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112 – Il ‘miracolo’ economico di Cuba

Le interpretazioni pro-Castro, in Italia, provengono non solo dai nostalgici del comunismo, ma anche, incredibilmente, da molti ambienti della sinistra moderata. Resta un mistero come sia possibile guardare ancora con indulgenza – o addirittura con speranza! – al modello cubano, i cui mali sono stati denunciati persino dalla sorella e dalla figlia del dittatore cubano; e magari avendo come mito Kennedy, il quale organizzò lo sbarco alla Baia dei Porci per rovesciare Castro. Si finge di ignorare le gravi limitazioni alla libertà religiose, economiche, politiche. Si finge di non sapere che a Cuba si finisce in galera per vent’anni se si leggono i libri di Orwell. Si finge di non vedere (o forse ci fa comodo?) il degrado delle giovani cubane “disponibili” con i turisti. Si volta la testa per non guardare le incarcerazioni e fucilazioni di prigionieri politici (magari coperte come condanne per reati comuni), gli affondamenti dei canotti di disperati che cercano di raggiungere la Florida. E in nome di quale presunto “progresso” bisognerebbe ignorare ciò?

Si rifiuta di guardare in faccia la realtà (come è già accaduto in passato) chi crede alla propaganda grossolana di un regime che definisce all’avanguardia il suo sistema sanitario o scolastico: studî O.N.U. danno Cuba al 14° posto, tra i Paesi dell’America latina, quanto a qualità del sistema educativo; e al 24°, sempre tra i soli Paesi latino-americani, quanto a sviluppo complessivo. In quasi cinquant’anni si poteva costruire ben altro! Altrettanto propagandistica è la tesi per cui la miseria economica – a Cuba anche i generi di prima necessità sono razionati – è dovuta all’embargo americano (fortissimamente voluto, tra l’altro, proprio dal milione di esuli cubani negli U.S.A.). Esiste un mondo intero, al di là degli Stati Uniti, che commercia liberamente con Cuba; se l’economia cubana non ne sa beneficiare (e ha bisogno sempre di essere finanziata da Stati alleati), ciò è dovuto solo alle sue inefficienze. Non a caso il resto dell’America latina, superato il periodo buio delle dittature militari e un certo vittimismo terzomondista, e apertosi al mercato, sta conoscendo una fase di grande crescita.

Gli ammiratori di Castro – i Gianni Minà di casa nostra – non dimostrano soltanto ingenuità nel ritenere la ricetta economica cubana una ricetta valida; ma anche – diciamo così – “scarsa responsabilità” nel ritenere che, in nome di quella ricetta, si possano calpestare i diritti umani. Senza capire che benessere e libertà sono indissolubilmente legati. I motivi di questa infatuazione, dicevamo, restano un mistero. La cui soluzione forse è nelle parole di Saul Bellow:

“Tesori d’intelligenza possono essere investiti al servizio dell’ignoranza, quando il bisogno d’illusione è profondo”.

Al mistero si aggiunge un dubbio – quando gli “ammiratori” sono uomini politici – sull’affidabilità democratica di queste persone, sulla capacità di proporre per il nostro Paese ricette davvero valide (e non il riciclaggio riadattato di ricette fallimentari).

(da Il Papa, Castro, Cuba di Giovanni Martino su Europa Oggi)

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