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164 – Berlinguer, ovvero il nuovo PCI

“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico” (Enrico Berlinguer – 11 giugno 1984)

Enrico Berlinguer fu segretario dal 1972 al 1984 dell’allora Partito Comunista Italiano (che ha formalmente cessato di esistere nel 1991 per rinascere prima come PDS – con la fuoriuscita di Rifondazione Comunista – e poi come PD).

Berlinguer che, dopo aver preso le distanze da Mosca e aver promosso con scarso successo la linea del «compromesso storico» con la DC, puntò appunto, per dare un contenuto alla sua azione politica, sulla «diversità morale» dei comunisti dagli altri partiti. Abbandonando così di fatto l’obiettivo di una rivoluzione sociale rivelatasi ormai di difficile attuazione.

Una sorta di linea maestra, di mito politico-ideologico, la presunta «diversità morale della sinistra», che finora ha resistito nell’immaginario collettivo.

Ma questa caratterizzazione quasi antropologica, metafisica, che vedeva, e ancora vede, in una sorta di delirio di innocenza, il partito di Gramsci, Togliatti, Berlinguer (e dei suoi eredi) fuori dagli intrighi e dal malaffare, custodi di una questione morale permanente, quasi fossero, essi soli, immacolati ed esenti dal peccato originale, non corrisponde alla realtà. E’ una favola a cui credono in pochi, a cominciare dallo stesso elettorato di sinistra. Perché la storia e le indagini giudiziarie hanno provato che Berlinguer ricevette per anni finanziamenti dall’Unione Sovietica.

Giusto per rinfrescare la memoria, è provato e documentato che i comunisti italiani ricevettero dai «fratelli» sovietici, solo nell’arco di tempo che va dal 1950 ai primi anni Novanta, qualcosa come mille miliardi delle vecchie lire. Attinti dal «Fondo di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra». In forma ufficiale, cioè. Esistono le ricevute. La somma lievita se consideriamo i canali normali, il finanziamento a enti e istituzioni legate al PCI, i guadagni delle cooperative rosse per il loro ruolo di intermediazione nel commercio fra Italia e URSS.

Berlinguer, oggi punto di riferimento per Fassino e soci, guidava un partito che sopravviveva grazie ai fondi di un impero totalitario e schiavista.

Quattrini a palate serviti per «occupare» in modo sistematico sindacati, magistratura, scuole, università, giornali, case editrici. Le banche sarebbero arrivate per ultime. È l’attuazione della lucida strategia elaborata – l’abbiamo scordato? – da Gramsci.

Un fiume di denaro, quindi, da Mosca a Via delle Botteghe Oscure. Talmente «diversi», i comunisti nostrani, da accettare senza batter ciglio fondi non solo sottratti al bisogno del popolo russo, ma provenienti da quel sistema di potere – anche questo ormai è provato e documentato, grazie al lavoro della commissione Mitrokhin – che aveva tentato di uccidere Giovanni Paolo II: sarebbe stato infatti Breznev ad armare la mano di Ali Agca il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Il Papa polacco era considerato dall’impero comunista la più grave minaccia alla sua sopravvivenza. Con l’attentato a Wojtyla il vecchio PCI, additato ancora oggi dai suoi eredi come modello di onestà e «superiorità morale», non c’entrava direttamente, lo sappiamo. Ma i rapporti, soprattutto finanziari, con chi quell’attentato lo decise e lo organizzò, erano chiarissimi.

Vi consiglio di leggere il libro ‘Compagno cittadino. Il PCI tra via parlamentare e lotta armata’ di Salvatore Sechi (editore Rubettino), lo storico docente all’Università di Ferrara, che, dopo essere stato un militante, descrive il PCI.

Qui vi propongo l’intervista fattagli dopo l’uscita del libro da Leonardo Raito.

Come mai un libro sul PCI, cioè su di un partito che dopo il cambiamento di nome sembra essere scomparso dalla storiografia?

La Fondazione Gramsci non ha smesso di studiare, a volte anche in maniera iconoclastica (come nel caso di Berlinguer), dirigenti e aspetti della storia del PCI. E’ vero che su Gramsci e Togliatti sembra prevalere l’aroma della continuità. Ma sono, semmai, gli storici non comunisti, penso ai vecchi “compagni di strada”, ad aver abbandonato questo argomento di studi, una volta privilegiato.

Come mai?

Non dimentichi che gli intellettuali sono spesso molto conformisti, gente che ama riti e servizi di curia, fare abluzioni e solide riverenze ai politici in ascesa. E sanno anche calcolare la convenienza, cioè i ritorni (di immagine, di finanziamenti, di “economie di atmosfera” come dicono gli inglesi ecc.) delle loro ricerche. E’ chiarissimo che del PCI a Piero Fassino o a Prodi importa assai poco. Dunque, non c’è trippa per il ceto dei colti pronti a servire il Principe.

In questo volume Lei sostiene una tesi assai inedita, controcorrente se non addirittura ardita, cioè che il PCI anche nel tardo dopoguerra, quando cioè ha cominciato a socialdemocratizzarsi, è rimasto un partito rivoluzionario.

Ho preso per esempio la vicenda dell’Emilia Romagna e in generale delle “terre rosse”, cioè Toscana, Umbria, Marche. I comunisti emiliani sono stati una straordinaria forza di gestione riformista nelle amministrazioni locali, anche grazie alla precedente esperienza di governo dei socialisti. Creano “il socialismo in un solo comune o regione”, quella che Togliatti aveva schermito, in Toscana, chiamandola “la via di Poggibonsi al socialismo”. E’ un modello statalistico, partito-centrico, che produce sviluppo e occupazione nel contesto di un grande processo di trasformazione industriale e di immissione delle donne nei processi produttivi.

Ma lei introduce un altro elemento, che susciterà grande scandalo.

E’ vero. La socialdemocratizzazione dei comunisti italiani sul terreno delle pratiche di governo convive con una riserva di fondo sul regime parlamentare, sulla democrazia parlamentare. Sono impressionanti i documenti, di origine diversa, sull’esistenza di una struttura para-militare clandestina che il PCI tiene in vita a lungo.

Non oltre il centrismo, cioè la fine dei governi presieduti da De Gasperi.

Ho l’impressione che le cose non stiano così. La militarizzazione del PCI si prolunga, in maniera attiva o inerziale, sino alla fine degli anni sessanta almeno. Se il ministro dell’Interno Giuliano Amato e quello della Difesa Arturo Parisi fossero meno interessati a conservare il passato, e lasciare circolare, come unica fonte storiografica, le memorie e gli stessi falsi elaborati dai comunisti, e più preoccupati di bandire le streghe, aprendo gli archivi, misteri ed ossessioni sull’apparato militare del PCI avrebbero una rapida soluzione. Non ha più senso identificare la storia dei comunisti nella lotta per il pane e l’occupazione. Dove sono più forti, proprio lì, come in Emilia Romagna, si reclutano più uomini per costituire bande armate in Cecoslovacchia.

Perché lei stenta a chiamare un grande processo di democratizzazione quanto i comunisti hanno fatto in quella regione, e in altre?

Confesso di essere rimasto assai influenzato da un vecchio libro, “Satrapie”, in cui il direttore del “Resto del Carlino”, Mario Missiroli, descrive la forza di intimidazione, di simulazione, e la stessa violenza con cui essa viene punita, insieme ad eventuali forme di dissenso. Ancor più, con i comunisti il dato costante della loro cultura, della stessa antropologia, è quello dell’omologazione, cioè di non amare il diverso, di avversare il pluralismo, a meno che non riesca a controllarlo e dirigerlo. Questa di mettere le braghe ai propri alleati e in generale alla società civile, impedendone un libero e spontaneo sviluppo, è la loro preoccupazione costante. E’ quanto hanno fatto nei confronti della sinistra socialista, di quella democristiana, degli indipendenti di sinistra ecc. Il PCI è sempre stato un partito totalizzante e totalitario, oltre che un classico “partito pigliatutto”. Far crescere il consenso non significa aumentare la crescita democratica, il diritto cioè ad esprimere, e far contare, la propria diversità, e anche indipendenza, dai comunisti.

Il PCI ha sempre puntato a incorporare, integrare, dettandone le condizioni, milioni di persone nelle proprie istituzioni (penso ai sindacati, agli organismi scolastici, ai consigli di quartiere, alle organizzazioni del tempo libero ecc…). Ma questo spartito sembra una vecchia musica.

Ha ragione. Sembra di riascoltare Togliatti nelle “Lezioni sul fascismo” a metà degli anni Trenta del XX secolo quando a Mosca insegnava ai suoi giovani compagni la straordinaria capacità che aveva avuto il regime mussoliniano, al di là dell’uso della violenza preventiva e repressiva, di stabilire un contatto permanente con strati sociali e istituzioni (dalle cooperative ai sindacati e alle associazioni sportive ecc.) non fasciste, e a neutralizzarle. Se non si tiene presente il modello fascista di organizzazione delle masse, di controllo della società civile, che ebbero il Fascismo e la Chiesa (al centro delle riflessioni di Gramsci, e non solo di Togliatti), non si capisce nulla della conquista comunista del consenso. Non dimentichi che fino nel 1948 arrivò ad avere circa due milioni, due milioni e mezzo di iscritti. E durante il periodo repubblicano ebbe il più alto numero di iscritti e di attivisti.

Ma come fece a disporre di una macchina organizzativa così potente?

Nel libro mostro come oltre il 20% del bilancio del PCI fosse di origine sovietica e, in secondo luogo, come esso venisse rimpinguato delle tangenti pagate dalle imprese pubbliche e private che investivano o commerciavano con i paesi dell’Europa orientale.

Ma, professor Sechi, queste sono le cose che scriveva una rivista neofascista come ‘Il Borghese’.

Erano informazioni corrette, indiscutibili. Mario Tedeschi, il direttore del giornale legato alla destra neo-fascista, riceveva informazioni di prima mano dal capo dell’Ufficio degli affari riservati del ministero dell’Interno. Curerà buoni rapporti con alti dirigenti del PCI. In secondo luogo ci sono le informazioni dei nostri servizi segreti.

Erano affidabili? Che cosa sostenevano?

Si tratta di una documentazione preziosa, una sorta di radiografia del mondo industriale italiano e delle operazioni in URSS, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia ecc., con l’indicazione della tangente versata al PCI. Ne erano informati sia il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi sia il ministro Ugo La Malfa.

Ma si rende conto che sta dipingendo il PCI come il partito più corrotto ed esoso dell’Italia post-fascista…...

Togliatti e i suoi successori sono stati i più esosi del Ghino di Tacco della democrazia repubblicana, che viene identificato, facendo carte false, nel PSI di Bettino Craxi. Nessun imprenditore né della Confindustria né delle aziende di Stato, ha potuto fare alcun accordo con imprese dell’Est europeo senza versare al PCI, che deteneva il monopolio, addirittura europeo, dell’intermediazione, commissioni, taglie, tangenti cospicue. In secondo luogo, c’è il capitolo dell’evasione fiscale. Le carte che attraverso Giovanni Falcone sono state inviate da Mosca in Italia, documentano come il PCI abbia praticato con l’URSS una politica di colossale evasione fiscale ai danni sia dello Stato sovietico sia di quello italiano. Penso ad esempio a Maritalia.
(da Post-comunisti senza peccato e La vocazione rivoluzionaria del PCI)

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