Ricordare…

071 – L’Etiopia e i gas asfissianti

La ricostruzione e’ fatta dal generale Alberto Rovighi, incaricato dall’ ufficio storico dello Stato Maggiore, ed e’ stata pubblicata ieri sulle pagine del quotidiano “Il Messaggero” di Roma.

Si cominciò con “lanci di iprite” . sostiene il militare . sugli itinerari che portavano ai guadi di Tacazze’ . “Localita’ e numero delle bombe sono riportati nel diario storico del comando di Badoglio” . scrive Rovighi .
Le nostre truppe, schierate a difesa a quasi un centinaio di chilometri di distanza, non ebbero alcun sentore dell’ impiego del gas“.

Il generale Rovighi dice la verità . I gas erano nei nostri magazzini. Furono sicuramente usati qualche volta. Ma il loro impiego non e’ stato determinante per la nostra vittoria. Noi ufficiali subalterni delle truppe avanzate comunque non ce ne siamo mai accorti“, dice Indro Montanelli, all’ epoca ufficiale in Etiopia, che non contraddice, nelle sue conclusioni, il racconto del generale Alberto Rovighi.
Gli ufficiali non volevano impiegarle perche’ avevano paura che i nostri soldati, scalzi, passando sui terreni bombardati col gas si sarebbero potuti piagare“.
Il giornalista racconta che solo una volta giunse la notizia che sull’ altro fronte gli abissini “avevano fatto a pezzi un aviatore italiano e per rappresaglia vennero impiegate delle bombe con i gas“.

E di questo episodio parla anche Rovighi.

Lo storico militare ricorda date e battaglie combattute con i gas (seppure “l’ impiego difficile e gli scarsi risultati anche per la ridotta persistenza del gas alle temperature elevate e la dispersione degli avversari sconsigliarono l’ uso“) arrivando a concludere che l’ impiego fu propagandato dalla stampa e dai capi etiopici ma che la vittoria fu “essenzialmente assicurata da un migliore armamento e da uno sforzo logistico di grandi dimensioni
(2 novembre 1995) – Corriere della Sera

La testimonianza di Indro Montanelli
Dopo qualche giorno Badoglio capitò sul mio avamposto, a Mai Agulà. Ci arrivò a dorso di mulo, seguito da due Ascari a piedi, non volle i regolari squilli di trombe, ma solo vedere come avevo disposto le mie povere tre mitragliatrici Breda, me ne fece cambiare la disposizione spiegandone il perché. Dopo circa tre mesi arrivarono le strade costruite dai soldati bianchi in funzione di stradini. Con le strade arrivarono i camion coi rifornimenti, lo schieramento si mise in movimento, e Badoglio con tre spallate annientò quello avversario. Fu dopo tanti anni che sentii parlare di gas, l’iprite, con cui avremmo avvelenato le acque del Lago Ascianghi. Sull’Ascianghi io fui, data la straordinaria mobilità degli Ascari, uno dei primi ad arrivare, ne bevvi l’acqua, ci feci per tre giorni il mio bagno (di cui avevo urgente bisogno), né mai ho visto qualcuno dei miei Ascari – che marciavano a piedi nudi – piagato dall’iprite. Più tardi mi fu spiegato che l’uso dei gas – o meglio della lontana bisnonna dei gas qual era l’iprite – era stato ordinato dal Duce, che voleva dare prova di terribilismo, e che qualche lancio ne era stato effettivamente fatto, ma sul fronte Sud, quello di Graziani.” (Indro Montanelli – ‘La stanza di Montanelli, Corriere della Sera,15-2-2001)

da (LA GUERRA D’ETIOPIA E “I GAS DI MUSSOLINI/post/1809626.html
Allora, gli italiani nella guerra etiopica usarono o no i gas asfissianti?

Prima di entrare nel merito sarà bene ricordare che quando l’Italia affrontò quell’impresa, Francia e Inghilterra profetizzarono che, qualora il nostro Paese fosse riuscito a vincere quella guerra, questa sarebbe durata non meno di cinque anni e con perdite inimmaginabili.
Grande fu lo scorno della “Perfida Albione” allorquando quel conflitto si risolse per noi vittoriosamente in una manciata di mesi. Ecco allora venir fuori il motivo: “Hanno vinto perché usarono i gas asfissianti”. E’ sempre difficile tentare di confutare certi argomenti, quelli cioé che riguardano “il feroce volto del fascismo”, il minimo che può capitare al malcapitato che si dovesse avventurare nell’impresa sarebbe quella di essere marchiato di “revisionismo”, il che equivale ad una infamia.

In occasione del cinquantenario dell’impresa etiopica ed esattamente il 3 ottobre 1985, il primo canale televisivo della RAI, mandò in onda una trasmissione che doveva essere rievocativa e la direzione fu affidata ad Angelo Del Boca. Come è ormai uso in casi del genere, il programma “non prevedeva” alcuna controparte e, di conseguenza, lascio al lettore stabilire il livello di quello che doveva essere una tale ricostruzione storica.
Angelo Del Boca, è l’autore del volume “I gas di Mussolini” e non centellina le accuse di “brutalità” e “la ferocia del tiranno” a danno di quell’infelice Paese: l’Etiopia.

Per inquadrare il grado di attendibilità dell’Autore, trascrivo quanto ha riportato a pagina 45 del libro in questione: ‘Montanelli ad esempio ha finalmente (?) ammesso l’impiego dei gas in Etiopia (…)‘;. E’ oltremodo strano che uno “storico”, fornito di ampia documentazione, senta la necessità di ricevere approvazione alle sue tesi da parte di un giornalista anche se del prestigio di Indro Montanelli.

Nella realtà il De Boca asserisce una grossa inesattezza; infatti Montanelli in data 12 gennaio 1996 su “Il Messaggero” ribadisce: ‘Se la guerra a cui ho partecipato corrisponde a questi conntati, vuol dire che io ne ho fatta un’altra. Che non c’ero. Ma quali gas?‘;.
Alla domanda: ‘Lei continua a non credere nei gas?‘; Montanelli rispose: ‘Vorrebbe dire che ero cieco, sordo, imbecille. No, guardi di quelle cose non c’era traccia. Una cosa sono le carte, che possono anche essere scritte per la circostanza, un’altra le testimonianze vissute‘.

Prima di passare alle “testimonianze vissute”, per inquadrare nel suo insieme quanto si sta trattando, è interessante riportare:

  • un altro passo del volume in questione, dove l’Autore attesta: “Il mio lavoro vuol essere una sorta di deterrente contro i fantasmi del passato (…)“. Non è certamente una garanzia di indipendenza di giudizio questa dichiarazione: un ricercatore non può scrivere “contro qualcosa o qualcuno”;
  • una precisazione del De Boca che attesta che i bombardamenti chimici continuarono fino al ‘39, nella fase di ‘pacificazione’ delle colonie conquistate. Precisa lo ‘storico’: “Non ho dubbio alcuno e i documenti comprovano che sulla testa degli etiopici il regime (!) scaricò dalle 2000 alle 2500 bombe per complessive 500 tonnellate di aggressivi chimici. Questo è stato il nostro regalo. Sono cifre assodate“.

I “documenti” a cui Del Boca fa riferimento sono noti da diversi anni, ma quel che non è noto è la conseguenzialitità con cui si giunse a quei “documenti”, non la loro reale autenticità, e attesto questo perché da troppi anni, per motivi che nulla hanno a che vedere con la Storia, troppi falsi hanno circondato gli avvenimenti di “quei” venti anni.

E passiamo alle “testimonianze vissute”.

Pietro Romano, “Il Giornale” del 18/2/96: “All’epoca ero un semplice gregario del gruppo Diamanti. Poiché il mio reparto, come è risaputo, operò sempre in avanguardia nel Tigrai e altrove, nessuno dei suoi gregari sarebbe sfuggito alle contaminazioni, se fossero stati usati i gas (…). Posso assicurare che i gas non furono mai usati“.

Il Colonnello Giuseppe Spelorzo in data 18/3/96 mi ha, fra l’altro, scritto: “Ho la buona sensazione che il Sig…. e gli altri cretinissimi italiani ne sappiano molto meno di me. Già, io ho avuto la ventura di percorrere tutto l’Impero A.O.I. (…) mai sentito parlare di gas (…)”.
Sempre il Colonnello Spelorzo, ma in data 12/6 ha ribadito: “I gas! Nessun militare del nostro esercito conquistatore era dotato di maschere antigas! Ne sono testimone vivente: sbarcato a Mogadiscio il 24 giugno 1935, rimbarcato a Massaua il 28 marzo 1938!“.

Uno dei punti nodali è “la maschera antigas”. Nessuno, per quanto ne sappia, ha mai accennato che il nostro contingente avesse in dotazione quel tipo di protezione; infatti se il vento avesse cambiato improvvisamente direzione (e in quelle latitudini la cosa era più che probabile), l’iprite avrebbe investito coloro che l’avevano lanciata e disporre della “maschera” doveva essere il minimo della prevenzione.

Segue l’interessante dichiarazione del Sig. Giovanni De Simone su “Il Giornale d’Italia” del 23 marzo 1996: “(…) In A.O.I. non vennero usati i gas. Se così non fosse io sarei stato il primo a saperlo prestando servizio al Sim ove giungevano decrittati tutti i messaggi della intera rete radio del nemico captati dal “Centro intercettazioni” di Forte Bracci; un vero libro aperto per noi in possesso di “decifratore”. Mai rilevata una parola sui gas.

E ancora “Il Giornale d’Italia” del 29/4/96, il Sig. Giulio Del Rosso testimonia: “Posso tranquillamente affermare che nel settore del fronte etiopico, dal fiume Mareb, confine fra l’Eritrea e l’Etiopia, fino al Lago Tana (oltre 1000 Km. pedibus calcantibus) ove ha operato il VI° Corpo d’Armata, comandato dal generale Babbini e del quale faceva parte il mio reparto, non sono mai stati impiegati gas tossici. Avevo raggiunto, io, Addis Abeba dopo le ostilità ed avevo avuto l’occasione di contatti con commilitoni provenienti da altri fronti e da altre località ove si susseguirono battaglie cruente e sanguinose, non ho mai sentito la parola ‘gas’ (…)”.

Altra perla, me la riferì una graziosa francesina incontrata a Firenze nel ‘37, secondo la quale giornali francesi ed inglesi riportavano che noi Cc.Nn. avremmo mangiato a colazione bambini abissini.

Lo stesso Winston Churchill nella sua “La Seconda Guerra Mondiale”, a pag. 210, esclude l’uso dei gas nei seguenti termini: “I gas asfissianti sebbene di sicuro effetto contro gli indigeni non avrebbero certo accresciuto prestigio al nome d’Italia nel mondo“.

Vittorio Mussolini che all’epoca era al comando di una squadriglia di bombardieri mi disse: “Mai usati i gas. E noi dell’aeronautica che avremmo dovuto trasportarli e sganciarli, dovevamo pur esserne a conoscenza“.

Non so se il Del Boca, nel suo libro, ha ricordato che ai prigionieri caduti in mano abissina venivano riservati trattamenti diabolici: l’evirazione era la norma comune.
Non è male ricordare un fatto che traumatizzò l’opinione pubblica nazionale:
il 13 febbraio 1936 a Mai Lahlà operava, ubicato imprudentemente oltre il Mareb, un cantiere Gondrand. Su questo opificio piombò una banda di 2.000 guerriglieri abissini al comando del Ras Immirù, che dopo aver ucciso in modo atroce tutti gli operai, torturarono, come sapevano far loro, l’ingegnere milanese Cesare Rocca fino ad ucciderlo. Violentarono ripetutamente la moglie Lidia Maffioli e, prima di finirla, le misero in bocca i testicoli del marito.
Nel caso del genere, contro gli autori di simili misfatti, l’uso dei gas sarebbe stato più che motivato.
Le Convenzioni de l’Aja e di Ginevra tra l’altro stabilivano: “(…) La rappresaglia è, cioé, un atto di violenza isolata nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita“.
E ancor più chiaramente precisavano: “La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno“.

Questi episodi (che poi non erano tali, ma la norma), non erano “propaganda fascista”, ciò è dimostrato dal fatto che vennero denunciati anche dai Governi pre-fascisti, in occasione delle disastrose spedizioni effettuate in quel periodo e in quelle località.
In merito a quegli avvenimenti accaduti alla fine del XIX secolo, il Del Boca attesta: “E Se la prima guerra d’Africa fu condotta in maniera cavalleresca, quella intrapresa dal fascismo fu invece di sterminio (!) e di sopraffazione“.

Non so se queste dichiarazioni possono essere tacciate di impudenza o di cos’altro; infatti evirare i prigionieri e sotterrarli vivi (notizie di fonte inglese) era una “maniera cavalleresca” di condurre la guerra.
Altra testimonianza interessante è quella dello storico scozzese Denis M. Smith, non certo sospetto di nutrire simpatie per il regime mussoliniano, esprime uguali perplessità; nella sua biografia su “Mussolini” riconosce che: “L’impiego dei gas è forse un fatto meno rilevante dei grandi sforzi prodigati per celarlo (…) contrastava con la missione civilizzatrice (…) e la vittoria con atrocità illegali avrebbe danneggiato il prestigio fascista“.

Ugualmente interessante è quanto ha scritto il signor Francesco Deosanti (“Giornale d’Italia” dell’1/4/96): “Da metà febbraio 1935 a metà giugno 1936, fui sottufficiale in servizio presso la Capitaneria di Porto di Massaua (…), non dimenticherò mai quella mattina, credo di febbraio 1936, quando registrai un piroscafo di 500/600 tonnellate con un carico di 25 tonnellate di ‘iprite’ (…)
Il Sig. Deosanti così continua: “Ho conosciuto recentemente un ex sottufficiale del Genio, che faceva parte della Colonna Graziani da Belet Ven (in Somalia) ad Addis Abeba, che mi ha detto: ‘Non ho mai sentito parlare di gas’“.

Che una nave trasporti ‘iprite’ non prova che quel gas sia stato usato per scopi bellici. Infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale e precisamente dopo l’8 settembre 1943, alcuni bombardieri tedeschi colpirono delle navi alleate alla fonda nel porto di Bari.
Una di queste trasportava un gas venefico, probabilmente ‘iprite’. La nave, centrata da una bomba, si incendiò diffondendo il gas letale nel centro abitato che causò centinaia di morti.
Ancor oggi il fatto è accuratamente celato, anche se tanti fusti di quel pericoloso gas giacciono, tutt’ora, nel fondale Adriatico. Una nave alleata trasportava ‘iprite’ e nessuno ha mai accusato gli alleati di averlo usato per fini contrari alle Convenzioni Internazionali.

(In realtà se ne parla in due articoli: il bombardamento tedesco su Bari (2 dicembre 1943), di Ferrari P. e Leuzzi V., in “STORIA militare n. 14 (novembre 1994) e Bombe tedesche su Bari, di Grande G., in “STORIA militare” n. 176 (maggio 2008)).

Per concludere. Nel compilare questo articolo contattai il generale Angelo Bastiani, presidente del gruppo Medaglie d’Oro, recentemente scomparso. Alla mia domanda, sdegnato mi rispose: “E’ una vigliaccata, rieccoci con le carognate. Io e i miei indigeni eravamo le avanguardie di ogni assalto, ci avrebbero almeno dato le maschere antigas. Alla battaglia conclusiva di Maiceo, al lago Ashraghi, quella a cui partecipò anche il Negus; perché lui che ne avrebbe avuto tutto l’interesse mai disse che lo combattemmo coi gas?“.

Giro le domande:

  1. perché nessun milite italiano fu mai fornito di maschere antigas?
  2. Perché il Negus, benché fosse di casa alla Società delle Nazioni, mai denunciò l’uso di ‘armi illegali’ da parte degli italiani?

Commenti

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1 commento

  1. […] Il problema è che diverse delle fonti nominate le ha soltanto Del Boca, nei suoi archivi; nemmeno Montanelli ha mai ricordato e testimoniato l’uso di armi di questo genere. Secondo Del Boca Montanelli è […]

    Pingback di Angelo Del Boca – Italiani, brava gente? « italienischen-militar-internierten.org | dicembre 13, 2009


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