Ricordare…

42h -Pearl Harbour

Al termine della prima guerra mondiale, quando sui tavoli di Versailles si disegnavano i confini del nuovo Stato degli slavi del Sud, i croati avevano fatto di tutto per non essere incorporati nell’artificiosa o struzione politica. Fino al punto di progettare piani insurrezionali con Gabriele D’Annunzio dopo l’impresa fiumana e la costituzione della Reggenza del Carnaro. In seguito, la prevaricazione dei serbi sui croati era stata, fra le due guerre, così pesante ed oltraggiosa che ora non c’era da stupirsi se, appena avutane la possibilità, gli ustascia avevano iniziato aspramente a vendicarsene. (da ‘L’esodo – La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia’, pag.35-36)

Ma il fato volle che quei colpi and assero a vuoto e così fu concluso il patto che oggi mette tanto in imbarazzo gli storici stalinisti, i nostrani compresi, che non sanno come giustificarlo. È un fatto che il giorno dopo la firma, Hitler fissò per il 26 l’attacco alla Polonia. […] Nel 1942 Stalin diede a Churchill la seguente giustificazione: disse che non aveva altra alternativa e che voleva evitare un attacco a sorpresa della Germania contro l’URSS. La verità è che il patto assicurava alle spalle il Führer e il protocollo segreto – che dopo la guerra il governo sovietico ha finto, per 50 anni, di non conoscere – stabiliva la spartizione dell’Est europeo in rispettive sfere d’influenza nel più squisito spirito imperialista, poiché con esso l’URSS si prefiggeva addirittura l’inglobazione di Estonia e Lettonia e metteva in dubbio la stessa esistenza della Polonia come Stato indipendente. Infine va sottolineato lo slancio con cui l’URSS siglò il patto: già una settimana dopo la sua firma, da Leningrado a Vladivostok, la letteratura tedesca antinazista era divenuta introvabile. Era la prova dell’amicizia tra Hitler e Stalin. (da ‘In nome della resa’, pag.26)

Domenica 3 settembre, contrariamente alle previsioni hitleriane, visto che l’invasione continuava, la Gran Bretagna, alle 11, e la Francia, alle 17, dichiararono di essere in stato di guerra con la Germania. Non dichiararono guerra alla Slovacchia, considerata Stato satellite, e, cosa a dir poco curiosa, neppure all’URSS che il 17 settembre invase anch’essa con due armate la Polonia, entrando da est. Come dire che il problema non era l’invasione dell’alleata Polonia, ma semplicemente chi invadeva l’alleata Polonia. (da ‘In nome della resa’, pag.29-30)

I giorni passarono. Il 28 settembre Hitler e Stalin si spartirono ufficialmente la ex-Polonia come una torta, nello spirito dei re prussiani e degli zar russi del XVIII secolo. In base al nuovo accordo la Lituania veniva ‘svenduta’ da Hitler a Stalin, il quale gli cedette Vilna (10 ottobre) e si annesse, a dicembre, la sua parte di Polonia. (da ‘In nome della resa’, pag.33)

[…] la Germania aveva invaso la Danimarca (malgrado il patto di non aggressione del 7 giugno 1939) e la Norvegia. La prima si fece invadere senza reagire e rimase perciò neutrale, anche se occupata, fino alla fine del conflitto. Assai diverso il comportamento della seconda che, malgrado re Haakon VII disponesse solo di 6 divisioni, si battè con estremo coraggio. A dire il vero l’invasione tedesca precedette solo di poche ore l’invasione britannica e francese e fu perciò un puro caso che Oslo si schierò con Londra e Parigi e non con Berlino, ma queste ‘sfumature’ danno fastidio al mondo d’oggi, anche al popolo norvegese. (da ‘In nome della resa’, pag.42)

Malgrado ciò Hitler non aveva avuto motivo di lamentarsi del suo amico Stalin (per cui, in verità, nutriva un’ammirazione ‘professionale’), poiché questi (che a sua volta definiva il Führer una ‘magnifica figura’) gli aveva consegnato perfino ottocento comunisti tedeschi fuggiti nell’URSS e poi caduti in disgrazia e, tramite Molotov, si era pure felicitato per la vittoria della Germania contro la Francia. Indubbiamente Stalin aveva approfittato dell’amicizia per condurre una guerra privata contro la Finlandia (30 novembre 1939-12 marzo 1940), per strappare la Bessarabia e la Bucovina settentrionale alla Romania (27 giugno 1940) e per annettersi nel luglio-agosto 1940 le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania). (da ‘In nome della resa’, pag.176)

L’alleanza tra Londra e Mosca, tra Churchill e Stalin, significava tuttavia la rinuncia sovietica ai principi marxisti che non fanno differenza tra gli Stati borghesi e la rinuncia britannica a condurre una guerra parallela contro Hitler e ciò metteva in dubbio l’ideale della crociata democratica contro la tirannide. Un dubbio diventò ben presto certezza, dato che la propaganda britannica si mise subito all’opera per creare una immagine ‘simpatica’ (quanto menzognera) del regime staliniano. (da ‘In nome della resa’, pag.184)

A questo punto, in stretta relazione con la guerra tedesco-sovietica, il Medio Oriente ritornò alla ribalta. Lo scià di Persia, Reza Pahlavi, le cui simpatie per l’Asse non erano un mistero, rifiutò di espellere i cittadini tedeschi ed italiani dal suo paese. Con ciò egli aveva fornito il pretesto a Londra e a Mosca di invadere il suo impero. Né la Germania né l’Italia avevano preso in sufficiente considerazione la possibilità di potenziare le forze armate iraniane o di installarsi con propri mezzi a Bandar ‘Abbas per minacciare il traffico britannico nello Stretto di Ormuz. Adesso l’Iran si trovava a fronteggiare una invasione con i soli propri mezzi: un esercito dì 31.000 uomini al comando del generale Han Achmet ed una marina militare di 12 cannoniere. Una pulce contro le forze britanniche del generale Wavell e quelle sovietiche del generale Novikov che, rispettivamente da sud-ovest e da nord, il 25 agosto superarono il confine iraniano. Vista l’impossibilità di resistere, tre giorni dopo, il 28 agosto, il governo imperiale accettò di arrendersi. L’intero territorio iraniano venne perciò rapidamente occupato. (da ‘In nome della resa’, pag.185)

[…] il presidente americano Franklin Delano Roosevelt ordinò alla propria flotta di sparare a vista alle navi tedesche ed italiane. La decisione era giustificata dal fatto che pochi giorni prima, il 4 settembre, il sommergibile tedesco U-652 aveva lanciato due siluri contro il cacciatorpediniere americano Greer che era riuscito miracolosamente ad evitarli. Ma in realtà essa era l’ultimo anello di una catena dì decisioni che miravano appunto a portare gli USA alla guerra e senza questi precedenti non si può comprendere l’azione aggressiva del sommergibile tedesco. Dopo l’approvazione della legge ‘Affitti e Prestiti’, a marzo, Roosevelt aveva fatto occupare ad aprile la Groenlandia che era e rimaneva una colonia danese anche se a Copenaghen circolavano da un anno i tedeschi. Il 7 luglio era stata la volta dell’Islanda: la 1a brigata di fanteria di marina, al comando del generale John Marston, era sbarcata nell’isola dopo che il primo ministro islandese Hermann Jonasson aveva concesso il permesso dì sbarcare… proprio poco prima dello sbarco! Con ciò gli Stati Uniti sì avvicinavano all’Europa e trasformavano l’Atlantico settentrionale in un mare americano attraverso cui passava la linfa vitale che teneva in vita l’isola di Churchill. […] Questo importantissimo incontro, rimasto famoso per via che i due statisti assistettero sulla corazzata Prince of Wales ad una funzione religiosa anglicana, era servito alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti per sottoscrivere due giorni dopo la Charta Atlantica, un documento nel quale si elencavano i principi su cui erigere il mondo postbellico dopo la sconfitta delle dittature hitleriana e mussoliniana. Pubblicata il 14 agosto, la Charta, che sarebbe poi divenuta la più grande… truffa del conflitto, ebbe un peso decisivo per convincere l’opinione pubblica mondiale della bontà della causa alleata. (da ‘In nome della resa’, pag.186)

Il primo risultato del nuovo passo di Roosevelt e di Churchill fu la persecuzione negli Stati Uniti d’America di 3.000 emigrati tedeschi e di 80 emigrati italiani che, giudicati ‘sospetti’, furono internati al pari di 110.000 giapponesi che avevano cercato nel Nuovo Mondo fortuna e benessere e i cui beni invece vennero vergognosamente sequestrati dal governo americano. (da ‘In nome della resa’, pag.204)

Alcune parole e alcune frasi citate da Donovan accennavano a quanto F.D.R avesse detto a lui e a Murrow. Il diario di William vanden Heuvel, secondo Anthony Cave Brown, è molto interessante: ‘La sorpresa del presidente non fu grande quanto quella degli altri uomini che si trovavano con lui. E la notizia dell’attacco non fu presa male. Aveva messo fine agli ultimi mesi di incertezza dovuti alla decisione di F.D.R che sarebbe stato il Giappone a compiere la prima mossa diretta’. […] Tuttavia vi sono molte altre prove dirette dei giorni precedenti al 7 dicembre che mettono definitivamente a tacere la questione della conoscenza preventiva di F.D.R dell’attacco giapponese. Resoconti fatti in precedenza hanno affermato che gli Stati Uniti non avevano decifrato i codici militari giapponesi prima del’attacco. Oggi sappiamo che queso non è vero. Quegli stessi resoconti precedenti l’attacco hanno insistito sul fatto che la flotta giapponese ha mantenuto uno stretto silenzio radio. Anche questo è falso. La verità è chiara: F.D.R. sapeva. La vera domanda, ancora più intrigante, è: ha deliberatamente provocato l’attacco? Ci sono state, prima, mosse nascoste da parte degli Stati Uniti? Secondo un bollettino strategico segreto, datato 7 ottobre 1940, e approvato dal presidente, la risposta è affermativa. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.20-21)

Mentre la guerra infuriava in Europa e in alcune zone dell’Africa, e il Giappone, la Germania e l’Italia minacciavano paesi in tre continenti, a Washington circolava un bollettino. Proveniente dall’Ufficio dei servizi informativi della Marina e indirizzato a due dei più fidati consiglieri di F.D.R., suggeriva una nuova e scioccante politica estera per l’America. Proponeva infatti di provocare il Giappone per indurlo a dichiarare apertamente guerra agli Stati Uniti. Era stato scritto dal capitano di corvetta Arthur H. McCollum, capo del reparto dell’Estremo Oriente dell’ONl (Office of Naval Intelligence: Ufficio dei servizi informativi della Marina). (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.23)

II bollettino redatto dal capitano di corvetta McCollum nell’ottobre 1940, composto di cinque pagine (a cui ci riferiremo d’ora in avanti come il bollettino delle otto azioni), propose un piano sorprendente, inteso a creare una situazione che avrebbe mobilitato un’America riluttante a partecipare alla lotta dell’Inghilterra contro le forze armate tedesche che stavano annientando l’Europa. Le otto azioni miravano a incitare virtualmente un attacco giapponese nei confronti delle forze armate terrestri, aeree e navali americane alle Hawaii, oltre agli avamposti coloniali olandesi nella regione del Pacifico. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.24)

Poche persone del governo o delle forze armate americane conoscevano le attività e le intenzioni del Giappone meglio del tenente generale Arthur H. McCollum. Egli riteneva che la guerra con il Giappone fosse inevitabile e che gli Stati Uniti l’avrebbero dovuta provocare nel momento più opportuno per loro. Nel bollettino del 1940, McCollum illustrò otto azioni che secondo lui avrebbero portato a un attacco giapponese contro gli Stati Uniti:

  • Accordarsi con la Gran Bretagna per utilizzare le basi inglesi nel Pacifico, soprattutto Singapore.
  • Accordarsi con l’Olanda per utilizzare le attrezzature della base e poter ottenere provviste nelle Indie orientali olandesi [oggi Indonesia].
  • Dare tutto l’aiuto possibile al governo cinese di Chiang Kai-shek.
  • Mandare in Oriente, nelle Filippine o a Singapore, una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio.
  • Mandare due divisioni di sottomarini in Oriente.
  • Tenere la flotta principale degli Stati Uniti, attualmente nel Pacifico, nei pressi delle isole Hawaii.
  • Insistere con gli olandesi perché rifiutino di garantire al Giappone le richieste per concessioni economiche non dovute, soprattutto petrolio.
  • Dichiarare l’embargo per tutti i commerci con il Giappone, parallelamente all’embargo simile imposto dall’impero britannico. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.25)

Il bollettino di McCollum termina con la firma di Knox. Benché la proposta sia indirizzata a Anderson, l’autore non ha trovato alcuna traccia che indichi se lui o Roosevelt l’abbiano visto. In ogni caso una serie di registrazioni presidenziali segrete, oltre a informazioni collaterali dei servizi informativi negli archivi della Marina, offrono prove definitive che l’avessero visto. A cominciare dal giorno successivo, con il coinvolgimento di F.D.R., i propositi di McCollum furono sistematicamente messi in pratica. […] L’impronta di Roosevelt si può trovare in ognuna delle proposte di McCollum. Una delle più scioccanti era l’azione 4°, lo schieramento deliberato di navi da guerra americane nelle acque territoriali del Giappone o subito fuori di esse. […] L’ammiraglio Husband Kimmel, il comandante della flotta del Pacifico, obiettò alle missioni a sopresa affermando: ‘È una mossa sconsiderata e compierla porterà alla guerra’. […] I documenti della Casa Bianca da marzo a luglio 1941 mostrano che F.D.R. ignorò il diritto internazionale e dispiegò gruppi navali Operativi nelle acque giapponesi in tre missioni a sorpresa. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.26)

Il ministero della Marina giapponese indirizzò una protesta all’ambasciatore Grew a Tokyo: ‘Nella notte del 31 luglio 1941, le unità della flotta giapponese ancorate nella baia di Sukumo (nello stretto di Bungo, fuori dall’isola di Shikoku) hanno captato il suono di eliche che si avvicinavano da est. I cacciatorpediniere della Marina giapponese hanno avvistato due incrociatori che sono scomparsi in direzione sud dietro la cortina di fumo dopo che gli era stato intimato il chi va là’. La protesta terminava: ‘Gli ufficiali della Marina ritengono che le imbarcazioni fossero incrociatori degli Stati Uniti’. […] L’8 ottobre 1940, il giorno dopo che McCollum scrisse il suo bollettino, vennero prese due importanti decisioni riguardo al Giappone e all’Estremo Oriente. Prima di tutto il ministero degli Esteri disse agli americani di lasciare al più presto possibile i paesi dell’Estremo Oriente’. Poi il presidente Roosevelt portò a termine l’azione 6° – tenere la flotta degli Stati Uniti nelle acque delle Hawaii – durante un pranzo nell’ufficio ovale con il comandante della flotta, l’ammiraglio James O. Richardson, e l’ex capo delle operazioni navali ammiraglio William D. Leahy, confidente preferito del presidente’. […] Richardson non approvò il piano di Roosevelt dì mettere la flotta in una zona non sicura. Fu fortemente in disaccordo con due dei punti che F.D.R. discusse a pranzo:

  • La decisione di sacrificare una nave della Marina in modo da provocare quello che definiva un ‘errore’ giapponese;
  • Richardson afferma che il presidente disse che ‘prima o poi i giapponesi avrebbero commesso un atto diretto contro gli Stati Uniti e il paese sarebbe stato desideroso di entrare in guerra’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.27)

Per Richardson, la salvezza dei suoi uomini e delle navi da guerra era fondamentale e la politica non era una questione da niente. Richardson tenne testa a Roosevelt e, così facendo, mise fine alla sua carriera navale. Il 26 ottobre 1940 un’indiscrezione della Casa Bianca al Kiplinger Newsletter di Washington predisse che Richardson sarebbe stato sollevato dalla carica di comandante. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.28)

Solo cinque mesi prima, a metà settembre del 1940, la Germania e il suo alleato dell’Asse, l’Italia, avevano firmato un patto di mutua alleanza con il Giappone. Il patto Tripartito obbligava i tre firmatari alla mutua assistenza nel caso di un attacco a uno di loro. McCollum vide l’alleanza come un’opportunità unica. Se si poteva spingere il Giappone a commettere un atto diretto di guerra contro gli Stati Uniti, le clausole del patto avrebbero tirato dentro anche gli altri. Era un approccio indiretto: la Germania e l’Italia sarebbero corse in aiuto del Giappone e così avrebbero coinvolto direttamente gli Stati Uniti nella guerra europea. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.29-30)

Un’allusione alle otto azioni di McCollum è stata registrata dal vicesegretario di stato Breckenridge Long. Egli scrisse che il 7 ottobre 1940 venne a conoscenza di una serie di mosse che riguardavano la Marina degli Stati Uniti e che una di esse consisteva nel concentrare la flotta a Honolulu per essere pronti a ogni eventualità. ‘Mi sembra che, poco per volta, ci troveremo di fronte a una situazione che ci porterà in guerra con il Giappone’ scrisse Long nel suo diario. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.30-31)

Durante l’estate del 1940, con in mente la campagna presidenziale per il suo terzo mandato, Roosevelt emanò un piano d’esportazione – le proposte di McCollum non erano ancora state adottate – che sembrava limitare l’accesso giapponese ai prodotti petroliferi e ai rottami di ferro provenienti dall’America. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.36)

Appena la proposta di McCollum delle otto azioni iniziò a essere applicata, le relazioni con il Giappone si deteriorarono. Con il nuovo anno, tre delle azioni erano in corso: l’azione 5°, l’invio di ventiquattro sottomarini della Marina degli Stati Uniti a Manila; l’azione 6°, mantenere la flotta degli Stati Uniti nei pressi delle isole Hawaii; e l’azione 7°, gli olandesi ora rifiutavano di rifornire il Giappone di petrolio e materie prime. […] Arthur McCollum sapeva che il punto di rottura sarebbe stato raggiunto quando gli Stati Uniti avessero sottoposto il Giappone a forti tensioni mettendo in atto le sue otto azioni. Sarebbe giunto presto il momento: le missioni a sorpresa degli Stati Uniti nelle acque continentali giapponesi e la decisiva azione 8°, l’embargo totale, miravano a soffocare l’economia del Giappone. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.48)

II 24 gennaio, mentre l’ammiraglio Yamamoto iniziava a progettare l’attacco, il ministro della Marina di Roosevelt, Frank Knox, mise in guardia circa i pericoli di Pearl Harbor. Knox fece riferimento alla debolezza militare della base navale e alla sua vulnerabilità ai bombardamenti aerei, agli attacchi degli aerosiluranti, ai sabotaggi, agli attacchi sottomarini, alle mine poste dai giapponesi nelle acque intorno alle isole Hawaii e ai bombardamenti dei cannoni delle navi da guerra giapponesi. Subito dopo che Yamamoto iniziò a far circolare la sua strategia su Pearl Harbor tra gli ufficiali della Marina giapponese di sua fiducia, indiscrezioni circa i piani generali di attacco trapelarono nell’ambasciata americana di Tokyo. Max W. Bishop, il terzo segretario dell’ambasciata, si trovava presso uno sportello della filiale di Tokyo della National City Bank di New York per cambiare alcuni yen in dollari americani. Un colpetto sulla spalla gli fece alzare lo sguardo; Bishop riconobbe il viso del ministro peruviano in Giappone, dott. Ricardo Rivera Schreiber. Dopo aver attirato Bishop in un angolo appartato, Schreiber gli rivelò ‘fantastiche’ informazioni: ‘le forze militari giapponesi stavano pianificando, in caso di problemi con gli Stati Uniti, di tentare un attacco a sorpresa su Pearl Harbor impiegando tutte le loro risorse militari’. […] II giorno dopo, il 27 gennaio, il segretario di Stato Cordell Hull lesse il messaggio: ‘Un collega peruviano ha rivelato a un membro del mio staff di aver sentito da diverse fonti, compresa una fonte giapponese, che le forze militari giapponesi hanno progettato, in caso di problemi con gli Stati Uniti, di tentare un attacco a sorpresa su Pearl Harbor impiegando tutte le strutture militari a loro disposizione. Ha aggiunto inoltre che, sebbene il piano possa sembrare una fantasia, il fatto che lo abbia sentito da più parti lo ha indotto a passare l’informazione, Grew’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.49-50)

McCollum aveva proposto che i paesi dell’Asia sudorientale, controllati dalla Gran Bretagna e dall’Olanda, sospendessero l’esportazione di materie prime in Giappone e questo era avvenuto. Ora F.D.R. avrebbe compreso l’efficacia di quell’azione. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.51-52)

Tra quelle proposte da McCollum, le provocazioni chiave erano le azioni 2° e 7°, che avrebbero sospeso rifornimenti di importanza vitale per il Giappone e l’avrebbero indotto a intraprendere azioni militari per riconquistare l’accesso alle materie prime. L’azione 2° proponeva di ‘Accordarsi con l’Olanda per utilizzare le attrezzature della base e poter ottenere provviste nelle Indie orientali olandesi’. L’azione 7° implicava che gli Stati Uniti ‘facessero pressione sugli olandesi affinchè rifiutassero di garantire al Giappone le richieste per concessioni economiche non dovute, soprattutto petrolio’. Dopo che entrambe le provocazioni furono messe in atto tra la fine del 1940 e l’inizio del 1941, i capi di governo nipponici reagirono senza indugio e tentarono di cambiare l’atteggiamento olandese. Alcune intercettazioni di codici diplomatici, analizzati da McCollum a Washington, rivelarono la strategia giapponese; svelarono che i loro diplomatici stavano rapidamente cercando di riacquistare l’accesso alle risorse naturali nei territori che si trovavano sotto il controllo dell’Olanda. Ma, come spesso accade, ogni tentativo di riconciliazione conduceva a un ulteriore rafforzamento delle pressioni. Durante il mese di settembre del 1940, il Giappone si rese conto del continuo aumento delle pressioni da parte dell’Olanda e organizzò una conferenza diplomatica a Giava nel tentativo di ripristinare il flusso di prodotti petroliferi e materie prime verso l’impero. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.59)

[…] perché il governo olandese concordava con le azioni 2° e 7° di McCollum: il Giappone non avrebbe ottenuto petrolio dall’Olanda, nonostante le ripetute offerte diplomatiche che proseguirono fino al giugno del 1941. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.60)

Durante tutta la primavera e l’estate del 1941, la Casa Bianca manovrò le negoziazioni per il petrolio. Il 19 marzo Roosevelt incontrò nell’ufficio ovale il ministro degli Esteri olandese, il dottor Eelco van Kleffens. Van Kleffens, Roosevelt e il sottosegretario di Stato Sumner Welles discussero per settanta minuti e delinearono nuovamente la strategia per vanificare l’acquisizione di derivati del petrolio da parte del Giappone […] Quando vi giunse, Van Kleffens illustrò l’attuale politica agli ufficiali olandesi del posto. Al Giappone era consentito ottenere petrolio, ma in quantità minori. Fu poi aggiunto un ulteriore impedimento: per il trasporto sarebbero state richieste petroliere giapponesi; non erano disponibili petroliere olandesi. ‘Il Giappone era esasperato’ scrisse Hallett Abend del New York Times. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.62)

Ai primi di dicembre del 1941, le unità giapponesi della 3a e della 4a divisione portaerei si trovavano nell’area del mar delle Filippine, dove si preparavano a sostenere l’invasione nell’Asia sudorientale. La 3a e la 4a divisione portaerei furono inviate come minaccia alle Hawaii. La localizzazione da parte di Ranneft di portaerei giapponesi che dal Giappone facevano rotta verso est è ancora più importante. […] Durante la sua visita all’ONI, il 2 dicembre, Ranneft vide il tracciato della rotta elaborato dai servizi informativi della Marina, che segnalava la presenza di due portaerei giapponesi che partivano dal Giappone, dirette a est. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.63)

Queste e le corrispondenti intercettazioni radiofoniche della stazione H costituiscono prove evidenti del fatto che l’America sapesse in anticipo dell’attacco di Pearl Harbor. Gli americani non sapevano dell’esistenza di queste registrazioni: furono tutte escluse dalle varie indagini che si svolsero tra il 1941 e il 1946 e dalle investigazioni congressuali del 1995. La prova più significativa è costituita da due messaggi radio inviati dall’ammiraglio Yamamoto alla 1a flotta aerea il 25 novembre, mentre le trentuno navi da guerra erano ancorate nelle baia di Hitokappu nelle isole Curili in attesa di istruzioni per la partenza verso le Hawaii. Nei suoi messaggi, Yamamoto fornisce le prove che contraddicono le rivendicazioni americane e giapponesi del silenzio radio, e dell’esclusione dei termini Hawaii e Pearl Harbor dalle radiotrasmissioni anteriori al 7 dicembre. Entrambe le affermazioni sono il centro della tesi dell’attacco a sorpresa su Pearl Harbor. Yamamoto ruppe il silenzio radio e ordinò alla 1 a flotta aerea giapponese di partire dalla baia di Hitokappu il 26 novembre, di avanzare in acque hawaiiane verso il Pacifico settentrionale e di attaccare la flotta degli Stati Uniti che si trovava alle Hawaii. Fornì anche la latitudine e la longitudine di alcuni tratti della rotta 2. Nel primo messaggio scrisse: ‘II 26 novembre l’unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti, deve lasciare la baia di Hitokappu e giungere al 42° di latitudine nord per 170° di longitudine est nel pomeriggio del 3 dicembre e completare velocemente il rifornimento’. Nel secondo messaggio scrisse ancora: ‘L’unità operativa, mantenendo strettamente riservati i suoi movimenti e ponendo estrema attenzione a sottomarini e velivoli, deve avanzare in acque hawaiiane e alla vera apertura delle ostilità attaccare la forza principale della flotta degli Stati Uniti alle Hawaii infliggendole un colpo mortale. Il primo attacco aereo è previsto per l’alba del giorno X. La data esatta sarà fornita in un ordine successivo. Una volta completato l’attacco aereo, la forza operativa, mantenendo una stretta collaborazione e prestando attenzione al contrattacco nemico, dovrà abbandonare velocemente le acque nemiche e fare rotta verso il Giappone. Se i negoziati con gli Stati Uniti avranno esito positivo, l’unità operativa dovrà essere pronta a tornare immediatamente e a radunarsi’. Entrambi i messaggi, privati dei dati di trasmissione giapponesi e mancanti della fonte dell’intercettazione, si possono trovare in due storie della Marina degli Stati Uniti: Pearl Harbor del viceammiraglio Homer N. Wallin e The Campaigns of the Pacific War (Le campagne della guerra del Pacifico) redatto dalla Divisione analisi navali del rilevamento bombardamenti strategici degli Stati Uniti. Il testo pubblicato dei due messaggi segue la traccia generale dei messaggi navali giapponesi intercettati dalle stazioni di controllo della Marina degli Stati Uniti nel 1941. Le registrazioni della stazione H indicano che Yamamoto, impiegando il segnale radio di chiamata RO SE 22, inviò tredici messaggi radio tra le 13.00 del 24 novembre e le 15.54 del 26 novembre. Tutti e tredici risultano mancanti dall’archivio delle intercettazioni dei messaggi delle navi giapponesi ceduto nel 1979 ai National Archives dal presidente Jimmy Carter. Ricostruendo i rapporti provenienti dalla stazione H e le registrazioni delle navi giapponesi, il porto di destinazione e di partenza della misteriosa forza militare di cui parla Ranneft risultano chiari. Il movimento della flotta giapponese verso le isole Hawaii concorda con due sequenze temporali della fine di novembre:

  1. radunata nelle località di ancoraggio nel periodo tra il 17 e il 25 novembre, e
  2. sortita verso la meta tra il 25 novembre e il 7 dicembre. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.65-66)

I rapporti di movimento di queste navi da guerra giapponesi sono suffragati dalle registrazioni di intercettazione della stazione H. Nessuno dei rapporti di movimento fu mostrato durante l’indagine congressuale del 1945-1946 o quella del 1995. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.67)

Dentro all’edificio i suoi sessantacinque operatori radio si dividevano tra otto postazioni di lavoro. (La scoperta delle due unità portaerei fu di straordinaria importanza, tuttavia né Kisner, né i suoi uomini, né le centinaia di altri operatori di intercettazione furono mai chiamati a testimoniare a qualche indagine su Pearl Harbor, inclusa quella del 1995. La ragione che il governo americano addurrebbe ancora oggi, cinquant’anni dopo quegli eventi, è che la loro testimonianza potrebbe compromettere la nostra sicurezza nazionale). (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.75)

Esaminando le intercettazioni del giorno del Ringraziamento, Kisner cercava i comandanti che sembravano possedere maggiore autorità. Prima di tutto dispose le intercettazioni in ordine cronologico. Disse poi che l’intercettazione di ‘un numero singolarmente elevato di messaggi [radio] indicavano un aumento di attività o di movimenti delle portaerei’. Collegò la 3a divisione portaerei con la 3a flotta e associò a entrambe le unità un movimento diretto a sud, dal Giappone verso l’Asia sudorientale. Kisner scoprì altre navi da guerra. Tutte erano destinate a partecipare all’attacco a Pearl Harbor. Localizzò il 1° squadrone di cacciatorpediniere e l’incrociatore pesante HIMJS Tone insieme alla 1a, alla 2a e alla 5a divisione portaerei. Dalla metà di novembre al 6 dicembre questa disposizione non variò. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.76-77)

Kisner fu escluso da tutte le indagini su Pearl Harbor, inclusa quella del 1995. I suoi primi commenti pubblici riguardo i servizi informativi di comunicazione sono stati rilasciati all’autore nell’aprile del 1988 quando esaminò le intercettazioni contenute nei documenti diffusi dal presidente Carter. Kisner ne confermò l’autenticità. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.77)

Nel 1988, durante un’intervista a Kisner, allora ottantottenne, l’autore gli mostrò il bollettino di McCollum. La sua reazione alla proposta 6° fu la stessa dell’ammiraglio Richardson: incredulità e indignazione. ‘Nessuno nella Marina avrebbe deliberatamente messo in pericolo navi da guerra e marinai. Se avessi saputo del piano sarei andato direttamente ad avvisare l’ammiraglio Kimmel’. Durante i quattro anni in cui lavorò per i servizi informativi di comunicazione della flotta del Pacifico, Kisner calcolò che lui e gli altri membri dello staff maneggiarono un minimo di 1.460.000 intercettazioni militari giapponesi. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.78)

Gli addetti alle intercettazioni di Short, incapaci di decodificare i messaggi contenenti i piani di bombardamento, li inoltrarono a Washington. Furono decodificati e, una volta tradotti, rivelarono i progetti di bombardamento. Ma Washington tenne la bocca chiusa. Nemmeno una parola sui piani giapponesi che miravano a Pearl Harbor fu inviata a Short o a Kimmel. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.88)

Dei quattro sistemi di codifica il Purple conteneva messaggi che implicavano le informazioni più segrete e importanti del ministro degli Esteri giapponese e dei suoi ambasciatori d’oltremare. Ogni messaggio Purple conteneva decisioni strategiche delle potenze dell’Asse. A Berlino l’ambasciatore giapponese, il barone Hiroshi Oshima, incontrava frequentemente Hitler e i suoi tenenti e apprendeva della strategia tedesca. Oshima, fedele al suo incarico, comunicava i segreti di Hitler a Tokyo servendosi del codice Purple. Infatti Roosevelt scoprì i piani tedeschi di invasione della Russia attraverso un’intercenazione in codice Purple del 14 giugno 1941. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.90)

La stazione PIVE del generale Short intercettò il sistema J, ma – come discusso precedentemente – mancava della competenza necessaria per decodificarlo e tradurlo. Tra il 1 gennaio e il 3 dicembre gli ufficiali del ministero, fiduciosi che il codice non fosse stato violato, usarono il codice Tsu per la trasmissione di messaggi di spionaggio tra Tokyo e Honolulu. Per quasi dodici mesi un flusso costante di messaggi in codice Tsu tra Tokyo e le isole Hawaii riferì le operazioni della flotta del Pacifico e fornì i piani di bombardamento della linea delle corazzate agli aviatori assegnati all’imminente attacco. I crittografi americani conoscevano la tecnica di codifica a memoria, in quanto avevano risolto per la prima volta la serie J negli anni venti. Nel corso del 1941 il Giappone, sperando di superare in astuzia gli operatori americani, introdusse varianti minori del codice ogni tre mesi. Le tre serie J introdotte in quell’anno furono interpretate e tradotte in un solo giorno. Non esisteva nulla che poteva superare l’abilità dei crittografi americani. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.92)

La controversia più esplosiva circa il fatto che gli americani conoscessero in anticipo l’attacco giapponese su Pearl Harbor si basa sul Kaigun Ango [codice navale], un sistema di ventinove diversi codici navali. Il Giappone utilizzò quattro di questi sistemi di codifica per comunicare istruzioni via radio e inviare le sue navi da guerra verso le isole Hawaii. Verso la fine del 1941, lo ‘splendido piano’ dell’America li aveva decifrati tutti. E così avevano fatto anche gli inglesi, gli olandesi e il governo cinese di Chiang Kai-shek. Un insabbiamento durato sessant’anni ha tenuto nascosti i successi degli americani e degli Alleati nel decodificare il Kaigun Ango prima dell’attacco a Pearl Harbor. Gli ufficiali della Marina statunitense hanno nascosto durante le indagini congressuali l’esistenza di documenti riguardanti l’interpretazione dei codici. Le registrazioni dei servizi informativi della Marina, falsificate, furono poste negli archivi crittografici della Marina degli Stati Uniti per nascondere i successi raggiunti dai crittografi americani. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.93)

Il codice giapponese SM rivelò per la prima volta i piani riguardanti le Hawaii all’inizio di novembre. Il codice si dimostrò una miniera d’oro per i crittografi americani: tra il 2 novembre e il 4 dicembre fornì i resoconti di duecentodieci movimenti di navi da guerra giapponesi. Ogni categoria di imbarcazione è rappresentata, dai posamine alle portaerei della 1a flotta aerea. Nessuno dei messaggi in codice SM fu mai esaminato durante le inchieste condotte su Pearl Harbor. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.94-95)

La soluzione avrebbe permesso all’ammiraglio Kimmel di conoscere i segreti del Giappone. Un documento della Marina conferma che nell’autunno del 1941 le informazioni relative alla soluzione del codice pentanumerico furono inviate dalla stazione US alla stazione HYPO. Questa è una scoperta stupefacente in quanto contraddice apertamente le affermazioni post-belliche secondo cui i codici non furono interpretati fino al 1942 o all’inizio del 1943. Le ammissioni della Marina, rilasciate su intimazione, si riducono a questo: in una data segreta, avvolte in un imballaggio segreto, trasportate da un ufficiale o da un agente sconosciuto, i segreti del codice pentanumerico furono inviati alle Hawaii a bordo di una nave non identificata. Dentro al pacco (o ai pacchi) c’erano i mezzi necessari per infrangere i piani giapponesi d’attacco a Pearl Harbor, che erano stati comunicati via etere e intercettati dalle centinaia di operatori della stazione H. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.98)

Durante la campagna del 1944 del presidente Roosevelt per il suo quarto mandato, il candidato repubblicano Thomas E. Dewey apprese dello ‘splendido piano’ e lo utilizzò come uno strumento politico per sconfiggere Roosevelt. Argomentò: se la Casa Bianca poteva leggere i messaggi segreti che si riferivano all’attacco, perché le nostre forze nel Pacifico sono state colte così dolorosamente impreparate? Nell’autunno del 1944 Dewey pianificò una serie di discorsi estemporanei in cui accusava Roosevelt di aver saputo anzitempo dei piani giapponesi di attacco a Pearl Harbor. La prova di Dewey fu l’intercettazione dei messaggi giapponesi. I suoi piani erano a dir poco imprudenti. La guerra imperversava nel Pacifico e ogni giorno i giornali pubblicavano lunghi elenchi di perdite. Il Giappone rimaneva un nemico formidabile, seppur seriamente colpito. I comandanti della Marina giapponese non si erano resi conto che i codici del Kaigun Ango erano stati decifrati dai crittografi americani. Il candidato Dewey rischiò di mettere in pericolo il successo dei crittografi americani in un momento in cui conoscere in anticipo la strategia giapponese era ancora un fattore determinante nelle battaglie principali. Il Giappone avrebbe immediatamente cambiato i suoi sistemi di codifica. Il generale George Marshall, allora presidente del Consiglio congiunto dei capi di Stato, convinse Dewey a ritirare la controversia sui codici. ‘Le vite di molti americani sono in pericolo’ lo avvisò giustamente. Nel 1999, quasi sessant’anni dopo, il governo non ha ancora reso noti i dettagli riguardanti la consegna del pacchetto del codice pentanumerico da parte della nave troppo lenta, nonostante le richieste dell’autore, basate sul Freedom of Information Act. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.99)

Improvvisamente, ad aprile, i piani per la distribuzione delle soluzioni del codice pentanumerico ai capi militari americani crollarono. L’ammiraglio Kimmel fu escluso dal cerchio; ma non lo furono altri comandanti maggiori. […] Così, verso la fine di giugno del 1941, i maggiori comandanti militari americani e il governo britannico erano entrati a far parte dello ‘splendido piano’; tutti eccetto l’ammiraglio Kimmel e il generale Short alle Hawaii, dove, per quanto riguardava le intercettazioni giapponesi, la parola d’ordine era: ‘acqua in bocca’. Questa interruzione delle comunicazioni crittografìche fu applicata solo alle isole Hawaii. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.102-103)

Tutte le intercettazioni della Marina giapponese del 1941 rimasero sotto sequestro negli archivi americani fino al 1979, quando il presidente Jimmy Carter rese pubbliche un numero ridotto di traduzioni inglesi delle intercettazioni che precedettero Pearl Harbor, cedendole ai National Archives. Queste intercettazioni furono effettuate nell’autunno del 1941 dalle stazioni di monitoraggio della Marina statunitense di Guam, Corregidor e delle Hawaii. Anche l’ordine ponderato emesso da Carter di rendere di dominio pubblico parte della documentazione fu aggirato dagli ufficiali delle agenzie di sicurezza nazionale che cancellarono tutti i riferimenti ai sistemi di codifica prima di spedire le intercettazioni agli archivi. I documenti resi pubblici nascondevano il successo americano nel decodificare i messaggi radio in codice emessi da Tokyo prima dell’attacco di Pearl Harbor. […] Una richiesta basata sul Freedom of Information Act presentata dall’autore domandò ai National Archives di ripristinare tutte le informazioni cancellate sulle intercettazioni giapponesi, per la pubblicazione in questo libro. Nel 1987 l’autorizzazione fu concessa per le copie dell’autore, ma non per le copie di consultazione pubblica in esposizione presso gli Archives II. Oggi la maggior parte della censura sulle intercettazioni del periodo che precedette Pearl Harbor riguarda i riferimenti del codice pentanumerico utilizzato dalla Marina giapponese. Queste sequenze di cinque numeri, apparentemente innocue, continuano a custodire il segreto della comprensione delle comunicazioni giapponesi durante la Seconda guerra mondiale e – in modo ancora più significativo – i segreti delle azioni degli ufficiali americani per far dimenticare. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.104-105)

Per otto mesi nel 1941 Morimura impiegò il codice Tsu, e grado per grado presentò Pearl Harbor come l’obiettivo dei piloti giapponesi. Il 3 dicembre, per i suoi ultimi messaggi prima dell’attacco, passò a utilizzare un semplice codice diplomatico conosciuto come PA. I crittografi americani avevano già violato i sistemi Tsu e PA e potevano intercettare, decodificare e tradurre i messaggi in un solo giorno. La serie di messaggi in codice Tsu di Morimura, e quelli successivi in codice PA, confermavano che Pearl Harbor era uno dei principali bersagli dei bombardamenti giapponesi. Morimura fu lasciato libero di operare durante tutto il 1941. Le autorità americane, compreso Roosevelt, non fecero nulla per evitare lo spionaggio. Morimura potè fornire all’ammiraglio Yamamoto carte estremamente dettagliate per il bombardamento di Pearl Harbor e di altri bersagli strategici a Oahu. Il 6 dicembre il lavoro di Morimura era completato. Informò la forza portaerei giapponese: ‘Non ci sono palloni di sbarramento in questi luoghi, e rimane una considerevole opportunità per un attacco a sorpresa’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.108-109)

Le operazioni di spionaggio di Morimura alle Hawaii si dividono in due fasi: dal 29 marzo al 21 agosto 1941 e dal 21 agosto al 6 dicembre. Durante la prima fase inviò ventidue messaggi a Tokyo. Le stazioni di intercettazione della Marina e dell’Esercito di Corregidor, San Francisco, Fort Hunt, in Virginia, e la stazione X della Mackay a Washington raccolsero diciannove messaggi. In queste intercettazioni, Morimura riferì il tipo di navi da guerra e di velivoli che vide esercitarsi a Pearl Harbor e al campo d’aviazione dell’Esercito. […] Per oltre cinquant’anni i più alti ufficiali dell’FBI hanno negato di aver saputo delle attività di Morimura/Yoshikawa prima del 7 dicembre 1941. I loro dinieghi costituiscono un altro dei maggiori occultamenti relativi agli eventi di Pearl Harbor. Almeno due dozzine di documenti dell’FBI e della Marina datati prima dell’attacco collegano Morimura con lo spionaggio alle isole Hawaii. Secondo questi documenti gli ufficiali di grado superiore dei servizi informativi americani, tra cui il presidente, sapevano dell’attività di Morimura al consolato di Honolulu. I suoi rapporti indicano chiaramente Pearl Harbor come bersaglio principale dei piani militari giapponesi. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.118-119)

Gli ufficiali delle comunicazioni della Marina esclusero l’FBI dal circuito di informazioni relative ai servizi informativi giapponesi, ma Hoover voleva farne parte. La maggiore controversia tra Hoover e la Marina si scatenò il 15 aprile. Il suscettibile direttore dell’FBl si offese quando gli fu negato l’accesso a documenti segreti contenenti comunicazioni della Marina. […] Hoover, tenace, continuò a fare pressioni sul presidente Roosevelt. Si battè affinchè fossero arrestate o forzate a ritornare in Giappone tutte le spie del consolato. Berle calmò il capo dell’FBl e affermò che solo Roosevelt aveva il potere di espellere agenti consolari stranieri coinvolti nello spionaggio: ‘Nessuna espulsione è possibile perché qualsiasi prova che comportasse la rimozione dai loro incarichi rivelerebbe al Giappone i successi nella decodifica dei messaggi ottenuti dagli americani’. Né Berle né il presidente intendevano giocarsi i mezzi di trasmissione segreta dei giapponesi. Hoover non si arrese e continuò a produrre prove. Sebbene non ci siano elementi che possano dimostrare che vide i rapporti Tsu, continuò a inoltrare a Berle prove dello spionaggio giapponese a Honolulu. Ad agosto due rapporti stilati da Tillman per Hoover raggiunsero la Casa Bianca. Indicavano Morimura come ‘l’uomo esterno’ del consolato e riferivano che il console generale Kita, che firmava i rapporti di Morimura, era stato posto sulla lista degli individui ‘più pericolosi’ dell’FBl. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.120-121)

Il 21 agosto Morimura, impiegando le informazioni raccolte a Pearl Harbor da Richard Kotoshirodo, localizzò cinquantatré tra moli, banchine e aree di ancoraggio della Marina e a ognuno attribuì un codice alfabetico distintivo. Contrassegnò l’ancoraggio dell’Arizona con Ho Ho e poi inviò le coordinate all’ambasciatore Nomura a Washington, chiedendogli che copie del messaggio fossero inoltrate ai consolati di Tokyo e San Francisco. La griglia particolareggiata dei suoi piani di bombardamento fu tradotta in codice J e inviata attraverso i radiogrammi dell’RCA da Honolulu all’ambasciata di Washington. La censura ha nascosto all’opinione pubblica americana i dettagli contenuti in questa prima mappa di bombardamento e non ne ha rivelato l’esistenza in nessuna delle indagini su Pearl Harbor. Peggio ancora, nel momento in cui ve n’era maggior bisogno, i rapporti di queste intercettazioni in codice J furono nascosti sia alla flotta del Pacifico, sia al comando dell’Esercito a Oahu. Sebbene le carte nautiche particolareggiate preparate per i piani di bombardamento siano chiuse a chiave nei sotterranei dei National Archives a College Park, in Maryland, è possibile eludere la censura. I contenuti dei reticoli di Morimura possono essere ricostruiti usando informazioni collaterali che si trovano nelle intercettazioni telefoniche della Marina e nei rapporti segreti dell’FBl ottenuti attraverso le richieste del Freedom of Information Act. Le mappe erano basate sulle migliori cartine in commercio. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.123)

Le registrazioni cronologiche delle intercettazioni della stazione US riportarono il messaggio. Due unità di monitoraggio, la stazione CAST a Corregidor e la stazione SEVEN dell’Esercito a Fort Hunt, in Virginia, intercettarono i segnali radio dell’RCA. Sebbene oggi il messaggio sia difficile da rintracciare a causa della censura, entrambe le unità lo ascoltarono e lo trascrissero. Dissero che conteneva sessanta codici formati da cinque lettere in codice J e che riguardava il movimento delle navi da guerra statunitensi. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.125)

Il 24 settembre, Tokyo mostrò un interesse crescente nei disegni dei punti d’ancoraggio precisi della flotta americana a Pearl Harbor, e richiese a Morimura altri reticolati dettagliati. La stazione SAIL, che si trovava fuori Seattle, intercettò l’ordine. Morimura fu incaricato di dividere Pearl Harbor in cinque zone e di localizzarvi i punti di attracco di tutte le navi da guerra, comprese le portaerei. Non perse tempo e trascorse due giorni passando in ricognizione la flotta del Pacifico. Quel fine settimana la Packard di Mikami ancora una volta percorse le strade intorno alla base navale. Nella sua seconda mappa di bombardamento, Morimura sviluppò un sistema di coordinate più articolato per identificare gli ancoraggi delle navi da guerra. La linea delle corazzate fu contrassegnata come area di bombardamento FG. Morimura completò il reticolato lunedì 29 settembre e telefonò per chiedere che gli fosse inviato un fattorino della Mackay. Il testo fu telegrafato a Tokyo e una copia inviata all’ambasciata di Washington. Sia la richiesta di Tokyo che la risposta di Morimura furono intercettati da quattro stazioni di monitoraggio: il SAIL, il CAST, la stazione TWO e la stazione SEVEN di Fort Hunt, in Virginia. Gli ufficiali della stazione Mackay X di Washington permisero ai fotografi della Marina di riprodurre i piani di bombardamento indirizzati all’ambasciata giapponese. Secondo le testimonianze fornite durante le varie indagini su Pearl Harbor i messaggi contenenti i piani di bombardamento furono accolti con indifferenza dagli ufficiali americani. Il generale di brigata Sherman Miles, capo dei servizi informativi dell’Esercito, nel 1945 disse al Congresso di aver visto le intercettazioni dei piani di bombardamento, ma aggiunse anche che non ne fu impressionato e li considerò come nient’altro che ‘chiacchiere’. Miles respinse una domanda postagli dall’investigatore congressuale Gerhard Gesell: ‘Era soprattutto una questione navale’. Miles non concordò con la posizione di Gesell secondo cui Morimura aveva preparato un piano di bombardamento di Pearl Harbor. Suggerì che agenti giapponesi avevano predisposto piani simili che localizzavano gli ancoraggi e i porti delle navi da guerra statunitensi in tutto il mondo e che questi non avevano avuto alcuna conseguenza. Gesell chiese: ‘Potrebbe trovarmi uno di questi messaggi, generale?’ ‘Be” rispose Miles ‘se intendete uno simile nella divisione del porto in sezioni, che io sappia non esistono messaggi del genere.’ Quando per i servizi informativi della Marina giunse il momento di spiegare perché non avvisarono l’ammiraglio Husband Kimmel dei messaggi contenenti i piani di bombardamento, nella sala congressuale delle udienze scoppiò un pandemonio politico. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.128-129)

Tra il 28 novembre e il 6 dicembre i messaggi di Morimura ottenuti dai servizi informativi americani alle Hawaii e a Washington furono deliberatamente sviati e tradotti in modo scorretto. C’è solo una ragione plausibile per il fallimento: tenere lontane le informazioni da Kimmel e Short e assicurarsi un’incontestabile azione di guerra diretta da parte dei giapponesi. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.133)

Ogni rapporto che conduceva verso l’esito finale fu segnalato ai servizi informativi americani attraverso il codice rivelatore inserito all’interno del messaggio. Cinque stazioni crittografiche americane nel Pacifico intercettarono i rapporti di spionaggio. C’erano le stazioni CAST e SIX nelle Filippine, la stazione PIVE alle Hawaii e le due postazioni sulla costa occidentale, la SAIL di Seattle e la TWO di San Francisco. Ma prima di poter essere letto e di fornire informazioni importanti, ogni messaggio doveva essere decodificato. Le procedure di decodifica davano esiti positivi a Manila e a Washington, non alle Hawaii. Quando si presentò l’opportunità per gli ufficiali di stanza alle Hawaii di avere accesso diretto ai contenuti dei messaggi, questa non fu sfruttata del tutto. Il fallimento non avvenne dunque nell’acquisizione ma nella decodifica e nella traduzione dei messaggi. Il loro occultamento è un altro degli inganni di Pearl Harbor. Ci sono importanti contraddizioni. Quattro ufficiali dei servizi informativi testimoniarono che i messaggi di spionaggio giapponesi non erano accessibili al governo americano perché le compagnie telegrafiche RCA e Mackay avevano rifiutato di fornirne copia basandosi su una legge federale che mirava a salvaguardare le comunicazioni private da intercettazioni e rivelazioni. […] Ma le prove contenute nei documenti della stazione US contraddicono quelle affermazioni. In realtà gli ufficiali dei servizi informativi di Washington ignorarono le leggi federali e intercettarono i messaggi giapponesi, ma impedirono che giungessero a Kimmel e a Short. La Mackay di Washington permise ai fotografi della Marina di riprodurre i messaggi di spionaggio. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.134-135)

I messaggi giapponesi in codice PA erano allarmanti. Il sabato pomeriggio, il 6 dicembre, Tokyo ordinò a Morimura di riferire l’attuale posizione della difesa contraerea alla base navale e nei pressi degli impianti dell’Esercito. Morimura terminò il suo ultimo rapporto descrittivo di Pearl Harbor poco prima di mezzogiorno. Le Hawaii, affermava, sono pronte per un attacco a sorpresa. Il suo consiglio finale per i piloti dei bombardieri e dei cacciatorpediniere giapponesi era esplicito: ‘Non ci sono palloni di sbarramento e rimane un’opportunità considerevole per un attacco a sorpresa contro questi luoghi’. Poi Morimura telefonò all’ufficio dell’RCA e chiese che gli venisse inviato un fattorino in motocicletta. Pochi minuti dopo, il suo messaggio si trovava nell’ufficio di South King Street; l’orologio segnava le 12.58 quando fu inviato a Tokyo. La stazione TWO del presidio di San Francisco intercettò il messaggio e lo inoltrò in chiaro via telescrivente a Washington. A Honolulu l’RCA fece una copia del rapporto di spionaggio per la stazione HYPO di Rochefort. Ora, finalmente, il segreto giapponese di Pearl Harbor era chiaro per i crittografi americani. Tuttavia, inesplicabilmente, tutto lo ‘splendido piano’ crollò, ma solo per le intercettazioni che si riferivano in modo specifico all’attacco. Ben due volte, nella settimana tra il 1 e il 6 dicembre, Morimura indicò che Pearl Harbor sarebbe stata attaccata. Martedì, il 2 dicembre, affermò che la base stava operando in stato normale e non in stato di allerta. Il suo rapporto di sabato fu ancora più preciso. Tuttavia questi messaggi fatali non furono sottoposti all’esame degli uomini che ne avevano bisogno, l’ammiraglio Kimmel e il generale Short. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.138-139)

I preparativi bellici del Giappone acquisirono un nuovo corso a partire dal luglio del 1941 dopo che il presidente Roosevelt ebbe messo in atto l’ultima delle azioni proposte da McCollum. Si trattava dell’azione 8° che stabiliva un embargo completo su tutti i commerci americani con il Giappone in collaborazione con una sanzione simile imposta dall’impero britannico. Le intercettazioni diplomatiche mostrate al presidente Roosevelt ai primi di luglio e durante tutti i mesi estivi rivelano la reazione giapponese. Fu immediata. Tre nuovi provvedimenti indicavano chiaramente che le ostilità non erano lontane:

  1. cinquecentomila uomini furono chiamati al servizio di leva, il numero più elevato dalla guerra sino-giapponese che aveva avuto inizio nel 1937;
  2. le imbarcazioni mercantili giapponesi furono richiamate in patria dagli oceani di tutto il mondo;
  3. le navi da guerra e le unità aeree furono fatte ritornare in Giappone dalle basi di occupazione militare in Cina. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.145)

Nel luglio del 1941 chiuse il canale di Panama alle imbarcazioni giapponesi, si impadronì dei loro beni negli Stati Uniti e stabilì un embargo effettivo sulle spedizioni di derivati del petrolio, ferro, acciaio e prodotti di metallo, restrizioni che era sicuro avrebbero esasperato il governo di Tokyo dominato dai militari. Il precedente embargo del 1940, che aveva permesso la vendita di milioni di barili di prodotti petroliferi, terminò. Roosevelt si attenne all’azione H proposta da McCollum e pose l’embargo su tutti i commerci con il Giappone. Joseph Rochefort, il comandante della stazione HYPO, considerò l’embargo totale come un ultimatum: il Giappone non aveva altra possibilità che la guerra. ‘Sospendemmo l’erogazione di fondi e carburante e cessammo ogni commercio. Stavamo sottoponendo il Giappone a forti pressioni. Non potevano trovare altra soluzione che entrare in guerra’. […] L’America aveva deliberatamente messo il Giappone in una situazione insostenibile, con petrolio a sufficienza per combattere, ma non abbastanza per vincere. C’era un’unica possibilità: ricorrere alla forza militare e conquistare nuovamente l’accesso al petrolio. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.146-147)

Secondo Homer Kisner della stazione H quando, nel 1941, le trasmissioni navali giapponesi aumentarono drasticamente fu subito chiaro l’intento del Giappone di entrare in guerra contro gli Stati Uniti. […] II 1 settembre 1941 è la data che indica il giorno in cui i giapponesi rivelarono involontariamente l’ordine segreto di rientro inviato alle forze in Cina. Gli operatori di Rochefort alla stazione HYPO intercettarono i rapporti di movimento delle imbarcazioni giapponesi e informarono l’ammiraglio Kimmel dell’arrivo in massa delle unità di stanza in Cina a Sasebo e in altri porti giapponesi, durante il periodo di cinque giorni compreso tra il 4 e l’8 settembre. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.150-151)

Alla fine di settembre il Giappone aveva richiamato in patria dalla Cina la maggior parte delle maggiori navi da guerra e unità aeree militari, e gli americani lo sapevano. Gli spostamenti segnalarono un cambiamento importante nella strategia militare giapponese. Il presidente Roosevelt e il suo staff osservavano attentamente gli sviluppi, mentre le intercettazioni militari rivelarono un nuovo teatro delle operazioni. Il richiamo da parte del Giappone delle navi mercantili sparse per il mondo avvenne parallelamente a quello delle navi da guerra. Nel giro di poche ore i traffici commerciali giapponesi si fermarono in tutto il mondo. A Washington questo fatto fu riconosciuto immediatamente come il preludio alla guerra. Arthur McCollum capì l’importanza del richiamo: le navi della flotta mercantile giapponese sarebbero diventate ben presto mezzi per il traspone delle truppe e dei carichi militari. McCollum una volta aveva scritto: ‘Si suppone che, probabilmente, prima di dare inizio alle ostilità, una nazione che pensi di entrare in guerra richiami in patria le sue navi mercantili e allontani le unità navali da quelle aree in cui le imbarcazioni potrebbero essere facilmente conquistate o distrutte’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.154)

Tra il 24 settembre e la metà di novembre, porzioni significative dei sistemi di codifica navali giapponesi diedero molte informazioni circa la composizione della flotta anfibia giapponese che stava per essere inviata nel Pacifico centrale per l’invasione di Wake e Guam. Ancora oggi a causa della censura americana non è possibile sapere quante di queste informazioni furono rivelate all’ammiraglio Kimmel e alla Casa Bianca. […] La concentrazione di navi da guerra e corpi di invasione giapponesi costituiva un’ovvia minaccia alle basi militari americane di Guam, Midway e dell’isola di Wake, se non dalla stessa Pearl Harbor. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.160-161)

Fin dall’estate del 1941 il gruppo di crittografi di Rochefort aveva ascoltato le notizie riguardanti un’importante riorganizzazione della Marina giapponese. Si scervellarono per comprendere la gran massa di intercettazioni. Cosa stava per fare il Giappone? La requisizione dell’intera flotta mercantile e la sua collocazione sotto il controllo militare furono rivelati per la prima volta a luglio e furono riconosciuti da tutto il comando statunitense come la fase iniziale dei preparativi bellici giapponesi. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.166)

Ulteriori prove importanti riguardanti le intenzioni ostili dei giapponesi arrivarono dall’ambasciatore Joseph Grew a Tokyo. A quanto pare egli aveva appostato un informatore nel palazzo imperiale. Il 2 novembre, un consulto imperiale di collegamento, cui partecipò l’imperatore Hirohito, decise la guerra con l’America e con i suoi Alleati. I militari giapponesi ricevettero il segnale di via libera per l’invasione e l’occupazione delle regioni dell’Asia sudorientale. L’ammiraglio Yamamoto ottenne l’approvazione per i suoi movimenti di copertura. Fu autorizzato ad attaccare Pearl Harbor, mettere fuori combattimento la flotta del Pacifico e impedire così la sua interferenza con l’invasione. Il tenore generale dell’incontro svoltosi nel palazzo imperiale raggiunse l’America: ‘La guerra con gli Stati Uniti potrebbe giungere con drammatica e pericolosa repentinità’ fu la frase conclusiva di un lungo rapporto inviato il giorno seguente da Grew al segretario di Stato Cordell Hull. Grew avvertì che, fallito ogni tentativo di risoluzione diplomatica, gli Stati Uniti non avrebbero dovuto sottovalutare gli ovvi preparativi bellici del Giappone. Sentiva che esisteva un grave rischio di guerra e che stava aumentando. Citando il suo informatore sconosciuto, Grew disse che la decisione di guerra era stata presentata all’imperatore Hirohito dal primo ministro, il generale Hideki Tojo, dal ministro della Marina, l’ammiraglio Shigetaro Shimada, e dal ministro degli Esteri Shigenori Togo. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.169-170)

Subito dopo che il funzionario diplomatico e sua moglie furono tornati, l’ambasciatore Grew inviò un avvertimento ancora, più vigoroso a Washington. Il 17 novembre ancora una volta predisse un’azione militare o navale improvvisa da parte delle forze armate giapponesi. Fu molto preciso. Non si stava riferendo alla Cina, ma ad altre aree disponibili per un attacco a sorpresa. State all’erta, sottolineò Grew rivolto a Hull, ‘non possiamo inviarvi avvertimenti importanti’. Quando le stime di Rochefort e le raccomandazioni di Grew furono ricevute a Washington provocarono un evento sorprendente. Gli ufficiali della Marina dichiararono l’oceano Pacifico settentrionale un ‘mare libero’ e ordinarono a tutte le imbarcazioni statunitensi e alleate di abbandonare le acque. Una rotta transoceanica alternativa fu autorizzata attraverso lo stretto di Torres, nel Pacifico meridionale, tra l’Australia e la Nuova Guinea. Il contrammiraglio Richmond K. Turner, ufficiale coordinatore dei preparativi bellici della Marina degli Stati Uniti nel 1941, ne spiegò le ragioni con una sorprendente ammissione. ‘Quando ritenemmo che la guerra fosse ormai imminente ci preparammo a dirottare il traffico. Lo inviammo verso lo stretto di Torres in modo tale che le rotte delle unità operative giapponesi sarebbero state libere da ogni traffico’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.171)

L’ordine di ‘mare libero’ rese drammatica l’impotenza di Kimmel di fronte ai desideri di F.D.R. L’ammiraglio provò in innumerevoli occasioni a fare qualcosa per difendere Pearl Harbor, basandosi sulle preoccupanti intercettazioni di Rochefort. Esattamente due settimane prima dell’attacco, Kimmel ordinò di cercare portaerei giapponesi a nord delle isole Hawaii. Senza l’approvazione della Casa Bianca spostò la flotta del Pacifico nel Pacifico settentrionale, nella zona precisa da cui i Giapponesi progettavano di lanciare il loro attacco a Pearl Harbor. Ma i suoi lodevoli sforzi fallirono. Quando gli ufficiali della Casa Bianca appresero che le navi da guerra di Kimmel si trovavano nell’area di quello che si scoprì essere il punto di lancio designato dai giapponesi, emisero alcune direttive che lo costrinsero a ordinare alla flotta del Pacifico di abbandonare il posto e di fare ritorno agli ancoraggi di Pearl Harbor. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.172)

La prematura interruzione dell’esercitazione giunse diverse ore dopo che Washington inviò a Kimmel ordini operativi specifici. Fu avvisato della possibilità di un’aggressione improvvisa da parte delle forze giapponesi da qualsiasi direzione, ma gli fu ordinato di non disporre la flotta del Pacifico in una posizione che avrebbe accelerato l’azione nemica. […] Ovviamente, allora, Kimmel non sapeva della politica delle otto azioni di Washington. Se la strategia elaborata di McCollum doveva servire a unire l’America, il Giappone doveva essere considerato un aggressore e doveva commettere il primo atto diretto di guerra sull’ignara flotta del Pacifico, non viceversa, F.D.R. e i suoi comandanti di grado superiore contavano sul fatto che i giapponesi compissero la prima mossa e sapevano dai messaggi intercettati che il momento era vicino. Uno scontro in mare aperto tra le portaerei giapponesi e la flotta del Pacifico sarebbe stato meno efficace e più difficile da presentare agli americani come un oltraggio agli Stati Uniti. Se Kimmel avesse attaccato per primo, il Giappone avrebbe potuto affermare che il suo diritto di navigare in mare aperto era stato deliberatamente sfidato dalle navi da guerra americane. Nonostante la chiara sospensione dell’esercitazione 191, Kimmel non era ancora pronto ad arrendersi. Sebbene gli ufficiali superiori di Washington lo avessero costretto a ritirare le navi da guerra dal Pacifico settentrionale, approvò due nuove missioni intese a scoprire le forze portaerei giapponesi: il 24 novembre, poco dopo che l’esercitazione 191 fu sospesa, il viceammiraglio William ‘Bull’ Halsey, comandante delle portaerei di Kimmel, emise i piani d’azione per il gruppo operativo formato da venticinque navi da guerra che doveva stare in guardia contro attacchi ‘aerei e sottomarini da parte del nemico’ a Pearl Harbor. La forza era costituita intorno alla portaerei Enterprise e alla corazzata Arizona della Marina degli Stati Uniti. L’ordine di Halsey stabiliva che l’operazione sarebbe durata sette giorni, dal 28 novembre al 5 dicembre. La sua proposta era simile all’esercitazione 191. Se un nemico veniva avvistato doveva essere inviato lo stesso segnale FACILE COLPO FACILE stabilito per la 191. Ma il piano di Halsey non fu mai messo in atto. Nel tardo pomeriggio di martedì 26 novembre, l’ammiraglio Stark ordinò all’ammiraglio Kimmel di usare le portaerei e consegnare gli aerei da caccia dell’Esercito a Wake e alle isole Midway. […] Il 28, di buon mattino, partì a bordo della portaerei degli Stati Uniti Enterprise, con gli aerei da caccia sul ponte di volo, scortato da undici delle più recenti navi da guerra. L’Arizona rimase a Pearl. Una seconda consegna di diciotto aerei da caccia a Midway fu rinviata di una settimana. Il 5 dicembre la portaerei degli Stati Uniti Lexington, accompagnata da otto moderne navi da guerra, partì da Pearl Harbor e, secondo il giornale di bordo, si diresse verso una ‘zona assegnata’ non nominata. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.178-179)

Su ordine di Washington, Kimmel lasciò le sue imbarcazioni più vecchie a Pearl Harbor e inviò ventun moderne navi da guerra, tra cui le sue due portaerei, a ovest verso Wake e Midway. Si trattava di ordini insoliti, in quanto inviarono le forze americane direttamente sulla rotta dei trenta sottomarini della flotta giapponese che si stavano avvicinando. Le circostanze dell’ultimo minuto che allontanarono le navi da guerra da Pearl Harbor furono discusse durante l’indagine congressuale del 1945-1946. I membri del Congresso si chiesero se la sortita costituisse un reale sforzo di rinforzare l’isola di Wake e l’arcipelago delle Midway o piuttosto di uno stratagemma per allontanare le navi da guerra più recenti dagli ancoraggi di Pearl Harbor prima dell’attacco in modo tale che non fossero colpite dalla 1a flotta aerea giapponese. […] Con la partenza dei gruppi della Lexington e dell’Enterprise, le navi da guerra rimaste a Pearl Harbor erano per la maggior parte navi di ormai ventisette anni, già usate durante la Prima guerra mondiale. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.180)

A partire dalla sospensione dell’esercitazione di Kimmel, e durante i giorni immediatamente precedenti all’attacco, le prove crittografiche indicano in conclusione che F.D.R. condivideva le intenzioni di McCollum e lasciò la flotta del Pacifico in pericolo. […] Le otto azioni provocatorie che aveva escogitato avevano condotto all’esito sperato. L’accesso giapponese al petrolio e alle risorse naturali dell’Asia sudoccidentale era stato impedito, gli incrociatori pesanti americani erano entrati in acque giapponesi; era stato fornito aiuto militare a Chiang Kai-shek e la commissione dell’Esercito degli Stati Uniti guidata dal generale John Magruder si era recata in Cina nell’ottobre del 1941; ventiquattro sottomarini americani erano stati trasferiti a Manila sotto il controllo dell’ammiraglio Hart; la flotta del Pacifico era rimasta nei pressi delle Hawaii; era in corso un embargo su tutti i commerci con il Giappone; gli olandesi avevano rifiutato di garantire concessioni al Giappone; e la Gran Bretagna aveva accordato l’uso delle basi militari nel Pacifico secondo il bollettino delle otto azioni. Una delle basi era Raboul nell’arcipelago delle Bismark, a nord dell’Australia. Con il ritiro della flotta dalle acque del Pacifico settentrionale il 24 novembre e la sospensione della ricognizione aerea sull’oceano, l’America non aveva mezzi efficaci per localizzare l’avanzamento del nemico verso le isole Hawaii, eccetto le intercettazioni raccolte dalle stazioni di controllo. Ma i rapporti crittografici ottenuti dalla stazione CAST e dalla stazione H non apparirono nel rapporto giornaliero mostrato a Kimmel nel 1941. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.182-183)

Verso il 25 novembre alla Casa Bianca regnava un’atmosfera di crisi. Durante una riunione con il suo Gabinetto, il presidente annunciò che presto l’America si sarebbe potuta trovare coinvolta in una guerra con il Giappone. Il presidente riprese una previsione fatta dieci giorni prima dal generale George C. Marshall, capo di Stato maggiore dell’Esercito: ‘Gli Stati Uniti sono sul punto di entrare in guerra contro i giapponesi’. Marshall pronunciò l’avvertimento durante una conferenza stampa strettamente riservata agli addetti ai lavori. La conferenza coincise con l’inizio della seconda fase dei preparativi di guerra del Giappone, il 15 novembre, quando questo mosse le sue forze verso i territori americani. Durante la conferenza, Marshall alluse a uno dei segreti americani più vitali, rivelando che gli Stati Uniti erano in grado di leggere i messaggi in codice giapponesi. Disse ai corrispondenti che la sua valutazione della situazione era basata sull’accesso a una fuga di notizie: ‘Noi sappiamo che loro sanno, e loro non sanno che noi sappiamo’. Marshall prevedeva che la guerra tra Giappone e Stati Uniti sarebbe scoppiata durante ‘i primi dieci giorni di dicembre’, secondo gli appunti di uno dei corrispondenti. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.185)

Di fronte a questa situazione ci si pone due interrogativi di ordine etico.

  1. Invece della conferenza stampa del 15 novembre 1941, perché Marshall non parlò con il tenente generale Walter Short per rivelargli che aveva appreso da fonti segrete giapponesi che la guerra con gli Stati Uniti sarebbe scoppiata nei primi giorni di dicembre? Le domande di carattere morale abbondano. Chi meritava le informazioni più riservate: i giornalisti o il generale? Short sollevò la questione etica durante la testimonianza rilasciata alla Commissione investigativa congressuale congiunta del 1945-1946: ‘Dopo il 28 ottobre 1941, quando il ministero della Guerra riceveva quasi quotidianamente informazioni che indicavano che lo scontro era ormai imminente, [Marshall] non mi inviò alcun messaggio personale che contenesse informazioni riservate’.
  2. Qual’è la responsabilità dei giornalisti, dei redattori e degli editori? Secondo il primo emendamento gli americani si aspettano che i giornalisti abbiano una morale e riferiscano le notizie, non che nascondano i fatti. Tuttavia, quattro delle maggiori testate nazionali – New York Times, New York Herald Tribune, Time e Newsweek – e le tre maggiori agenzie di informazione telegrafica – l’Associated Press, la United Press e la International News Service – furono messe al corrente di segreti militari che erano stati negati al generale Short e all’ammiraglio Kimmel alle isole Hawaii. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.186)

Dopo sessant’anni è chiaro che la Marina degli Stati Uniti, l’Esercito e la stampa si sbagliavano: Yamamoto inviò messaggi radio alla forza di Pearl Harbor durante la sortita di undici giorni verso le isole Hawaii. Prove schiaccianti dimostrano che l’ammiraglio, così come i comandanti delle navi da guerra della forza operativa, ruppero il silenzio radio e che le loro navi furono localizzate dalle unità dei servizi informativi americani. […] Nessuna di queste ‘protratte comunicazioni’ è stata resa pubblica dai censori americani. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.190-191)

Nel 1986, Hood ha confermato all’autore che, intorno al 25 novembre, lui e gli altri uomini addetti agli apparecchi di intercettazione localizzarono le navi da guerra giapponesi nelle Curili meridionali. ‘Ricordo un traffico navale molto intenso intorno al 25 novembre che durò per diversi giorni e fu accompagnato da un periodo di attività radio molto limitata o del tutto inesistente. Le rilevazioni indicavano le Curili meridionali’. Hood affermò che le posizioni individuate erano riferite direttamente a Rochefort a Pearl Harbor attraverso messaggi radio con priorità assoluta. Hood non testimoniò durante nessuna indagine su Pearl Harbor. […] Il pericolo che correva la flotta del Pacifico nella sua base alle Hawaii cresceva con il passare delle ore. Il 25 novembre, dopo il breve consulto del mattino con i servizi informativi, l’ammiraglio Kimmel seppe, dal rapporto stilato da Rochefort, che una vasta forza di sommergibili e aerei da ricognizione a lungo raggio dal Giappone si stava dirigendo verso le Hawaii. Kimmel aveva tutte le ragioni per essere in allarme. […] Il movimento di massa verso le isole Hawaii non aveva precedenti: non si trattava di un’esercitazione ma di truppe sul piede di guerra. Kimmel apprese che vi erano anche il comando e il gruppo operativo della 6a flotta (sommergibili) a bordo della loro nave ammiraglia, la HIMJS Katori, accompagnati da navi d’appoggio e nove sottomarini del 3° squadrone sottomarini. Sempre leggendo il rapporto di Rochefort, vide che ‘un vasto numero di sommergibili della forza sottomarina si trovano nell’area delle isole Marshall (Pacifico centrale). (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.191-192)

II messaggio dell’Esercito e i due inviati dalla Marina contengono otto direttive principali che, secondo Stimson, provenivano da F.D.R.:

  1. avvertimento di guerra;
  2. i negoziati con il Giappone sono cessati;
  3. è attesa una mossa aggressiva da parte del Giappone nel giro di pochi giorni;
  4. si attende l’invasione delle Filippine, della penisola di Kra o del Borneo;
  5. eseguire uno spiegamento difensivo appropriato;
  6. la strategia degli Stati Uniti richiede che il Giappone compia il primo attacco diretto [ripetuto due volte];
  7. prima che il Giappone attacchi intraprendere la ricognizione necessaria e
  8. non allarmare la popolazione civile o rivelare le intenzioni di guerra.

I messaggi di Ingersoll e Stark legavano le mani alla flotta del Pacifico impedendo ogni movimento. È difficile immaginare che Kimmel potesse disobbedire al messaggio di Stark, già avvalorato dal presidente e ribadito ancora nelle ultime frasi dello stesso Stark. Tuttavia, tempo dopo, a Kimmel sarebbe stata addossata la colpa di Pearl Harbor per aver seguito questi ordini. È comprovato che nove comandanti militari ricevettero l’avvertimento dell’incombente azione ostile da parte del Giappone. Sette di loro disposero immediatamente le loro unità sul piede di guerra. Le Hawaii, che includevano Pearl Harbor, costituirono l’unica eccezione. Né l’ammiraglio Kimmel né il generale Short presero seriamente l’avviso di guerra; o almeno questa fu la conclusione raggiunta dalle indagini su Pearl Harbor condotte tra il 1941 e il 1946. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.200-201)

Una situazione militare diversa ebbe luogo alle isole Hawaii. Sebbene ordinasse a Short di condurre le perlustrazioni e di non compromettere le misure difensive, il messaggio Stimson-Marshall aveva specificatamente detto: ‘Non allarmare la popolazione civile e non rivelare gli intenti’. Questi ordini disorientarono Short. Come poteva condurre operazioni di perlustrazione o disporre i suoi 25.000 militari sul piede di guerra senza allarmare la popolazione civile che era per forza di cose in stretto contatto con la base militare americana? Non c’era modo di nascondere il movimento delle truppe o i caccia e i bombardieri impegnati nei voli di ricognizione. Le aree residenziali sulle colline sopra Honolulu si affacciavano sulle postazioni dell’Esercito e su Pearl Harbor. Short protestò: ‘Non potevo ordinare alle mie truppe uno stato di allerta incondizionato senza dire loro a chi sparare’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.202)

L’incontro del mattino tra Stimson e F.D.R., nella sua camera da letto, era incentrato sulle strategie da adottare nei confronti del Giappone. Secondo quanto dichiarato da Stimson: ‘II presidente si dilungò in un’analisi della situazione e poi si sedette lì, sul suo letto, dicendo che riusciva a vedere solo tre possibili alternative: primo, non fare niente; secondo, fare qualcosa come lanciare ancora una volta un ultimatum, stabilendo un limite oltre il quale avremmo iniziato a combattere; terzo, combattere una volta per tutte. Gli dissi che le uniche alternative per me erano le ultime due, perché pensavo che nessuno sarebbe rimasto senza agire data la situazione, ed egli fu d’accordo con me’. Il resoconto fornito da Stimson della discussione nello studio ovale è falso. L’alternativa numero uno era la strategia. Gli ordini che la mettevano in atto erano stati inviati agli ammiragli americani il pomeriggio precedente: non compiere nessuna azione militare che potrebbe essere considerata un’offensiva; lasciare che il Giappone commetta il primo atto diretto. La questione morale, implicata dalla decisione di mettere militari e civili americani in pericolo, era stata discussa tre giorni prima durante un consulto di mezzogiorno alla Casa Bianca. Era una questione spinosa per il gruppo cui spettava la decisione, del quale facevano parte F.D.R., Stimson, il ministro della Marina Knox, il segretario di Stato Hull, il generale Marshall e l’ammiraglio Stark. Il diario di Stimson tratta della questione: ‘Un problema ci preoccupa molto. Se sai che il tuo nemico sta venendo ad attaccarti, generalmente non è molto saggio aspettare che ti salti addosso prendendo l’iniziativa. La questione riguardava il modo per manovrare il nemico fino a indurlo a sparare il primo colpo senza subire troppi danni. Era una faccenda complicata’ scrisse Stimson. L’elemento catalizzatore che si nascondeva dietro la discussione della Casa Bianca era la necessità di superare l’opposizione dell’America alla guerra. I sondaggi d’opinione, che i membri del Gabinetto presero in considerazione, dicevano che gli americani, pur considerando favorevolmente l’appoggio alla Gran Bretagna, si opponevano all’invio di truppe oltremare per partecipare a un’altra guerra mondiale. I prò e i contro della strategia adottata sono riportati da Stimson nel suo diario: ‘Tuttavia, nonostante i rischi implicati nella decisione di lasciare che il Giappone sparasse il primo colpo, ci siamo resi conto che per avere il pieno sostegno degli americani era consigliabile assicurarsi che i giapponesi fossero i primi a prendere l’iniziativa, in modo che nessuno avesse dubbi su chi fossero gli aggressori’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.206)

Dopo il ritorno alla Casa Bianca, il 1° dicembre, Roosevelt discusse per più di un’ora con il ministro della Marina Knox, il segretario di Stato Hull e con l’ammiraglio Stark, l’unico ufficiale militare presente. Almeno quattro messaggi diplomatici tra Giappone e Germania attendevano il presidente. Durante l’ultima settimana di pace, il ministro degli Esteri giapponese, Shigenori Togo, il suo ambasciatore in Germania, il barone Hiroshi Oshima, e l’ambasciatore di Washington, Kichisaburo Nomura, furono loquaci nelle loro trasmissioni punto-linea come lo era stato l’ammiraglio Nagumo. Attraverso queste quattro intercettazioni, Roosevelt apprese che l’azione militare giapponese era vicina. […] Sebbene nessuno dei dispacci in codice Purple citati sopra menzionasse Pearl Harbor come bersaglio dell’attacco, una quinta intercettazione ricevuta a metà settimana avrebbe eliminato qualsiasi dubbio. Essa rivelava che Tokyo aveva predisposto le istruzioni ‘dell’ultimo minuto’ per Washington e Honolulu. Il 3 dicembre le missioni diplomatiche giapponesi che si trovavano negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nelle Indie orientali olandesi ricevettero l’ordine di distruggere tutti i loro sistemi di codifica. L’ambasciata di Washington e il suo consolato a Honolulu furono dispensati; fu loro ordinato di conservare solo alcuni sistemi di codifica per gli ordini dell’ultimo momento. Benché non ci fossero ulteriori elementi, queste intercettazioni diplomatiche e la massiccia avanzata sottomarina verso le Hawaii, di cui si aveva prova, rendevano chiaro che la guerra era una questione di giorni. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.209-210)

Verso le 13.00 del 5 dicembre, Homer Kisner della stazione H aveva consegnato i dieci messaggi di Yamamoto all’ufficio di Rochefort a Pearl Harbor. I dettagli di queste intercettazioni decisive sono tuttora nascosti dai censori della Marina. Nessuna di esse fu resa pubblica dal presidente Carter nell’ordine di diffusione del 1979. John Taylor, l’archivista incaricato delle intercettazioni navali giapponesi, nel 1996 ha confermato all’autore che non sono state trovate nella raccolta degli Archives II. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.211)

Poiché i rapporti del CAST contraddicono le rivendicazioni giapponesi e americane, secondo cui la forza d’attacco diretta alle Hawaii mantenne il silenzio radio e mai trasmise o ricevette messaggi radio, l’autore ha cercato una conferma dei rapporti dal capitano di vascello Duane Whitlock, che verso la fine del 1941 era uno degli analisti del traffico radiofonico della stazione CAST. Quando gli furono mostrati durante un’intervista con l’autore del 1993, Whitlock ne confermò l’autenticità. ‘Il nostro radiogoniometro si trovava sull’isola di Corregidor e teneva sotto controllo giorno e notte le navi da guerra e le unità militari giapponesi. Non solo fornimmo copie delle rilevazioni all’ammiraglio Hart e al generale MacArthur, ne inviammo anche via radio alla stazione HYPO’ disse. Nel 1941 Whitlock credeva che le copie inviate all’HYPO sarebbero state mostrate all’ammiraglio Kimmel. ‘Tutte le nostre intercettazioni erano a disposizione dell’ammiraglio Hart. Presumevo che le copie fossero mostrate a Kimmel; quella era la linea di condotta della Marina’. Whitlock spiegò ancora che i rapporti, prima di essere inviati alle Hawaii, erano codificati attraverso un sistema di codifica della Marina chiamato TESTM. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.213)

Furono colti direttamente nell’etere mettendo in evidenza una diffusa noncuranza dell’ordine di silenzio radio da parte della Marina giapponese. ‘Inviammo queste informazioni direttamente a Kimmel e a Washington e ne mandammo copia al generale MacArthur nel suo quartier generale di Manila’ ha rivelato Whitlock all’autore. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.213-214)

Nessuna delle nove indagini su Pearl Harbor ha preso in considerazione i dispacci TESTM o si è interrogata sul perché Kimmel sia stato tagliato fuori dal circuito delle informazioni, tenuto all’oscuro di notizie di importanza cruciale. Poiché non fu mai messo al corrente della situazione, l’ammiraglio non potè presentare questo interrogativo in sua difesa. Gli è stato impossibile rinvenire le registrazioni TESTM; sono rimaste chiuse nei sotterranei della Marina fino al dicembre 1986, quando il Freedom of Information Act le ha messe a disposizione dell’autore. Nell’aprile del 1995 il Congresso ha riaperto l’inchiesta su Pearl Harbor su richiesta della famiglia Kimmel, e ha ordinato che il ministero della Difesa conducesse un’indagine. Ma i documenti TESTM non sono stati prodotti come prova dal ministero, anche se erano già stati resi pubblici. Il capitano di vascello Duane Whitlock – uno dei migliori e più stimati crittografi degli Stati Uniti – si mise a disposizione per identificare e spiegare i messaggi, sia nel 1945 sia nel 1995. Non gli fu mai chiesto di testimoniare. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.214-215)

Mentre trascorreva il fine settimana del giorno del Ringraziamento e il mese di novembre volgeva al termine, F.D.R. venne in possesso dei dati dei servizi informativi che gli servivano e che rivestivano per lui il più alto interesse: ricerche recenti hanno dimostrato che la prova più inoppugnabile dell’imminente attacco giapponese raggiunse la Casa Bianca, ma fu tenuta nascosta all’opinione pubblica. Nel libro Infamy, pubblicato nel 1982, John Toland scrisse che il 12° distretto navale di San Francisco aveva ricevuto i rilevamenti dei radiogoniometri, che localizzavano le navi da guerra giapponesi nell’oceano Pacifico a nord delle Hawaii tra il 30 novembre e il 4 dicembre 1941. La fonte di Toland fu Robert Ogg, che nel 1941 faceva parte dell’organico dell’ufficio dei servizi informativi del distretto navale (DIO) come investigatore speciale. Ogg si ricordò che durante il periodo di cinque giorni, dal 30 novembre al 4 dicembre, il suo capo, il tenente di vascello Ellsworth Hosmer, ricevette i rilevamenti radiogoniometrici delle navi da guerra giapponesi. Hosmer chiese a Ogg di localizzare i rilevamenti sulla carta nautica dell’oceano Pacifico settentrionale che si trovava nell’ufficio di Market Street a San Francisco. Una volta riportate le posizioni sulla carta, fu chiaro che le navi da guerra giapponesi si trovavano nel Pacifico settentrionale. […] Quando Ogg riportò i rilevamenti delle navi da guerra giapponesi sulla carta nautica, notò che queste si stavano muovendo verso est dalla linea del cambiamento di data in direzione degli Stati Uniti. Intorno al 3 dicembre il movimento verso est si fermò e le navi da guerra virarono a sud, verso le isole Hawaii. […] McCullough disse a Ogg che aveva inoltrato l’avviso di allerta a Washington attraverso un circuito radiofonico sicuro. In questo modo la notizia raggiunse la Casa Bianca. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.217-218)

Secondo Ogg, Hosmer identificò le trasmissioni radio come giapponesi perché le imbarcazioni usavano l’inconfondibile codice telegrafico in kana. Era certo che i segnali non fossero originati da imbarcazioni americane o alleate perché in quell’area non ce n’erano. Si raccolsero due diverse localizzazioni. Una proveniva dal nord di San Francisco, l’altra da sud. Quando Ogg posizionò i due rilevamenti sulla sua carta, questi si intersecarono nel Pacifico settentrionale, a nord delle Hawaii. Hosmer fu certo che le direzioni rilevate da Ogg localizzassero navi da guerra in rotta verso le isole Hawaii. Il capitano di vascello Richard McCullough, ufficiale dei servizi informativi del distretto, comunicò queste conclusioni nel rapporto inviato al ministero della Marina, probabilmente in codice GUPID, che era stato assegnato all’ammiraglio Greenslade per contatti segretissimi con la stazione US e con Arthur McCollum. Quando questo libro è stato stampato in America, nel 1999, la censura ancora impediva di prendere in esame il sistema GUPID. Nel 1946, al Comitato congiunto incaricato di indagare sull’attacco di Pearl Harbor, l’assistente capo del collegio, Gerhard A. Gessell, chiese di cancellare ogni riferimento al GUPID dai documenti ufficiali relativi alle indagini. Una volta giunti a Washington, secondo il direttore dei servizi informativi del distretto McCullough, i rilevamenti delle navi da guerra giapponesi furono consegnati al presidente. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.220)

Ogg non testimoniò durante nessuna delle indagini condotte su Pearl Harbor, nemmeno durante l’inchiesta del 1995. Parlò per la prima volta del suo ruolo nella localizzazione delle forze giapponesi a nord delle Hawaii a John Toland. Subito dopo la pubblicazione del libro di Toland, le sue affermazioni furono messe in discussione da storici illustri, che si appellavano alle dichiarazioni giapponesi secondo cui le navi dirette verso Pearl Harbor mantennero il silenzio radio e non poterono essere intercettate dagli americani. Ogg ammise di non possedere prove tangibili delle sue asserzioni, perché al personale dei servizi informativi era vietato conservare i documenti riservati. Ma assicurò che una conferma alla sua testimonianza si poteva trovare nelle registrazioni della stazione di Dutch Harbor, in Alaska. ‘Andate a vedere le registrazioni di quattro megahertz [4000 chilohertz]. Ricordo che le trasmissioni giapponesi che ci erano state comunicate si trovavano su una strana frequenza di quel radiospettro’ disse Ogg. Ma nessuno controllò. Nel 1984 tutte le registrazioni originali delle intercettazioni giapponesi della zona del Pacifico erano classificate come documenti TOP SECRET ed erano tenute in custodia dal comando del gruppo di sicurezza navale di Washington. Le richieste rivolte dall’autore alla Marina di vedere le registrazioni dei 4.000 chilohertz di Dutch Harbor, effettuate nei mesi di novembre e dicembre 1941, sono state respinte. (Il giorno dell’inganno’, pag.221)

Sette trasmissioni navali, intercettate tra il 28 novembre e il 6 dicembre, confermarono che il Giappone intendeva iniziare la guerra e che avrebbe cominciato da Pearl Harbor. La prova raccolta dalle stazioni dei servizi informativi è schiacciante. Tutte le trasmissioni hanno un denominatore comune: nessuna raggiunse mai l’ammiraglio Kimmel. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.233)

Perché i rapporti radiogoniometrici mancavano nelle copie dell’ammiraglio Kimmel? I rapporti originali di Rochefort sono stati trovati dall’autore, conservati tra i documenti della Marina nei National Archives, ma tutti i rilevamenti radiogoniometrici dei mesi di novembre e dicembre del 1941 sono stati tagliati grossolanamente dalle copie preparate per Kimmel. Ogni posizione rivelata dai radiogoniometri è stata espunta dopo che Kisner aveva consegnato i rapporti completi alla stazione HYPO. […] Nel 1993 le domande riguardanti le omissioni sono state dirette a Richard A. von Doenhoff, uno specialista della sezione dedicata a Pearl Harbor dei National Archives. Questi ha confermato che più di sessantacinque relazioni di Rochefort relative ai mesi di novembre e dicembre, destinate a Kimmel, erano state mutilate. Von Doenhoff ha scritto all’autore che le pagine relative ai rilevamenti radiogoniometrici furono tagliate prima dell’inizio delle udienze congressuali del 1945. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.237)

La rivendicazione di Layton circa il silenzio radio dei comandi delle portaerei non regge a un’indagine accurata. Ci sono 129 intercettazioni navali giapponesi ottenute dalle stazioni di monitoraggio della Marina americana tra il 15 novembre e il 6 dicembre che contraddicono in modo inequivocabile i dati forniti da Layton. […] II silenzio radio fu ignorato e molte trasmissioni navali giapponesi raggiunsero l’etere. La prima intercettazione militare che indicava Pearl Harbor come il bersaglio dell’attacco giunse dal comandante di grado più alto della Marina imperiale, l’ammiraglio Osami Nagano. Infranse ogni regola di sicurezza in una trasmissione radio e rivelò che una forza d’attacco composta da portaerei avrebbe attaccato le Hawaii. La trasmissione partì da Tokyo, diretta all’ufficiale di comunicazione dell’11a flotta aerea, un potente comando aeronavale di stanza a Formosa, composto da cinquecento bombardieri e aerei da caccia che erano stati radunati per un attacco aereo contro il cornando del generale MacArhur nelle Filippine e altri obiettivi nell’Asia sudorientale. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.238-239)

Non tutte le informazioni a disposizione dei servizi informativi erano misteriose e indefinite. Contrariamente alle asserzioni del crittografo Dyer, i messaggi navali giapponesi confermarono che la guerra era vicina. Due di questi il 6 dicembre (ora delle Hawaii) erano sulla scrivania di Dyer o dentro l’ufficio della stazione HYPO. Il viceammiraglio Shigeyoshi Inoue, comandante della 4a flotta nel Pacifico centrale, informò via radio le sue forze dell’imminente dichiarazione di guerra. Il suo messaggio fu intercettato da Henry F. Garstka della stazione H alle 20.40 di venerdì 5 dicembre e successivamente incluso nel pacco preparato quotidianamente da Kisner, che fu consegnato a Dyer alle 13 del giorno seguente. Ma le informazioni non raggiunsero mai l’ammiraglio Kimmel. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.242)

Circa due ore dopo, Inoue ripetè il messaggio di dichiarazione di guerra. Ancora una volta questo fu intercettato alle Hawaii da un diverso operatore, LF, e incluso nel pacco contenente le informazioni preparato da Kisner e consegnato a Dyer. […] Un altro messaggio, emesso congiuntamente dall’ammiraglio Yamamoto e dall’imperatore Hirohito, durante le prime ore del giorno di sabato 6 dicembre (ora delle Hawaii) annunciava le intenzioni belliche del Giappone. Come il messaggio di Inoue, anche questo fu intercettato alle Hawaii, ma non fu mai consegnato a Kimmel. Fu inviato in due parti, ventiquattr’ore prima dell’attacco alle Hawaii, e collega direttamente l’imperatore ai movimenti bellici giapponesi. Una versione inglese del messaggio, resa pubblica dal presidente Carter nel 1979, indica come data dell’intercettazione il 7 dicembre 1941; quella data però si riferisce all’orario di Tokyo. La censura americana ha fatto sì che le due parti originali del dispaccio non fossero disponibili, e non ha rivelato se i messaggi fossero codificati o in chiaro. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.243)

I particolari integrali riguardanti l’intercettazione del dispaccio Hirohito-Yamamoto si possono trovare nei registri della stazione H. L’imperatore Hirohito emise l’editto imperiale che fu trasmesso alla flotta combinata, esortando ufficiali e uomini ad ‘annientare il nemico’. L’ammiraglio Yamamoto comunicò alla flotta combinata che aveva ricevuto l’editto imperiale martedì 2 dicembre (ora delle Hawaii) e lo stava inviando a tutti gli uomini e agli ufficiali ‘prima della dichiarazione di guerra’. Fedele a quanto detto, Yamamoto stabilì quale orario di trasmissione dell’editto la mezzanotte del 7 dicembre (ora di Tokyo), circa ventiquattr’ore prima dell’orario fissato per l’inizio della guerra. (Mezzanotte del 7 dicembre di Tokyo corrispondeva alle 4.30 di sabato 6 dicembre alle Hawaii). Per errore, il suo capo di Stato maggiore, il contrammiraglio Matome Ugaki, autorizzò la prima trasmissione circa due ore prima, alle 2.45 secondo l’ora delle Hawaii. Venne così trasmesso alle unità giapponesi in tutto il Pacifico. L’incrociatore Aoba confermò di aver ricevuto il messaggio il 7 dicembre (ora di Tokyo), mentre si trovava ancorato alle isole Bonin. Gli operatori radiofonici della stazione H intercettarono i messaggi tra Hirohito e Yamamoto direttamente dall’etere durante un periodo di cinque ore. La trasmissione anticipata dell’ammiraglio Ugaki fu colta dall’operatore di seconda classe Maynard Albertson. Due ore dopo, quando alle Hawaii erano le 4.45 del 6 dicembre, Yamamoto ripetè i messaggi alla flotta combinata e alle portaerei della 1a flotta aerea. Alle 8.30 del 6 dicembre, ora delle Hawaii, sette duplicati del messaggio Hirohito-Yamamoto sono stati intercettati e trascritti alla stazione H da Albertson e dal suo sostituto, l’operatore di terza classe Jesse Randle. I quattro intercettati da Albertson entrarono nel circuito americano delle comunicazioni intorno alle 9.00, quando furono consegnati a Kisner. Le intercettazioni di Randle (repliche di quelle ottenute da Albertson) non furono comunicate fino alla mattina seguente, al culmine dell’attacco. Come per molti altri documenti e intercettazioni ancora sotto sequestro perché classificati come segreti, il ministero della Difesa continua a negare l’accesso ai sette messaggi Hirohito-Yamamoto. Solo la versione inglese con l’indicazione fuorviante della data del 7 dicembre è stata resa pubblica. Nessuno dei sette messaggi preparati alla stazione H da Albertson e Randle prima dell’attacco è stato reso di dominio pubblico. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.244)

Kisner lasciò le informazioni e l’avvertimento di guerra sulla scrivania di Dyer. Il pacco rimase lì. Nonostante si trovasse sopra tutti gli altri incartamenti, Dyer non passò l’avviso di guerra a Kimmel. L’involto, contenente novecento intercettazioni, tra cui i quattro messaggi di ‘annientare il nemico’ e la dichiarazione di guerra, inviati dall’imperatore Hirohito e dall’ammiraglio Yamamoto, rimase intatto. Tempo dopo, in una lettera all’autore, Dyer ha lamentato che solo lui e un sottufficiale addetto al servizio amministrativo si trovavano alla stazione HYPO dopo che all’una era cominciata la licenza del venerdì. Agli altri ventisei crittografi e linguisti fu concesso un fine settimana di libertà. ‘Non c’erano abbastanza operatori’ ha scritto nel 1983. Concesso che la stazione era a corto di personale, sembra tuttavia ancora scontato che Dyer avrebbe dovuto leggere l’avviso di guerra di Kisner e passarlo a Kimmel e alla flotta. Una telefonata all’ufficiale della flotta di turno durante il fine settimana avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. Nel 1998, ricordando il suo avvertimento di guerra, Kisner disse che, se si fosse trovato un’altra volta nella stessa situazione, avrebbe notificato personalmente la comunicazione all’ufficiale di servizio di Kimmel. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.246)

Durante il fine settimana compreso tra il 28 e il 30 novembre, i negoziati diplomatici tra l’America e il Giappone fallirono: gli Stati Uniti avevano presentato una proposta in dieci punti che implicava relazioni di assestamento. Il Giappone, secondo Rochefort, fu spinto nell’angolo, senza potersi muovere: una situazione prevista da McCollum quattordici mesi prima. Alle Hawaii Rochefort riconobbe il dilemma in cui veniva a trovarsi il Giappone. ‘Chiunque conoscesse i giapponesi o i loro affari avrebbe detto che mentre inviavamo loro la lettera del 26 novembre avremmo dovuto issare anche la bandiera rossa. Credo sinceramente che il messaggio del 26 novembre fosse un vero e proprio ultimatum, che i giapponesi non potevano accettare e che la loro unica alternativa fosse combattere’. La proposta americana esigeva che il Giappone rinunciasse alla guerra con la Cina, al patto Tripartito stretto con Germania e Italia e ai progetti economici per l’Asia sudorientale definiti ‘Sfera di maggiore prosperità dell’Asia orientale’. Fu il segretario di Stato Cordell Hull a presentare la proposta all’ambasciatore Nomura nel tardo pomeriggio del 26 novembre. Conteneva i dieci punti che Hull definì un modus vivendi. Due di questi irritarono particolarmente il Giappone: il terzo ‘II governo del Giappone ritirerà tutte le forze militari, navali, aeree e i corpi di polizia dalla Cina e dall’Indocina’ e il quarto ‘II governo degli Stati Uniti e il governo del Giappone non sosterranno – militarmente, politicamente, economicamente – nessun governo o regime che non sia il governo nazionale della repubblica della Cina, con capitale stabilita temporaneamente a Chungking’. F.D.R. aveva opinioni simili a quelle di Rochefort circa la reazione giapponese. In una nota scritta a mano a Hull, il presidente disse che riteneva la proposta corretta, ma non credeva che il Giappone avrebbe approvato. ‘Non sono molto fiducioso; dobbiamo essere preparati ad affrontare guai seri, probabilmente molto presto’. Dal punto di vista giapponese rinunciare alla guerra in Cina era impossibile. Avrebbe significato voltare le spalle alle centinaia di migliaia di militari giapponesi che erano stati uccisi o feriti nei quattro anni di combattimento. Abbandonare il patto Tripartito o i progetti economici per la realizzazione della ‘Sfera di maggiore prosperità nell’Asia orientale’ sarebbe stato ugualmente difficile. Gli ufficiali giapponesi sentivano che la sopravvivenza della loro nazione dipendeva dall’accesso alle risorse naturali dell’Asia sudorientale. E gli unici governi al mondo suoi alleati erano quelli di Germania e Italia. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.248-249)

A partire dal 1988, l’autore ha inoltrato diverse richieste basate sul Freedom of Information Act alla Marina, all’Agenzia di sicurezza nazionale (NSA) e ai National Archives, chiedendo di poter analizzare i documenti originali di Howard. Non è stato concesso nulla. Tre ufficiali hanno osservato i dieci anni di silenzio imposto dalla censura e hanno negato l’accesso all’autore. Dal 1988 al 1997, appelli basati sul Freedom of Information Act sono stati presentati agli ufficiali dell’NSA, tra cui il viceammiraglio William Studemann, John McConnell e il direttore dei servizi informativi della Marina, il contrammiraglio Thomas Stevens. Tutti hanno risposto con un no deciso. (da ‘ giorno dell’inganno’, pag.252)

L’ammiraglio Husband Kimmel non sarebbe andato al luau e avrebbe rimandato la sua partita a golf se avesse ascoltato il messaggio radiofonico di Cecil Brown da Singapore: ‘L’Esercito britannico è preparato a fronteggiare un’avanzata improvvisa giapponese durante il fine settimana. Soldati e marinai sono stati richiamati alle loro caserme e alle loro navi’. Brown riferì che gli aerei da ricognizione americani avevano avvistato un’imponente forza giapponese, composta da navi da guerra e navi per il trasporto delle truppe diretta verso le spiagge della Malesia centrale prescelte per l’invasione. Ma nonostante i molti indizi di un possibile attacco che erano stati captati dall’etere, Kimmel non stava cercando portaerei né pensava di anticipare un possibile attacco a sorpresa dei giapponesi. Sebbene sette velivoli fossero in perlustrazione sul posto, quarantaquattro dei suoi aerei da ricognizione a lungo raggio di tipo PBY erano a terra. Il paradosso della Casa Bianca, che ordinò a Kimmel di rimanere da parte e che gli negò l’accesso totale alle informazioni ottenute dalle comunicazioni giapponesi, è messo in luce anche grazie a un altro canale crittografico che rivelò i movimenti bellici del Giappone. L’Esercito giapponese non era l’unico organismo che divulgava segreti. Il 5 dicembre, il ministero degli Esteri giapponese trasmise due messaggi: rivelavano che la guerra tra Giappone e America sarebbe incominciata il 7 dicembre. La stazione US e le stazioni CAST e PIVE raccolsero due intercettazioni. Erano in codice Purple; l’intercettazione ebbe successo, ma non ci sono prove che le stazioni US e CAST inoltrarono i messaggi alle Hawaii, anche considerando che entrambi i centri crittografici conoscevano le chiavi di interpretazione del Purple e potevano decodificare i messaggi nel giro di poche ore. I messaggi invece non furono nemmeno decodificati prima dell’attacco. E questo vale per tutti i messaggi giapponesi, militari e diplomatici, intercettati durante la settimana dal 1 al 6 dicembre, che affermavano che le Hawaii sarebbero state il bersaglio dell’attacco da parte delle portaerei, che stabilivano la data dell’inizio della guerra o nominavano il nemico come Gran Bretagna e America. La politica americana della non ingerenza, nei confronti del primo atto di guerra da parte dei giapponesi, può essere ulteriormente documentata attraverso quattro intercettazioni diplomatiche captate il 6 e il 7 dicembre, prima dell’attacco a Pearl Harbor, che rivelano la rapidità del servizio di decrittazione a disposizione del presidente Roosevelt. Il Giappone trasmise i messaggi in quattro parti, suddivise nelle ventiquattro ore: un arco temporale che offrì ai crittografi americani ampie possibilità per una rapida decodifica e traduzione. In primo luogo Tokyo inviò un messaggio ‘pilota’, conosciuto come Part 1, all’ambasciatore Kichisaburo Nomura a Washington, che diceva che il Giappone avrebbe risposto a quasi un anno di negoziati diplomatici con l’America. La risposta fu preparata in due messaggi. Tokyo illustrò il contenuto di entrambi, dicendo che Part 2 avrebbe contenuto tredici sezioni e Part 3 la quattordicesima. A Nomura comunicarono inoltre che Part 4 sarebbe stata inviata per ultima e avrebbe stabilito il momento della presentazione della risposta agli Stati Uniti. Alle spalle del Giappone, i crittografi dell’Esercito e della Marina militare degli Stati Uniti intercettarono, decodificarono e tradussero le quattro trasmissioni prima che giungessero all’ambasciatore Nomura. In sostanza i quattro messaggi ordinavano all’ambasciatore di presentare un bollettino in quattordici parti che interrompesse le relazioni tra il Giappone e il governo americano e fissava come data ultima di presentazione le ore 13.00, ora di Washington, di domenica 7 dicembre. A Washington i capi militari di grado più elevato si resero conto che le 13.00 corrispondevano alle 7.30 alle Hawaii e che qualche azione ostile da parte del Giappone sarebbe stata intrapresa a quell’ora o poco dopo. Tutti i quattro cablogrammi intercettati furono decodificati, tradotti e consegnati prontamente al presidente Roosevelt in un lasso di tempo di dodici ore, compreso tra le 21.30 di sabato 6 dicembre e le 10.00 del 7 dicembre. Ma per ragioni difficili da accettare, la consegna materiale dei messaggi al capo di Stato maggiore dell’Esercito, il generale George Marshall, fu ritardata di quindici ore. Nel corso dell’indagine condotta sugli eventi di Pearl Harbor nel 1945-1946, i repubblicani avrebbero chiesto a gran voce: ‘II ritardo fu intenzionale o per impedire ogni interferenza dell’Esercito con l’attacco da parte del Giappone?’. Invece di usare il telefono dotato di dispositivo per la codifica dei messaggi e informare il generale Short del termine ultimo delle 13.00, Marshall spedì il messaggio alle Hawaii impiegando una combinazione di Western Union e RCA, il metodo più lento. Un bizzarro tracciato cartaceo segue le quattro intercettazioni da Tokyo allo studio ovale della Casa Bianca. Annovera un tentativo successivo di allontanare le inchieste su Pearl Harbor da Marshall e dal termine ultimo delle 13.00, e implica anche l’uso della coercizione per indurre un colonnello dell’Esercito degli Stati Uniti ad alterare la sua testimonianza. Nel 1945 quel colonnello, Rufus Bratton, fu raggiunto in Germania e fermato sull’autostrada nei pressi di Berlino e persuaso a ‘modificare’ le prove contro Marshall. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.255-258)

Verso le 15.00 del 6 dicembre (ora di Washington), le prime tredici parti della notifica di guerra da parte di Togo furono intercettate alla stazione SAIL e inviate alla stazione US via telescrivente per la decodifica. Il capitano di fregata Laurance Safford, capo della stazione US, soprintese alla decrittazione e, per accelerare la decodifica, inviò sette parti del bollettino alla sezione crittografica dell’Esercito nell’adiacente Munitions Building. In questo modo, verso le 16.00, tutte le tredici parti erano state convertite in inglese, fatta eccezione per alcune omissioni di scarsa rilevanza. Dopo aver letto tutte le tredici parti, Safford seppe che la guerra era imminente; lo comunicò alla Casa Bianca. Chiese all’addetto navale di F.D.R., il capitano di vascello Beardall, di avvisare il presidente che quella sera gli sarebbero state recapitate informazioni della massima importanza. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.259)

Secondo la testimonianza fornita da Schulz alla Commissione investigativa congressuale congiunta, il presidente impiegò circa dieci minuti a leggere tutte le tredici parti. Il lungo messaggio, contenente le ragioni ufficiali alla base della guerra, accusava gli Stati Uniti di impiegare l’ostruzionismo per colpire l’economia giapponese e favorire il partito di Chiang Kai-shek, e affermava che doveva essere intenzione del governo americano estendere il conflitto: ‘II governo giapponese non può tollerare il perpetrarsi di una simile situazione in quanto questa va contro il principio politico, fondamentale per il Giappone, di permettere a ogni nazione di godere del proprio posto nel mondo’. Schulz ricordò che F.D.R. finì di leggere l’ultima pagina del bollettino, si voltò verso Hopkins e pronunciò la famosa espressione: ‘Questo significa guerra’. Erano le 21.45. Né il presidente né Hopkins discussero il fatto che il bersaglio giapponese sarebbe stato Pearl Harbor, né accennarono alla data d’inizio della guerra. Mentre attendeva nello studio, Schulz udì Hopkins esprimere il parere che, poiché la guerra stava sopraggiungendo per iniziativa dei giapponesi, era un peccato che non potessimo sparare il primo colpo per evitare di essere colti di sorpresa. ‘Il presidente fece un cenno con la testa e poi disse effettivamente: ‘No, non possiamo farlo. Siamo un popolo democratico e pacifico’. Poi alzò il tono di voce e questo lo ricordo bene. Disse: ‘ma abbiamo per le mani un buon documento”. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.260)

Gli operatori del SAIL intercettarono immediatamente le due trasmissioni e verificarono che la dicitura ‘IMPORTANTISSIMO’ – in inglese – precedeva il testo di entrambe. Verso le 2.00 tutti e due i messaggi furono inseriti nei registri del SAIL come intercettazioni 380 e 381, e inviati via telescrivente alla stazione US nella capitale. Erano circa le 5.00 a Washington e le 23.30 di sabato sera alle Hawaii, quando l’ufficiale di turno, tenente di vascello Francis M. Brotherhood, prese i due messaggi dalla telescrivente. Brotherhood faceva parte del gruppo di crittografi della Marina che avevano decrittato il principale codice giapponese, il sistema pentanumerico. Era anche un esperto nell’uso della macchina per l’elaborazione del Purple. Notò che entrambe le intercettazioni erano in codice Purple. Dopo che la ebbe inserita nell’elaboratore, l’intercettazione 380 venne fuori in inglese. ‘Era perfettamente chiara per me’ affermò Brotherhood. ‘Era la quattordicesima parte che mancava e io la preparai per diffonderla attraverso i canali abituali’. ‘Ovviamente è intenzione del governo americano cospirare con la Gran Bretagna e le altre nazioni per contrastare gli sforzi del Giappone di costruire una pace duratura tramite la costituzione di un nuovo ordine nell’Asia orientale, e soprattutto per salvaguardare i diritti e gli interessi angloamericani mantenendo Giappone e Cina in guerra. Questa intenzione è emersa chiaramente durante gli attuali negoziati. Così, la speranza del governo giapponese di sistemare le relazioni tra America e Giappone e di difendere e promuovere la pace nell’area del Pacifico attraverso la cooperazione con il governo americano, è definitivamente naufragata. Il governo giapponese si rammarica di dover comunicare al governo americano con il presente atto che, considerato l’atteggiamento del governo degli Stati Uniti, il Giappone non può far altro che credere nell’impossibilità di raggiungere un accordo attraverso ulteriori negoziati’. Il messaggio 381 era in giapponese, quindi Brotherhood, che non era in grado di leggerlo, lo portò al vicino Munitions Building, dove lavoravano i traduttori dell’Esercito. L’intercettazione conteneva il termine inderogabile per la presentazione della presa di posizione giapponese al governo americano: ‘Importantissimo. L’ambasciatore dovrà presentare al governo degli Stati Uniti (se possibile al segretario di Stato) la nostra risposta agli Stati Uniti alle 13.00 del 7 (orario vostro)’. Erano quasi le 7.00 del mattino, il turno di Brotherhood stava per concludersi. Prima di terminare il servizio, mise i messaggi del SAIL decodificati e tradotti sulla scrivania di Alvin Kramer, che sarebbe arrivato alle 7.30. Ora toccava al ‘messaggero’ Kramer consegnare i messaggi nelle mani di Roosevelt e dei suoi collaboratori, militari e diplomatici. Kramer si presentò puntualmente nel suo ufficio, prese i due messaggi del SAIL e ne comprese l’importanza: il Giappone aveva in programma di interrompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e ordinava che l’avviso di rottura fosse consegnato alle 13.00 ora locale, che corrispondevano alle 7.30 alle isole Hawaii. Kramer discusse le due intercettazioni con il capitano di fregata Arthur McCollum, che era appena arrivato. Entrambi si resero conto del significato dell’orario nel Pacifico, ma nessuno dei due era autorizzato a trasmettere messaggi d’allerta. Solo Stark e Marshall potevano emettere avvisi di guerra. Erano circa le 8.00 a Washington e le 2.30 alle isole Hawaii. Dopo aver assicurato a se stesso che certamente gli ufficiali dei servizi informativi dell’Esercito erano al corrente del termine stabilito delle 13.00, il capitano Kramer si avviò per consegnare i messaggi alla Casa Bianca, mentre McCollum ne portò copia all’ammiraglio Stark. Erano circa le 9.30 a Washington. Nei pressi delle Hawaii, la 1a flotta aerea stava procedendo lungo il meridiano di 157° di longitudine e si stava approssimando alla montagna sottomarina di Prokofiev. Nel giro di due ore le portaerei avrebbero dovuto lanciare i primi bombardieri. Il tracciato cartaceo del messaggio contenente la data di apertura delle ostilità è pienamente documentato negli archivi della Marina. Fu intercettato nelle prime ore del mattino di domenica e consegnato alla Casa Bianca dal capitano Kramer alle 10.00, le 4.30 a Pearl Harbor. Invece di farsi accompagnare in macchina dalla moglie, questa volta Kramer corse per i quattro isolati che conducevano alla Casa Bianca. Qui il capitano di vascello Scardali, il responsabile della Marina, consegnò il messaggio a Roosevelt, che si trovava ancora in camera da letto. Secondo quanto riferito da Scardali, il presidente lesse le intercettazioni, ma non fece alcun commento sul termine delle 13.00. ‘Non mi sembrava che fosse preoccupato’ affermò Beardall. Sebbene la sera prima F.D.R. avesse dichiarato che la precedente intercettazione ‘significava guerra’, gli ufficiali della Marina a Washington continuarono a ritardare l’invio di stati d’allerta nel Pacifico. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.261-263)

Anche dopo gli innumerevoli passi falsi compiuti dagli americani durante le prime ore del 7 dicembre, c’era ancora una possibilità di avvertire la flotta americana dell’attacco imminente. Tra le 6.50 e le 7.15 (ora delle Hawaii), due radaristi scoprirono la prima ondata di velivoli giapponesi che si stavano avvicinando a Oahu. Durante quei venticinque minuti due grossi puntini apparirono sul loro schermo. Poiché i puntini si allargavano sempre di più, indicando un avvicinamento progressivo a Oahu, gli operatori si preoccuparono e avvertirono telefonicamente il sevizio di allarme aereo dell’Esercito (AWS) a Fort Shafter. Gli operatori non identificarono la moltitudine degli apparecchi né come alleati né come nemici, dissero solo che ‘era il più numeroso gruppo di aerei che avessero mai visto sull’oscilloscopio’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.267)

II 16 dicembre 1941, l’ammiraglio Kimmel fu destituito dal suo comando e retrocesso a contrammiraglio. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.283)

La guerra era iniziata solo da dieci giorni quando alcuni membri del Congresso, in maggioranza repubblicani, si domandarono perché l’eccellente forza militare del Pacifico si fosse trovata impreparata. Il Chicago Tribune, guidato dal suo editore, l’oppositore di Roosevelt colonnello Robert McCormick, chiese un’inchiesta imparziale che potesse ‘indagare a Washington’. A Topeka, nello stato del Kansas, The Capital suggerì che i funzionari superiori dei ministeri della Guerra e della Marina dovessero essere indagati. Il 19 dicembre, il leader repubblicano dell’Ohio senatore Robert Taft appoggiò le richieste di indagine: ‘Forse gli errori commessi alle Hawaii non sono solo responsabilità di ammiragli e generali’. Un democratico, il senatore Tom Connally del Texas, benché sostenitore dell’amministrazione, affermò di essere stato sorpreso dall’attacco e definì il successo giapponese ‘quasi incredibile’. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.287-288)

II presidente Roosevelt approvò il rapporto della Commissione Roberts il 14 gennaio 1942. Concludeva che l’attacco aveva avuto successo a causa delle mancanze e degli errori di giudizio dell’ammiraglio Kimmel e del generale Short, i quali furono accusati di inadempienza. Allo stesso tempo la commissione prosciolse il generale George Marshall e l’ammiraglio Harold Stark da ogni accusa, affermando che avevano adempiuto a tutti gli obblighi che la loro posizione di comando implicava. […] L’ammiraglio James Richardson condannò le rivelazioni. ‘È il più sleale, ingiusto, ingannevole e disonesto documento mai stampato dall’Ufficio stampa governativo. Non riesco a immaginare che un uomo onesto abbia potuto far parte della commissione senza provare il più grande rammarico e il più profondo senso di vergogna’. […] Le prove determinanti di ciò che realmente accadde iniziarono a essere occultate l’11 dicembre 1941, solo quattro giorni dopo l’attacco. Il primo passo lo fece il contrammiraglio Leigh Noyes, direttore delle comunicazioni della Marina. Istituì i cinquantaquattro anni di censura che consegnarono le intercettazioni diplomatiche e militari giapponesi del periodo precedente all’attacco e gli ordini attinenti alle camere di sicurezza della Marina. ‘Distruggete tutte le annotazioni e le prove scritte’ ordinò Noyes l’11 dicembre a un gruppo di subordinati. Dapprima Noyes negò di aver impartito l’ordine di distruzione, ma tempo dopo ammise: ‘Potrei aver dato istruzioni ai miei subalterni di distruggere le annotazioni personali. Non fu ordinata la distruzione di documenti ufficiali’. Noyes era fuori dai limiti della legalità. Le annotazioni personali preparate negli uffici della Marina dal personale appartengono al popolo americano, se i documenti riguardano questioni navali. Non possono essere distrutte se non per decisione del Congresso. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.288-290)

Due settimane dopo la resa del Giappone, nell’agosto 1945, la Marina impedì l’accesso alle intercettazioni del periodo precedente all’attacco di Pearl Harbor, classificando i documenti come TOP SECRET. Anche il Congresso fu tagliato fuori dal circuito delle intercettazioni. L’ordine della Marina fu assoluto: imbavagliò gli operatori delle intercettazioni e i crittografi che avevano raccolto i messaggi radiofonici della flotta giapponese durante l’autunno del 1941. L’ammiraglio Ernest King sovrintese alla censura. Minacciò tutto il personale navale di reclusione e perdita dei benefici riservati ai reduci e agli ufficiali della Marina, nel caso in cui avessero rivelato il successo americano nella violazione dei codici giapponesi. […]Nell’aprile del 1995, in seguito alle richieste dei familiari di Kimmel e Short, il Senato e la Camera dei rappresentanti hanno dato avvio a un’indagine delle circostanze che portarono all’attacco giapponese. Citando il fatto che nel 1941 alcune registrazioni di intercettazioni giapponesi di importanza cruciale fossero state negate ai comandanti di stanza alle Hawaii, entrambe le famiglie cercarono di ristabilire la reputazione dei propri cari. Chiesero al Congresso di riabilitare Kimmel e Short, benché fossero già morti, riattribuendo loro i gradi di ammiraglio e tenente generale del 1941. […] Dal settembre 1945, molti autori e storici hanno espresso l’opinione che Roosevelt sapesse dell’imminente attacco giapponese. Ma ciò che non sapevano (e questo è il nucleo centrale di quest’opera) è che un disegno sistematico era stato messo in atto molto tempo prima di Pearl Harbor e avrebbe raggiunto il culmine con l’attacco. (da ‘Il giorno dell’inganno’, pag.290-293)

Commenti

Precedente Successivo Indice

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: