Ricordare…

172 – Quando bevi acqua, ricordati della fonte

Vi è stato un tempo in cui la politica, in Italia, ha avuto i caratteri dell’incubo. Quest’epoca di ferro non è durata poi molto, se si va a vedere. Dieci anni: fra il 1946 e il 1956; fra elezioni per la Costituente e i fatti d’Ungheria. Ma poco prima, dalle nostre parti, si erano consumate storie rosso sangue, stragi disumane, Portula, Schio. E, oltrecortina, il terrore dei Gulag ha cambiato per sempre il volto dei paesi dell’Est.

Qualcuno ha tentato, dopo il crollo del comunismo mondiale, con la democratizzazione e la decisione di liberarsi degli stereotipi del marxismo, di far luce su tutti quegli episodi che hanno sconvolto il mondo. Su crimini e misfatti stava calando definitivamente il sipario. Ma quando si comincia a fare i conti con la propria storia è molto difficile fermarsi a metà. E così, mentre nel mondo si continua a discutere chi fu in realtà Giuseppe Djiugasvili, detto Stalin, se quel magnifico georgiano di cui parlò Lenin o il tiranno sterminatore di contadini bollato come il grande criminale, un lucido stratega o un piccolo uomo precipitato nella vertigine della Storia, lo statista che seppe strappare la Russia alla sua condizione o la causa prima di tutti i mali che affliggono ancora oggi l’Est europeo, ho letto scrupolosamente, appassionatamente il testo dei giornalisti Armando De Simone e Vincenzo Nardiello che si intitola ‘Appunti per un libro nero del comunismo italiano’ (Controcorrente, pagg. 317, lire 30.000).

Uno squarcio che si riapre su un’epoca buia. Per non dimenticare quelli che vengono considerati gli errori di Togliatti e di quanti altri come lui sono stati giovani comunisti stalinisti. Già, nell’Unione Sovietica era stato costruito il migliore dei mondi possibili. Sull’Unità era impossibile leggere una critica piccola, piccolissima al Paese del socialismo. A Mosca tutto era perfetto. Eppure, si sapeva tutto, dei Gulag e di quanto altro ha combinato Stalin. E quando ci si trovava di fronte alla linguistica di Stalin, i comunisti italiani parlavano con vaghezza di infallibilità.

Nonostante il ‘Ritorno dall’URSS’ di André Gide era stato scritto. Così come ‘Buio a mezzogiorno’ di Koestler era stato anche tradotto, letto e discusso abbondantemente.Ma probabilmente non furono compresi.

Poi, la svolta di quanti hanno riformulato il loro rapporto con il comunismo e con lo stalinismo e sono andati avanti per la loro strada, dentro o fuori il PCI, ed oggi non si danno pace. Tormentati da ombre e fantasmi.

Ripercorrere una parte della storia del PCI attraverso ricerche storiografiche e documenti e valutarne gli esiti è stata senz’altro una esperienza irripetibile per gli autori di questo saggio ricco di spunti critici. Pagine da leggere voracemente, dall’intervista allo storico Stéphane Courtois, già noto per aver dato alle stampe il ‘Libro nero del comunismo’, agli eccidi dopo il 25 aprile, la strage di Portula e le vicende di “Gemisto”, ovvero Francesco Moranino, raccontate da Giorgio Bocca nella sua ‘Storia dell’Italia partigiana’ che, “dopo aver trascorso, dal 1941 al 1943, tre anni in carcere a Civitavecchia insieme a comunisti ‘storici’ come Pesenti e Scoccimarro per una condanna a dodici anni, fu liberato, tornò in Piemonte, divenne partigiano e scelse il nomignolo di ‘Gemisto'”. E che divenne deputato, a ventisei anni, nel 1946, nell’assemblea costituente. “Un caso esemplare della storia comunista in questo Paese. Il PCI, per salvare un proprio deputato, nominato sottosegretario alla Guerra, che si era macchiato di svariati omicidi durante la guerra partigiana ai danni d’altri partigiani ‘bianchi’, e per il quale la Camera aveva autorizzato l’arresto, prima lo fece scappare in Cecoslovacchia, dove esercitò l’incarico di commissario politico del PCI, poi, al momento dell’elezione di Saragat a presidente della Repubblica, contrattò i propri voti con la concessione della grazia presidenziale al fuggiasco”.

Il caso Moranino è raccontato con dovizia di particolari proprio come la strage del ’45 nella prigione di Schio, ove un gruppo di ex partigiani uccise 53 detenuti accusati di collaborazione con i fascisti. Un altro eccidio dimenticato. O le gesta della Volante Rossa, quel gruppo che, “nell’immediato dopoguerra a Milano, eseguì decine di ‘condanne a morte'”. Oppure, in perfetto stile staliniano, il Gulag all’italiana, la “Cartiera” di Mignagola di Carbonera, in provincia di Treviso, “una piccola ‘Auschwitz’… un campo di sterminio per fascisti o presunti tali, contro i quali un gruppetto di partigiani comunisti si accanì con una ferocia e una crudeltà raccapricciante: processi farsa, torture da enciclopedia delle perversioni, violenze d’ogni tipo, assassini ispirati dal più degradato sadismo, forni crematori, corpi straziati, buttati nel fiume, sciolti nell’acido o arsi nei forni della cartiera”.

Nel libro è riportato il racconto del senatore Antonio Serena, autore de “[key-4] I giorni di Caino”, che parla di Villa Dal Vesco, la “Villa degli orrori”, dove “tutti i documenti dei prigionieri erano preventivamente distrutti dal ‘tribunale del Popolo'”. “Ad un prigioniero poliomielitico, prima di essere abbattuto a fucilate, fu imposto di arrampicarsi su di un mucchio di carbone”. Poi, il delitto di Malga Bala, la strage del Monte Manfrei, in Liguria, “Quando i comunisti ammazzavano i sacerdoti”, la questione di Trieste negli anni ’43-’45, I morti di via Medina, a Napoli, e la preparazione del colpo di Stato, che prevedeva “la costruzione di campi di concentramento regionali per gli oppositori”.

Su quelle vittime, ancora oggi vi è un silenzio tombale, un oblio mortificante. Nella seconda parte, c’è una accurata analisi di quella che fu definita la “Gladio Rossa”, l’esercito clandestino del PCI, un apparato paramilitare. Poi, la persecuzione subita dai comunisti italiani in Unione Sovietica e “i benefici finanziari ottenuti dall’URSS grazie all’azione del PCI ai danni dell’Italia”.

Nella quarta parte, il dossier Mitrokhin, storia di “spioni” del Bel Paese al soldo sovietico. I giornali, soprattutto quelli di opposizione al centrosinistra a guida PDS, ne hanno parlato a lungo. “Divulgato in Italia nel mese di settembre ’99 come l”apertura degli archivi segreti del Kgb’, il rapporto consta di una serie di schede trascritte dall’archivista Vassilij Mitrokhin, definito dagli agenti inglesi come ‘ex agente del Kgb attendibile ma parzialmente informato'”.Seicentoquarantacinque pagine ricavate dagli appunti dell’ex funzionario della Lubianka con tutte le spie italiane nella rete rossa del Kgb, nomi e date della storia del nostro Paese dal dopoguerra al 1984.

Sino alla sesta parte del libro, tra interviste ed interventi sull’argomento che il tempo, incredibilmente, sembra aver cancellato. E’ terribile infatti pensare che queste storie lontane oggi non interessano nessuno. E il motivo è da ricercare anche nel comportamento dei funzionari del PCI alla fine degli anni Ottanta. Nell’89, a 68 anni dalla scissione di Livorno, il partito fondato nel 1921 da Gramsci e Bordiga, la forza politica che di lì a poco si chiamerà PDS, voleva chiudere al più presto possibile le polemiche sul comunismo, reale o nuovo, e sancire, con l’adesione all’Internazionale socialista, la sua collocazione nella sinistra democratica e riformista. Tuttavia, grazie anche a testi come “Appunti per un libro nero del comunismo italiano”, il sangue della storia non è asciugato in fretta e, citando Goethe, è facile dire che l’altezza della quercia si misura quando è caduta. Da una parte quindi c’è stato il continuismo minoritario di quanti non se la sentono di riconoscere il fallimento storico del comunismo ed hanno coltivato l’illusione di salvare il salvabile temendo al tempo stesso che il PCI, rinunciando alla specificità che storicamente ha contraddistinto i comunisti dalle altre forze di sinistra, era destinato a perdere la propria ragion d’essere. Dall’altra invece c’è stato un continuismo di segno opposto, che ha trovato largo credito nel nuovo gruppo dirigente, secondo cui il partito di Gramsci e di Togliatti sarebbe stato fin dall’inizio sostanzialmente diverso dai suoi confratelli e pertanto, attestandosi successivamente su posizioni socialiste e riformiste non avrebbe fatto altro che sviluppare la sua vocazione originaria. L’ondata di piena che ha travolto argini che sembravano indistruttibili non poteva essere ignorata dal PCI.

Achille Occhetto, di fronte alla catastrofe, al crollo del comunismo sovietico e del suo simbolo, il Muro di Berlino, annunciò nuove proposte e nuovi progetti. Il PCI cambiò nome, lasciando però invariata la sostanza del suo modo di essere. Il vecchio nome rappresentava la memoria di sé, una memoria che non poteva essere cancellata.Come i crimini dopo il 25 aprile. Ma l’essere comunisti allora, in quegli angosciosi e lunghissimi anni, era cosa incomparabilmente diversa dall’essere comunisti oggi, o dall’esserlo stati ieri, ai tempi di Cuba e del Vietnam. L’essere comunisti allora significava credere in modo assoluto nella innegabile grandezza di Stalin e nella intelligenza infallibile di Togliatti, che adesso qualcuno vorrebbe dimenticare, magari rifacendosi al tavolo da gioco.

Ora i compagni che sino a ieri l’altro alloggiavano in via delle Botteghe oscure passano le giornate ad odiare il loro passato, pensando a cose simmetricamente opposte a quelle che hanno pensato allora. Con la stessa fermezza di un tempo. E sono tutti in prima fila, tutti in cattedra di anticomunismo. Niente da stupirsi, di fronte a questo exploit del trasformismo italico. Ci hanno ripensato, ed ora citano Torquato Tasso: “Ché nel mondo mutabile e leggero, costanza è spesso il variar pensiero”. Li ritroviamo tutti nei posti di comando, nei giornali e nelle televisioni, storici, filosofi, giornalisti, musicisti di lunga e salda fede comunista, obbedienti alla ragion di partito comunista mentre ci spiegano con un bell’impeto da facce di piperno che Stalin era cattivo, che l’URSS era l’ultimo impero coloniale da abbattere.

Hanno trasformato, con gelida raffinatezza, in una ragione di vita la specialità a non vedere mai il mondo come è, ma a stravederlo sempre in funzione di una chiesa.

Sosteneva un vecchio proverbio cinese: “Quando bevi acqua, ricordati della fonte”. I comunisti italiani lo hanno forse dimenticato.(da Quell’oblio mortificante sulle stragi rosse di Fabio Ranucci)

Consiglio di leggere: “Gli archivi segreti di Mosca”.

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