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128 – Mozambico

Il 25 settembre 1974 i militari portoghesi, che avevano appena finito d’istituire il pluripartitismo a Lisbona, affidarono il destino del Mozambico al solo Frente de libertaçao do Moçambique (Frelimo). Creato nel giugno del 1962, il Fronte, sotto la guida dell’antropologo Eduardo Chivambo Mondlane, si era saputo attirare le simpatie della comunità internazionale, beneficiando del sostegno militare della Cina così come dell’URSS. Diversamente dall’Angola, il Frelimo era riuscito, alla vigilia della “rivoluzione dei garofani” portoghese (25 aprile 1974) a mettere in difficoltà le truppe coloniali, peraltro composte per la maggior parte da africani. Avendo raccolto intorno a sé una parte notevole delle élite intellettuali nazionaliste, il Fronte ne rifletteva le divisioni ideologiche, pertanto, nel 1974, l’impronta marxista-leninista dei suoi vertici non poté più essere occultata. Dopo il suo II Congresso (1968), il significato della lotta antimperialista, sviluppata da Samora Machel secondo la logica cinese delle “zone liberate”, apparve sempre più aderente a quanto dichiarato dallo stesso Mondlane poco prima della sua scomparsa (1969): “Oggi il Frelimo è più socialista, rivoluzionario e progressista che mai e ogni giorno che passa la nostra linea si orienta sempre più verso il socialismo marxista-leninista”. E alla domanda sulle cause dell’evoluzione Mondlane dava questa risposta: “Perché le condizioni di vita in Mozambico sono tali che il nostro nemico non lascia scelta”.

All’indomani dell’indipendenza il nemico sembrava dar tregua ai nuovi padroni. Costoro, tra i quali predominava la componente urbana degli assimilados, bianchi, meticci o indiani, si lanciarono con entusiasmo nell’“ostetricia nazionale”. Ai loro occhi la nascita della nazione in un paese rurale presumeva una suddivisione del partito-Stato che sola poteva garantire una conseguente politica di “villaggizzazione”; una politica, oltre tutto, idonea a generare l’homen novo caro al poeta Sergio Vieira. Già avviata all’inizio degli anni Settanta nelle “zone liberate” con esiti diversi, essa divenne sistematica su tutto il territorio. A tutti i contadini, cioè l’80 per cento della popolazione, venne richiesto di abbandonare il loro habitat naturale per raggrupparsi in villaggi. Sull’onda dell’entusiasmo dell’indipendenza le popolazioni risposero favorevolmente alle sollecitazioni dell’amministrazione, impegnandosi nella coltivazione di campi collettivi – che avrebbero abbandonato negli anni immediatamente seguenti – e partecipando a volte alla costruzione degli edifici richiesti, ma non sempre accettando di andarci a vivere. Sulla carta, tuttavia, il paese era coperto da un’amministrazione gerarchizzata, teoricamente controllata dalle cellule di un partito che nel 1977 aveva apertamente rivendicato l’eredità bolscevica e richiamato all’incremento della collettivizzazione delle terre e al rinsaldamento dei legami con il movimento comunista internazionale. Erano stati conclusi diversi trattati con l’Est e la fornitura di armi e istruttori sembrava autorizzare un maggior appoggio ai nazionalisti rhodesiani della Zimbabwe African National Union (ZANU).

Mentre il Mozambico si associava al blocco che rischiava di soffocarlo, la Rhodesia bianca di Ian Smith, per rappresaglia, decise di sostenere la resistenza che spuntava qua e là nelle campagne. Sotto la direzione di Alfonso Dhlakama, la Resistencia nacional moçambicana (Renamo) beneficiò dell’appoggio dei Servizi speciali rhodesiani fino al momento dell’indipendenza dello Zimbabwe, data in cui la tutela logistica venne garantita dal Sudafrica (1980). Con sorpresa di molti osservatori, andò aumentando l’adesione delle popolazioni dei villaggi alla resistenza, e questo malgrado i barbari metodi della Renamo, la cui azione spaventava persino i suoi protettori rhodesiani. I superstiti dei “campi di rieducazione”, che a partire dal 1975 si erano moltiplicati sotto l’alta potestà del Serviço nacional de segurança popular (SNASP, Servizio nazionale di Sicurezza popolare), non erano meno violenti. In mancanza di adesioni spontanee, il controllo delle popolazioni diventava la posta in gioco vitale per ciascuna delle due parti. I rari studi condotti sul posto confermano le osservazioni della Human Rights Watch riguardo l’ampiezza e la bestialità delle efferatezze commesse contro le popolazioni civili da entrambe le parti contendenti. Per quanto fosse meno organizzata della violenza di Stato del Frelimo, quella esercitata dal Renamo non può però essere ridotta a rappresaglie compiute da “grandi compagnie” di soldati, abbandonate a se stesse dopo la defezione dei loro capi. Infatti, l’appoggio di cui in qualche modo godevano tradiva un odio nei confronti dello Stato la cui diffusione era la conferma di quelle violenze che il Frelimo giustificava, in una lingua straniera e nel nome delle lotta al “tribalismo”, dell’attaccamento a pratiche religiose proprie dell’”oscurantismo” e di una fedeltà a lignaggi e territori rifiutati in blocco dal regime dopo l’indipendenza, con l’etichetta di “feudalesimo”.

Le competenze dello SNASP erano state largamente ampliate prima ancora che la gravità della minaccia costituita dalla Renamo venisse percepita dalle autorità di Maputo. Creato nell’ottobre del 1975, questo servizio di Sicurezza popolare aveva infatti la facoltà di arrestare e trattenere chiunque fosse sospettato di “minacciare la sicurezza dello Stato”, anche dal punto di vista economico. Lo SNASP aveva il potere di deferire queste persone davanti a un tribunale, nel qual caso s’incaricava dell’istruzione del processo, oppure poteva anche inviarle direttamente al “campo di rieducazione”. Negato ai detenuti con l’articolo 115 del Codice di procedura penale, l’habeas corpus era solo un ricordo (sempre ammesso che fosse stato applicato ai tempi di Salazar…) quando il primo attacco di una certa importanza della Resistenza prese come bersaglio, nel 1977, il campo di rieducazione di Sacuze. Le ofensivas pela legalidade (offensive per la legalità), condotte periodicamente da Samora Machel, non tolsero allo SNASP alcuna delle sue prerogative. Queste ultime miravano a far concordare il fatto con il diritto: fu tale la logica sottesa dalla Legge n. 2/79 del 28 febbraio 1979 sui reati contro la sicurezza del popolo e dello Stato popolare, legge che ristabilì la pena di morte abolita in Portogallo e nelle sue colonie fin dal 1867. La punizione massima non era peraltro applicata sempre secondo le regole, e in special modo quando si trattava di eliminare i dissidenti del Frelimo. Un esempio al riguardo fu il caso di Lazaro Nkavandame, Joana Simaiao e Uria Simango, tutti eliminati durante la loro detenzione nel 1983 e la cui sorte fu tenuta segreta finché il Partito non mise una croce sul marxismo-leninismo. Come se non bastasse, quello stesso anno fu segnato sul piano giuridico dalla chiusura della facoltà di Giurisprudenza “Eduardo Mondlane”, a Maputo, chiusura che il governo motivò dicendo che l’istituto non preparava i giuristi a difendere gli interessi del popolo, ma unicamente quelli degli sfruttatori. Perduta presto ogni illusione, l’intellighenzia assunse altrettanto rapidamente una posizione sì disincantata, ma tinta di un certo servilismo nei confronti della Associaçao dos escritores moçambicanos, limitando al privato gli iconoclasti paragoni tra KGB, CIA e SNASP. Più rari furono coloro che, come il poeta Jorge Viegas, pagarono la dissidenza con l’ospedale psichiatrico e con l’esilio.

L’irrigidimento politico era simmetrico, secondo una logica già sperimentata agli esordi della Russia sovietica, a un’apertura economica. Probabilmente quest’ultima non aveva motivo di manifestarsi nei confronti dello straniero: gli investimenti occidentali furono sempre ben accetti, come si conveniva a un paese a “orientamento socialista” al quale l’URSS aveva rifiutato l’ingresso nel Comecon. Il IV Congresso (1983) puntò l’attenzione soprattutto sulla popolazione rurale, imponendo una battuta d’arresto a una politica di collettivizzazione dagli effetti disastrosi. In occasione di una delle denunce che tanto amava, Samora Machel si espresse con estrema franchezza: “Non dimentichiamo che il nostro paese è costituito innanzi tutto da contadini. Parliamo in continuazione di classe operaia e releghiamo in secondo piano la maggior parte della popolazione”. Ogni capanna incendiata dalle milizie governative agli ordini (del tutto teorici) dei gerarchi preoccupati delle quote di “villaggizzazione” andava automaticamente a rafforzare la Renamo. Oltre a tutto ciò, la destrutturazione dei sistemi di coltura, la degradazione dei termini di scambio di beni di consumo con colture alimentari e la disorganizzazione del commercio contribuivano a un peggioramento delle difficoltà alimentari.

Non sembra che l’arma della carestia sia stata utilizzata in modo sistematico né dalle autorità né dalla Renamo. Tuttavia, il controllo dell’aiuto alimentare costituì per il Frelimo un fattore essenziale di successo per il raggruppamento delle popolazioni che le due parti si disputavano. In realtà, la concentrazione improduttiva di agricoltori, messi in seguito nell’impossibilità di raggiungere le loro terre, avrebbe portato di per sé a nuovi problemi alimentari. Secondo la Human Rights Watch, l’insufficienza delle razioni di cibo complessivamente disponibili durante il periodo 1975-1985 fu la causa di un numero di morti superiore a quelli attribuibili alla violenza armata. La valutazione è confermata dall’UNICEF che stima in 600.000 il numero delle vittime della carestia durante il decennio considerato e che non esita ad azzardare il confronto con l’Etiopia. L’aiuto internazionale ebbe una grande incidenza nella sopravvivenza delle popolazioni che soffrivano la carestia. Nel gennaio del 1987 l’ambasciatore degli Stati Uniti a Maputo inviò al Dipartimento di Stato un rapporto in cui si dichiarava che 3 milioni e 500.000 mozambicani rischiavano di morire di fame: ottenne così l’intervento immediato di Washington e delle organizzazioni internazionali interessate. Nonostante ciò, le zone più isolate ed esposte ai rischi climatici furono vittime di carestie molto cruente e di un’ampiezza difficilmente stimabile, come avvenne nella regione di Memba, dove, secondo le organizzazioni umanitarie, 8.000 persone morirono di fame nella primavera del 1989. invece, nelle zone foraggiate dalla solidarietà straniera, le leggi del mercato ripresero rapidamente il loro posto. Almeno questo è quanto diceva un rapporto del 1991 della Comunità Europea, secondo il quale solo il 25 per cento dell’aiuto alimentare veniva venduto al prezzo convenuto, poiché il 75 per cento restava nelle mani dell’apparato politico-amministrativo che, dopo il prelievo di rigore, ne negoziava il sovrappiù sul mercato nero. L’homen novo che Samora Machel e i suoi si apprestavano a costruire era effettivamente “…il prodotto profondamente patologico del compromesso che, nel soggetto individuale, è vissuto come disonore, menzogna, follia schizofrenica. Egli vuole vivere, ma per farlo deve dividersi, deve condurre una vita nascosta e vera e una vita pubblica e falsa, deve volere la seconda per proteggere la prima, mentire senza tregua per serbare da qualche parte un angolo di verità.”.

Il crollo subitaneo dei partiti-Stato all’Est ha portato, in modo del tutto naturale, a prestare maggiore attenzione ai punti deboli di questi e a porre l’accento sulla resistenza delle società civili. Anche se durante i quindici anni presi in considerazione la caratterizzazione pubblica del comunismo africano come “legittimazione politica moderna” avrebbe potuto avere conseguenze dolorose per un universitario autoctono, si tratta di una percezione che mantiene pur sempre la sua capacità esplicativa. La brevità dell’esperienza africana, abbinata alla percezione dominante di un’Africa per definizione votata alla violenza a causa della sua stessa africanità, potrebbe indurci a sfumare – nonostante le precauzioni iniziali – i contorni del nostro argomento. Per resistere alla tentazione non è forse inutile rovesciare la prospettiva. Se è vero che la specificità della violenza osservata negli Stati a obbedienza marxista-leninista risulta sfumata in un continente caratterizzato dal partito unico, i massacri dei civili e la carestia non saranno forse dovuti, come scriveva Mbembe, al fatto che, sebbene le regioni africane “siano state colonizzate e condotte all’indipendenza dalle potenze occidentali, sono in definitiva i regimi di tipo sovietico che sono serviti loro da modello”, dal momento che gli sforzi di democratizzazione non hanno “modificato la natura profondamente leninista degli Stati africani”?
(da Crimini Comunisti Mozambico)

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