nel nostro paese ormai il sistema politico vincente era quello comunista. Fu questa un’impostazione sbagliata, perché se in Italia si poteva dare ad intendere alle masse che il comunismo era la dottrina e la prassi più adatta per il riscatto dei poveri, invece per uomini che anche nei contatti con la gente si erano resi conto di quale era la drammatica condizione dell’uomo e della donna sovietici, quella propaganda degli attivisti italiani appariva una beffa inflitta a persone che stavano provando sulla loro pelle la disumanità del sistema comunista. (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.11)»

«[…] sono il comportamento dei fuoriusciti italiani che da Mosca e dai campi di prigionia di Stalin aggiunsero sangue a sangue, pena alle pene e morte alla morte. Sono i campi di Tambov, Susdal, Oranki, con la mortalità del novanta per cento e quello famigerato di Krinowaja, dove si praticava lo sterminio, le cui atrocità avrebbero fatto impallidire i lager hitleriani e l’incredibile ritardo e i lunghi colpevoli silenzi sui nostri caduti. (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.13)»

«E’ difficile credere che i campi di prigionia sovietici al tempo di Stalin non fossero finalizzati all’eliminazione dei reclusi […] Ne conseguiva il disegno di annientamento di quella massa, praticato certamente fino al maggio 1943, che si sarebbe differenziato da quello dei nazisti solo per il metodo, il cui esito era prodotto dalla denutrizione, dalla malattia e dal congelamento. Le stesse marce di deportazione, sotto temperature assurde per gli organismi mediterranei, faceva parte del processo d’eliminazione fisica; né può reggere lo stereotipo di taluni storici secondo cui le migliaia di morti sarebbero avvenute per l’asprezza delle battaglie, con i sublimi eroismi e la resistenza ad oltranza di interi reparti. (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.81)»

«Dei duecentotrentamila soldati italiani poco meno di novantamila rimasero chiusi nella grande sacca. Di questi rivedranno la patria poco più di diecimila.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.86)

«Dopo la resa e le estenuanti marce sulla neve, i prigionieri subivano una prima falcidia per causa delle basse temperature […] Durante le marce del dawai, incitamento gutturale che chi ha sentito non dimenticherà mai, a migliaia furono colpiti da congelamento e dalla cancrena […] Oltre il Don, nei centri ferroviari, si smistavano i prigionieri che, contati, venivano caricati e stipati entro vagoni, senza cibo, né acqua […] I convogli a volte rimanevano fermi in binari morti per giorni e giorni perché le linee erano occupate per i transiti che andavano al fronte […] vi sarà chi orinerà nella gavetta, per bere dopo che il liquido si fosse un po’ raffreddato. […] Una seconda falcidia avveniva già nei vagoni, che per i suoi orrori ricorre in tanti racconti dei superstiti […] Giunti a destinazione ai prigionieri veniva intimato di scendere; i più validi vi riuscivano, gli altri, moribondi rimanevano accucciati e lamentosi. Allora le guardie saltavano sui vagoni e col calcio dei mitragliatori spingevano gli infelici che gementi trattenevano le urla […] Una terza falcidia si avrà nella lunga marcia verso il lager, lungo la quale perderà i più deboli. Quelli che si accasciavano, stremati, erano finiti coi parabellum dei soldati di scorta […] Durante la marcia del davai perirono altre trentamila militari italiani.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.93-96)

«A Komorowka avvenivano le esecuzioni di massa per via delle foreste vicine, nelle quali era agevole occultare i cadaveri; Suslanka era un campo di punizione, i prigionieri finnici colà reclusi, tra stenti e freddo vi morirono tutti; la temperatura gravava sempre dai quaranta ai cinquanta gradi sotto zero. Anche a Vorkuta si moriva, nelle sue miniere di carbone, per cui questo grande campo sarà chiamato campo della morte […] Quello di Kolyma era attivo già al tempo dei grandi processi di Stalin […] E’ questo, probabilmente uno dei più vecchi campi ancora esistenti e dei più grandi se negli anni Trenta deteneva più di ottocentomila infelici. […] Lì, tutti i prigionieri che per qualche motivo non potevano produrre la loro norma erano consegnati a speciali squadre composte da tre individui, dette troikas, che generalmente li condannavano alla fucilazione sotto l’accusa di sabotaggio, eseguivano la sentenza, oppure prolungavano la pena […] Ogni anno 100.000 prigionieri erano inviati al campo di Kolyma e soltanto circa 10.000 ne ritornavano […] Il più orribile tuttavia, quello che verrà ricordato con più raccapriccio, era il campo di Krinowaja […] Il solo nome ancor oggi terrorizza i pochi superstiti: questo lager non era secondo al più famigerato campo di sterminio della Germania nazista […] E qui un alto ufficiale prigioniero, un italiano, a nome di tutti pregherà il comandante russo di essere fucilato assieme agli altri prigionieri […] All’interno delle baracche del campo di Susslanka la temperatura scendeva a meno quarantasette: pochi furono i superstiti.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.97-99)

«Era questo un campo (Susdal) per ufficiali, tra i quali tutti i cappellani superstiti: cinque. Alcuni di questi riuscirono a celebrare la messa: sempre in tempo di notte, tra il gelo mortale e il rischio di venire fucilati se sorpresi. La mortalità, comunque, superò il 90 per cento.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.121)

«Dichiarare d’esser antifascisti non era sufficiente, bisognava essere comunisti. E ancora: in più di quattro anni di prigionia non ho mai visto un commissario del popolo, ed erano italiani come noi, avere una parola, un gesto, uno sguardo di commiserazione per noi, che morivamo a migliaia.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.127)

Ricordo che durante i primi bagni, continua Gherardini, dopo essermi spogliato in una stanzaccia sudicia entrando nel calidarium, svenivo in media dalle dieci alle quindici volte […] Chi aveva la dissenteria sentiva improvvisamente acuirsi gli spasmi; c’era un buco in un angolo ed era una corsa frenetica, uno spingersi a vicenda, uno schifoso ribollire di escrementi liquidi […] I corpi nudi erano spaventosi. La testa, rasata a zero, sembrava un teschio che avesse conservato la pelle, tra costola e costola apparivano dei solchi profondi, le ossa del bacino erano visibili sotto l’epidermide, tra le cosce passavano i due pugni congiunti […] A Oranki su novecentotrentatrè prigionieri italiani, ne sopravvissero duecento.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.140-141)

­«Al centro della Russia, fra Mosca e Stalingrado, s’apriva, nella regione di Tambov il lager 188 […] La morte s’affacciava al lager in ogni momento, e a decine si contavano i cadaveri in un crescendo che raggiunse e superò i cento decessi quotidiani. Portavano la morte, il freddo, la denutrizione e, conseguentemente, le malattie. Le calorie conferite al prigioniero non erano mai più di 600 (nei campi di concentramento hitleriani le calorie distribuite quotidianamente ad ogni prigioniero di guerra non erano inferiori alle 800 e difficilmente superavano le 1200) […] E’ fuor di dubbio l’intenzione del governo sovietico d’annientare i prigionieri di guerra.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.144)

«La dissenteria fa strage […] la dissenteria si estende in maniera impressionante, diventa quasi sempre sanguigna con effetto letale […] Nessuno a un certo momento vorrebbe più essere ricoverato ai lazzaretti donde non si ritorna vivi […] C’è chi arriva al punto, che la fame, per quanto grande e antica possa essere, non giustifica, di raccogliere il grano non digerito degli escrementi, per rimetterlo nella zuppa dopo la passatina con l’acqua fresca […] Nel lager di Tambov su ventimila prigionieri, ne sopravvissero mille.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.147-151)

«Il campo di Krinowaia era considerato da tutti coloro che ebbero la sventura di transitarvi e la sorte d’uscirne, un vero e proprio luogo di sterminio, non certo secondo al peggiore dei lager nazisti […] Solo in questo campo, nell’arco di quindici giorni, s’ebbero più decessi che in tutti i campi dell’Unione Sovietica: si contarono ventisettemila morti. Per favorire lo sterminio ai prigionieri veniva negato il cibo per i primi sette giorni dal loro arrivo, poi si distribuiva la zuppa che era costituita da acqua calda con qualche buccia di patate e alcuni pezzi di bietola. […] I decessi avvenivano in continuazione, tanto che non si riusciva a sgomberare i cadaveri se non con l’allucinante espediente di legarli al collo ed alle caviglie, formando lunghe catene che venivano trascinate da muli […] A Krinowaja la morte giungeva anche attraverso le fucilazioni, le eliminazioni camuffate e lo scempio del cannibalismo sui moribondi: era praticata l’antropofagia. Anche gli italiani, come avevano fatto gli ungheresi, resi pazzi dagli stenti mangiavano i cadaveri. Il cannibalismo di Krinowaja, è scritto, è una macchia che rimarrà un incancellabile atto d’accusa contro il governo sovietico e contro i comunisti fuoriusciti, testimoni indifferenti della degradazione dei loro connazionali.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.152-153)

«I prigionieri furono lasciati senza cibo… alcune migliaia morirono nel giro di poche settimane per mancanza di cibo, per assideramento, per intossicazione. Altri per eccessiva fame si diedero al cannibalismo: i cadaveri appena morti o in fin di vita venivano squartati; qualche pezzo di muscolo ancora conservato del dimagrimento, il fegato, le cervella estratti e mangiati crudi o semiarrostiti al fuoco di sterpi e di paglia. Alcuni in qualche gavetta facevano cuocere un po’ quella poltiglia di carne umana […] Le teste venivano aperte, i costati divelti, un fuocherello alcuni sorvegliavano che non venisse nessuno e la cosa era fatta. Non si curavano neppure di ricomporre i cadaveri, io stesso vidi slitte cariche di corpi mutilati […] L’odore del cadavere attirava i mangiatori di carne umana e appena qualcuno mostrava i sintomi della fine prossima gli erano già intorno, pronti a farlo a pezzi; le squadre, messe insieme per impedirlo, non sempre arrivavano a tempo. (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.153-154)

«Negli archivi del KGB, l’erede dell’infausta Enkevedè, solo quest’anno aperti agli storici e ai giornalisti di tutto il mondo, sono emersi i fascicoli compilati con meticoloso zelo sui prigionieri di guerra. Quello che sembrava un olocausto dovuto a cause contingenti risulta oggi inequivocabilmente essere stato un disegno perfettamente pianificato. Vi sarebbe persino un numero esatto di militari italiani censiti dalla polizia segreta: 48.957. Da ciò si arguisce che nelle disperate marce del davai morirono trentaduemila prigionieri: era quella la prima fase dello sterminio programmato […] I prigionieri dell’ARMIR che erano stati rimpatriati, furono circa diecimila, gli ultimi dei quali, in contrasto con le leggi internazionali, lo furono dopo ben dodici anni di deportazione e nove dalla fine della guerra.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.161)

«La guerra era finita ma per coloro che avevano calpestato il suolo russo i conti erano ancora aperti. Non parliamo dei tedeschi e del raggruppamento di Camicie nere e di tanti bersaglieri i quali, troppo spesso, non venivano fatti prigionieri. Il solo riconoscimento costituiva una sentenza di morte. Risulterà poi che i prigionieri risparmiati avevano di che pentirsi di non essere stati subito uccisi. Li attendeva la marcia del davai, li attendevano i vagoni della morte e poi i campi d’annientamento. I sovietici, uccidendo, appena catturati, le camicie nere e i tedeschi, finivano così per privilegiarli perché con la morte avrebbero loro evitato le immense torture del gelo e della fame […] L’eliminazione pianificata, oggi chiaramente dimostrata, era nei disegni del governo sovietico. E bene lo sapevano i fuoriusciti comunisti italiani che cercarono di recuperare, tra quella massa inebetita, coloro che avrebbero potuto diventare comunisti.

Ancora nel 1948, in occasione del grande appuntamento elettorale italiano, il governo sovietico si disse disposto a liberare tutti i prigionieri dell’ARMIR qualora il signor Togliatti fosse andato al potere. Ricorda Enrico Reginato che quando si diffuse questa notizia i sovietici palesarono la certezza della vittoria comunista in Italia tantochè già da mesi prima di quell’aprile fervettero i preparativi per i rimpatri degli italiani […] Nessuna Norimberga per i sovietici che hanno calpestato la convenzione di Ginevra e il diritto delle genti, e nessuna Norimberga per i sovietici che avevano voluto eliminare l’intellighenzia polacca con quindicimila ufficiali soppressi nelle fosse di Katyn […] L’Unione Sovietica con i suoi lager di eliminazione, nei quali erano accomunati dissidenti e prigionieri di guerra, non ha mai saldato i conti verso l’umanità. Né più li salderà poiché il regime fallimentare del suo governo, retto dalla mostruosa ideologia comunista, proprio in questi tempi ha chiuso bottega.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.171-172)

«Eppure l’Italia, dopo l’8 settembre, era passata dallo stato di nemico a quello di alleato e alla fine della guerra era stata firmata un’intesa con l’URSS, sulla base della convenzione di Ginevra, per il rimpatrio di tutti i prigionieri o delle loro salme, come è avvenuto in tutti i paesi del mondo, anche nei più lontani o ritenuti più incivili. Dalla Russia solo dopo cinquant’anni, dopo il crollo del comunismo si viene a sapere di oltre 60.000 nomi ben catalogati negli schedari del KGB, mentre per anni i dirigenti sovietici e i comunisti italiani hanno sempre sostenuto che non c’erano più notizie.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.197)

«Il soldato italiano caduto nelle mani dei sovietici era meno di zero. I piccoli gruppi venivano passati per le armi col seguente ordine di precedenza : tedeschi, camicie nere, cappellani militari. Chi si salvò lo dovette al fatto di essere stato catturato con reparti di una certa consistenza. Il soldato russo di guardia alle colonne, i partigiani e le compagne della scorta sparavano sui prigionieri quando volevano, per qualsiasi capriccio, e di ciò non dovevano rendere conto a nessuno. Le truppe autocarrate che, si incrociavano durante il davai sparavano a loro volta con mitragliatrici, parabellum e fucili contro le colonne e quel macabro tiro al bersaglio apriva sempre vuoti paurosi tra i prigionieri. A chi toccava toccava. Tutti coloro che cadevano prostrati lungo il cammino, stroncati dalla fatica, dalla fame, dal congelamento o dalle ferite, venivano immediatamente eliminati col classico colpo di fucile alla nuca. Quelli che scampavano al colpo alla nuca perché la scorta non avrebbe materialmente potuto liquidarli, erano condannati a morte dal freddo. I sopravvissuti al piombo dei sovietici furono uccisi dalla sete e dalla fame. Di fame e di sete morirono i primi compagni e di tutte le malattie connesse alla totale mancanza di vitto. Collassi cardiaci, paurosi edemi fulminanti e via dicendo aumentarono la strage. Chi riusciva ad arrivare alla fine della marcia del davai si trovò a tu per tu con le epidemie: tifo petecchiale e dissenteria […] Nella steppa e non sul fronte del combattimento restarono effettivi, secondo calcoli ufficiali, varianti dall’ottantatre al novantasei per cento.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.203-204)

«La sofferenza fisica non bastava, c’era il tormento politico! Commissioni di ufficiali dell’NKVD irrompevano ogni tanto all’interno delle celle e sottoponevano ad interrogatori di ore ed ore, accusando di crimini, mai commessi, pretendendo notizie di carattere militare segreto, raddolcendosi promettendo protezione e benessere per il presente e per il futuro in Italia a patto dell’iscrizione al gruppo […] Gl’interrogatori ai quali venivamo sottoposti erano estenuanti: in essi si voleva conoscere la posizione professionale e condizione dei nostri parenti ed amici in Italia, le nostre e le loro idee politiche, l’opinione nostra e dei nostri compagni di prigionia sull’Unione Sovietica e sul comunismo.» (da ‘Prigionieri italiani nei campi di Stalin’, pag.225)

«Poi, all’improvviso decisi di togliermi i distintivi di grado. Nella mia mente spossata si aggrovigliavano considerazioni e ricordi: gli ufficiali di fanteria che – come avevo visto – andavano spesso all’attacco senza gradi, ma soprattutto certi racconti di atroci supplizi inferti dai bolscevichi ad ufficiali italiani prigionieri.» (da ‘I più non ritornano’, pag.55)

«A costui il soldato ripeté d’essere stato effettivamente prigioniero dei russi. Faceva parte di un’enorme colonna d’italiani catturati […] cui i russi avevano dichiarato che li stavano portando a Millerovo, per caricarli sui treni e spedirli a lavorare nelle retrovie. […] Il soldato proseguì: improvvisamente i guardiani della colonna avevano cominciato a far fuoco coi loro mitra sugli italiani.» (da ‘I più non ritornano’, pag.97)

«Appena catturati subimmo la prima perquisizione; capi di corredo necessarissimi per quel clima ci furono tolti. Successivamente i feriti più gravi, circa 150, furono divisi dal resto, ammassati contro una vecchia capanna e mitragliati. I cingoli dei potenti T.34 completarono il misfatto stritolando quelle povere carni. La scena fu così fulminea che al momento restammo allibiti e quasi increduli di fronte a tanta crudeltà. Subito dopo un altro episodio ci fece chiaramente in quali mani eravamo caduti. Una trentina di ufficiali e soldati, non in grado di reggersi, che si trovavano ancora ricoverati in un’isba, furono barbaramente trucidati e l’isba stessa data alle fiamme. I mitra russi non dovevano però averli uccisi tutti perché non appena si levarono le prime fiamme si udirono grida di disperazione che si tramutarono in spasmodiche urla di dolore quando le fiamme stesse giunsero a mordere questi poveri corpi già straziati dalle ferite. (da ‘I più non ritornano’, pag.233)

«Soltanto nel 1977, dopo la pubblicazione delle cifre dettagliate da parte dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore ci fu possibile concretare in cinquanta-sessantamila il numero degli italiani autosufficienti caduti in mano russa. Di essi ne rimpatriarono a guerra finita 10.030. Per gli altri non ci rimangono che le stime fatte dagli stessi prigionieri, secondo le quali il 40% circa dei catturati dovrebbe essere morto di fame e sfinimento, oppure ucciso perché non più in grado di camminare, durante le terribili marce del ‘davai!’ verso i luoghi di radunata al di là del Don; dei sopravvissuti, pure un 40% circa (cioè il 25% del totale catturati) dovrebbe essere morto sui treni glaciali che a piccola velocità li trasportavano verso i lager; infine un altro 40%, sempre dei sopravvissuti (cioè il 15% dei catturati) dovrebbe essere morto nei lager durante i primi quattro mesi di prigionia: ancora per stenti, ma soprattutto per epidemie di tifo petecchiale.» (da ‘I più non ritornano’, pag.233-234)

«Ai caduti in combattimento si devono poi aggiungere purtroppo i tanti, i troppi caduti in prigionia. Si dimentica spesso difatti, volutamente o no, che nei campi di concentramento sovietici oltre il 90 per cento dei prigionieri, di ogni nazionalità, perse la vita per le disumane condizioni alle quali vennero tutti sottoposti.» (da ‘Fronte russo: c’ero anch’io’, volume 1, pag.151)

«A Valuiki assieme al mio generale Battisti, senza munizioni davanti ai cosacchi russi. Siamo costretti: o prigionieri o morire. Dopo alcuni giorni di peregrinare per vari paesi e isbe, siamo arrivati a Rossosch, sempre a piedi. […] Allora mi sono messo io a caricare in spalla feriti e congelati, e caricarli sul treno. […] Siamo partiti di lì in 1300, dopo 15 giorni siamo arrivati a Talukow, siamo rimasti vivi 370, gli altri tutti morti durante il viaggio. Dei 370 a marzo, in settembre stesso anno siamo rimasti vivi 65.» (da ‘Fronte russo: c’ero anch’io’, volume 2, pag.526-527)

«Tenente medico Enrico Reginato, medaglia d’oro al V.M. Battaglione Sciatori Monte Cervino, Corpo d’Armata Alpino: ‘Io non ero presente alla giornata e alla battaglia di Nikolajewka; ero già, da tempo, in prigionia in mano dei russi. Ma appunto per ciò fui testimone delle estreme conseguenze della ritirata degli alpini (e di tutta l’armata italiana) in quell’inverno 1942-43, quando a conclusione della ritirata stessa per molte decine di migliaia di italiani si apri l’appendice e il periodo della prigionia russa. Sono stato testimone delle sofferenze che prolungarono a innumerevoli alpini le sofferenze della ritirata: gli innumerevoli e quasi sempre mortali patimenti di quanti fra gli alpini non riuscirono a varcare il cancello di libertà di Nikolajewka. Da allora penso che ritirata e prigionia costituirono un tutt’uno, la completezza di un calvario cosi irto di dolori e cosi prolungato nel tempo e nell’infinita varietà di patimenti da non consentire alla mente umana di concepirlo. Io ho visto soffrire e morire, in modo inenarrabile, e ne do qui inadeguata testimonianza, affinchè il ricordo appassionato almeno permanga e sia di insegnamento al giorno d’oggi, e tutto sia fatto nel campo della dignità e della tutela dell’uomo al fine di tenere lontana la gioventù attuale dal ripetersi dei patimenti allora sofferti dagli alpini, e da quanti ebbero la suprema sventura di cadere in una prigionia quale fu quella che subimmo in mano dei russi. Abbiamo visto colonne di prigionieri sospinti per giorni e settimane da urli, spari e percosse andar sempre più assottigliandosi perché chi non si reggeva per la stanchezza veniva finito con le armi. Abbiamo sentito levarsi invocazioni disperate ‘dottore aiutami, non ne posso più’, ma anche i dottori non ne potevano più; si coprivano le orecchie con le mani per non udire quelle voci e in quell’istante avrebbero voluto morire per non sentire scaricare le armi sul caduto. Abbiamo visto le strade segnate da cadaveri che genti e corvi profanavano: le prime per recuperare le vesti, i secondi per sfamarsi. Abbiamo assistito a spogliazioni di scarpe, di vesti, di oggetti di ogni genere, appartenenti a uomini sfiniti che non potevano reagire di fronte alla violenza. Abbiamo visto uomini disperati per fame tentare di eludere la sorveglianza per cercare del cibo, e venir abbattuti come cani. Abbiamo visto esseri umani abbruttirsi per l’infinita stanchezza, un’umanità degradata nella quale pochi si sentivano ancora fratelli al vicino o sentivano ancora pietà per il debole o il morente. Lo spirito di cameratismo che aveva legato, un tempo, i combattenti tra loro, sembrava finito con l’abbandono delle armi. Abbiamo visto entrare in campi di raccolta migliaia di uomini di molteplici nazionalità e uscirne vive poche centinaia nel breve arco di tempo di 30 giorni e, in quei trenta giorni, il dolore toccare il vertice dell’inumano. I ricoveri, esposti ai rigori del clima, erano gremiti fino all’inverosimile di uomini doloranti: l’odore acre della cancrena ristagnava ovunque; la fame distruggeva i corpi, la dissenteria completava l’opera di disfacimento di esseri umani martoriati da fame e sete e da parassiti che brulicavano nelle barbe incolte e sotto le vestì sudice e lacere. Un buio tragico e ossessionante scendeva su questi orrori fin dalle prime ore della sera, interrotto ogni tanto da torce agitate da figure umane urlanti che prelevavano uomini per il lavoro; poi tornava un cupo silenzio dì morte interrotto da grida di dolore, da gemiti, da invocazioni pronunciate nelle più diverse lingue, da preghiere elevate al ciclo ad alta voce da qualche cappellano. Abbiamo visto uomini diventare, per fame, feroci come lupi. Alle prime distribuzioni di cibo, come colti da improvvisa follia, spettri umani si levavano e si precipitavano urlando e schiacciandosi, rovesciando a terra ogni cosa, buttandosi al suolo per succhiare il fango impastato con il cibo sparso. Guardiani armati di spranghe di ferro dovevano far scorta al pane per difenderlo dai branchi di uomini in agguato che si avventavano per impossessarsene. Finalmente vennero convogli ferroviari a caricare e portare altrove questo resto di umanità carica di dolore e di parassiti: i convogli scaricavano i superstiti in altri campi che li accoglievano per rigettarli in fosse comuni; in essi li attendeva non la salvezza, ma il tifo, la tubercolosi, la difterite, la pellagra e ogni altro male. I lazzaretti (cosi venivano chiamati i luoghi dove si moriva], erano uno spettacolo drammatico e straziante; corpi discesi su pancacci di legno o sulla nuda terra si sfasciavano per morbi sconosciuti. La morte passava come un’ombra senza requie: ogni giorno volti nuovi, nuove sofferenze; cervelli sconvolti dalla pazzia, deliri, dissenterie, arti deformati dagli edemi, ferite corrose dalla cancrena. I medici e i sanitari si trascinavano fra quegli infelici fintante che il male portasse via anche loro. Ricorderò per sempre che un giorno, in un campo di concentramento, durante l’infuriare di una epidemia che giorno e notte mieteva innumerevoli vite umane, mi si avvicinò un giovane ufficiale medico austriaco, che parlava correntemente l’italiano. Egli mi espresse il desiderio di uscire dalla zona non infetta del campo per assistere gli ammalati, quasi tutti italiani. Lo sconsigliai per il grande pericolo al quale si esponeva; ma insistette con queste parole: ‘Collega, la prego, io non voglio perdere questa grande occasione di essere medico e cristiano’. Profuse generosamente la sua arte e le sue energie per i contagiati; contagiato lui stesso, non trovò più in sé la forza di vincere il male che con parole semplici e grandi si era prefisso di combattere. Si spense con la serena dolcezza di chi è consapevole di non aver perduto né di fronte a Dio né di fronte agli uomini la grande occasione. Era difficile fare il medico, in quelle circostanze. I medicinali scarseggiavano, le poche fiale di analettici, per lo più canfora, dovevano essere utilizzate solo nei casi estremi. Bisognava dosare tutti i farmaci con assoluta parsimonia, valutare lo stato di gravità di ciascun malato, decidere chi doveva avere la precedenza, stabilire una inutile graduatoria e talvolta si trattava di scegliere tra un paziente che invocava il medico nella sua stessa lingua e un altro sconosciuto figlio di Dio. I superstiti di tutti questi mali, uscirono dai lazzaretti con passi incerti e vacillanti. Quelli che alcuni mesi prima erano soldati pieni di vitalità e comandanti autorevoli, apparivano scheletri tenuti assieme da pelle ruvida e squamosa. Le fisionomie erano irriconoscibili; i capelli aridi, incanutiti; gli occhi immersi nelle occhiaie profonde; la cute del viso raggrinzita in minime rughe, il sorriso una smorfia che lentamente si ricomponeva; i denti vacillanti su gengive brune e sanguinanti, le unghie delle mani e dei piedi segnate da un solco trasversale che pareva segnasse l’inizio della sofferenza. Molti avevano perduto fino al 40-50% del loro peso; attoniti, assenti, dovevano pensare a lungo prima di ricordare il loro nome; sembravano esseri spettrali usciti da un mondo irreale, insofferenti ed indifferenti a tutto che non fosse la distribuzione del cibo. I mesi, gli anni di detenzione, non furono che tappe di un lungo calvario di rovina e di morte. Morte per esaurimento fisico, per interminabili marce, per i colpi spieiati degli uomini di scorta, per epidemie incontrollabili, per inanizione. I superstiti, smarriti dal crollo repentino di ogni illusione, tormentati dalla fame, dalla miseria, dalla paura, rimasero, costretti ai più duri lavori, per anni in balia del nemico, il quale, con abilità e perseveranza, cercò di catturarne anche l’anima ed imporre la propria ideologia. I detentori che avevano i corpi di quei vinti volevano il trofeo delle loro anime per vincerli due volte usando l’arma della propaganda e del ricatto: ‘tu devi cambiare opinione altrimenti non rivedrai né la patria né la madre, né la sposa e i figli’. Questo fu l’infame ricatto: cedere dignità, coscienza e fede in cambio di ciò cui i prigionieri avevano diritto senza concessioni e senza compromessi. Finalmente, un giorno arrivò un ordine nei campi: i prigionieri non dovevano più morire; i medici dovevano attenersi ad esso sotto minaccia di gravi punizioni. Che cosa significava questa nuova disposizione? Invero la morte non si lascia impartire comandi. L’ordine voleva dire semplicemente che le restrizioni che determinavano la morte dei prigionieri dovevano cessare. Venne, allora, concesso un miglioramento di vitto, modesto ma pure essenziale; vennero presi provvedimenti che crearono condizioni possibili di vita, la lotta contro i parassiti si fece efficace, i medici trovarono meno arduo il loro lavoro disponendo di una quantità maggiore di mezzi, in ambienti più igienici ed adeguati. Ciò bastò per notare nei prigionieri una lenta ripresa delle forze, un miglioramento progressivo dei rapporti sociali, un ritrovamento di dignità e coscienza, un albeggiare di nuove speranze. Si riallacciarono vecchie amicizie, si riprese man mano a pensare, a parlare, a pregare, a confidarsi, a sperare, a credere nella salvezza. Ma ciò fu raggiunto quando già da tempo le fiamme della guerra si erano spente e nel resto del mondo iniziava, con la pace, una lenta resurrezione.» (da ‘Nikolajewka: c’ero anch’io’, pag.650-653)

«Chi rimase indietro o, meglio, chi sopravvisse alla cattura (poiché, fin troppo spesso, chi cadeva nelle mani dell’Armata Rossa veniva ucciso con un colpo nuca: centinaia e centinaia di soldati italiani, che pure sarebbero stati in grado di procedere verso i campi di raccolta, finirono cosi e con loro, a maggior ragione i feriti intrasportabili e i congelati), chi sopravvisse alla cattura dunque (e gli italiani avevano maggiori probabilità di riuscirvi dei tedeschi), veniva costretto ad estenuanti marce forzate che duravano anche settimane. Durante queste marce i prigionieri morivano come mosche, falcidiati dalla fatica, dalla fame, dal freddo o dalle guardie, che uccidevano tutti loro che si accasciavano spossati. Quando poi i superstiti riuscivano a raggiungere i campi di raccolta, rischiavano in questi la morte per sete o per fame: quasi sempre solo il cannibalismo a danno dei defunti permise loro superare quello spaventoso periodo. Solo con il maggio del 1943 la situazione dei superstiti prigionieri italiani (meno di 11.000 sui circa 60.000 catturati dopo la battaglia del Don) potè dirsi migliorata.» (da ‘In nome della resa’, pag.251)

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