Ricordare…

020 – L’omicidio dell’ing. Boari

E, a proposito dell'”atmosfera” emiliana, vale la pena di ricordare anche il processo iniziato avanti la Corte di Assise di Ferrara nel 1951 a carico di novantatré imputati, di cui otto dovevano rispondere di avere cagionato, con crudeltà e sevizie, in Malborghetto di Ferrara, il 4 giugno 1949, la morte dell’ingegnere Eden Boari.

E un episodio agghiacciante.

Il povero ingegnere, che aveva il solo torto di essere il proprietario di un piccolo podere, fu linciato perché era andato a lavorare in un giorno di sciopero generale: fu massacrato da una torma urlante con sassi, pietre e corpi contundenti.

Alla difesa sedevano i maggiori avvocati comunisti dell’epoca, che sostenevano che agli imputati spettavano addirittura tre attenuanti.
La prima consisteva, secondo la difesa, nell’avere agito addirittura “per particolari motivi di valore morale o sociale“; la seconda, “per avere agito in stato di ira determinato da un fatto ingiusto altrui” (insomma era ingiusto e offensivo che il proprietario raccogliesse personalmente i frutti degli alberi che crescevano sul suo terreno); la terza consisteva nell'”avere agito per la suggestione di una folla in tumulto“.
E, invece, la folla in tumulto era quella che si assiepava nell’aula invocando addirittura l’assoluzione degli imputati.

A proposito di questo processo, voglio ricordare un episodio.

Al povero Boari era stato, nel corso della aggressione, culminata col suo massacro, sottratto anche l’orologio.
L’avvocato Carlo Alberto Perroux, patrono di parte civile, prese la parola e cominciò ad occuparsi della sottrazione dell’orologio, dolendosi del fatto che agli imputati non fosse stato contestato il reato di rapina.
Era un intervento provocatorio, e Perroux lo sapeva.
Il Presidente Bosi lo interruppe una prima volta, invitandolo a occuparsi, appunto, dell’omicidio, ma poiché Perroux insisteva ad occuparsi dell’orologio del rapinato, gli disse testualmente: “Ma, avvocato, si ricordi che stiamo discutendo un grave processo per omicidio: è di questo che deve occuparsi“.
A questa frase Perroux, che aveva recitato la parte dell’agente provocatore, rispose testualmente: “Lo so, è vero, ma se non li condannate anche per rapina, come faranno a diventare senatori?“.

A questo punto scoppiò un autentico tumulto: un tale caos da costringere il Presidente a rinviare di mesi il processo che vedeva imputati dei partigiani comunisti.

Comunque gli imputati furono alfine condannati, con sentenza in data 9 febbraio 1952, a pene varianti da dieci a venti anni per l’omicidio, poi ridotte a livelli irrisori dai vari condoni, in quanto si trattava di delitti comuni, ma commessi, anche in parte — così si scriveva in sentenza — per motivi politici.

E forse anche per questo che la politica non è popolare in Italia.

(avv. Odoardo Ascari)

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