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53 – Tedeschi nei campi Polacchi

«Il 3 maggio, quando la regione di Teschen fu abbandonata dall’esercito tedesco, i coniugi Faricek convennero che il loro soggiorno nella città, dove erano sfollati nel febbraio, era divenuto del tutto superfluo e che il meglio che potessero fare era di tornarsene a Pless, loro città natale. […] Non andarono oltre. Sulla strada incapparono in un posto di blocco della milizia polacca e dovettero presentare i documenti e poiché da questi risultava che erano cittadini tedeschi, due guardie intimarono loro di seguirli e li portarono alla sede del loro comando. […] Non era escluso che fossero anche dei ‘criminali nazionalsocialisti’. Li arrestò e l’indomani li consegnò alla Bespieka di Bielitz. […] Pensava a suo marito e quasi non lo riconobbe quando se lo vide davanti, tant’era paonazzo in viso per le percosse ricevute. Ebbe il tempo di dirle che così l’avevano conciato perché volevano che dichiarasse di essere stato membro del partito nazionalsocialista e scomparve con gli altri uomini diretto al fabbricato vicino, dove lo rinchiusero nel sotterraneo lì adibito a prigione. […] Tutto quanto poté apprendere era che nel sotterraneo c’erano uomini che per i maltrattamenti subiti non erano più in grado di muoversi. Trascorsero mesi e, un giorno, lei non era più prigioniera, un soldato tedesco d’origine polacca, miracolosamente riabilitato e rimesso in libertà, le fece sapere che, al terzo giorno di prigionia, a suo marito, per non aver voluto ammettere di essere nazionalsocialista gli avevano spaccato tutti i denti e poi lo avevano strozzato.» (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.180-181)

«Fatale tutta la faccenda lo fu invece per Max Haller, il quarantacinquenne gestore dell’albergo della stazione di Tillowitz. L’avevano già accusato di essere stato nelle SS e ora gli ribadivano l’accusa che lui respingeva come aveva fatto a Tillowitz. Un colloquio tra sordi che si trascinò per un po’ finché l’oste fu spinto in un camerino accanto all’ufficio, assieme al Proll di Schurgast, e otto miliziani li seguirono e riempirono tutti e due di botte. Ma più quelli picchiavano e più loro negavano di essere stati nelle SS, finché Haller, non sapendo più a cosa votarsi, li pregò di andare a informarsi presso tutti i suoi compaesani e le guardie, consenzienti, li portarono fuori. Avevano i vestiti strappati e in alcune parti si poteva vedere il corpo nudo e tutte queste parti nude sanguinavano. Haller s’illuse: non lo fecero passare davanti ai suoi compaesani, ma piegarono dietro l’angolo dell’ufficio e lì lo fucilarono. A controllo ultimato i vecchi furono raggruppati in una baracca dove avrebbero ricevuto così poco da mangiare da poter morire in pochi giorni, le donne ed i bambini in altre e così pure le ragazze.»

«Si avviò ognuno al posto assegnato con in mano un pezzo di stoffa con una grande ‘W’, che voleva dire Wiezien, prigioniero, da cucire sulla giacca e con questo si chiuse il primo giorno d’internamento. […] Fece bene, perché i miliziani il numero lo dicevano una sola volta e la seconda e tutte le successive volte picchiavano senza pietà tutti quelli che sbagliavano nel ripeterlo. Quel mattino tre suoi compagni per questo persero la vita: stramazzarono al suolo ed i guardiani li trascinarono per i piedi sin dietro le baracche delle donne. Toccò a lui, assegnato con altri sei alla squadra becchini, andare a raccoglierli. Giacevano nell’erba, il primo con la testa così spaccata che di essa restava solo la mascella inferiore, mentre cervello ed ossa erano sparsi di qua e di là, il secondo ed il terzo non erano che resti carbonizzati, bruciati nei vestiti che indossavano. Da quel giorno Johann Thill divenne l’involontario cronista dell’anno di esistenza del Lager. Vide i suoi connazionali crollare per le estenuanti fatiche e per le scarse razioni che nelle festività non venivano neppure distribuite; seppellì i vecchi e gli invalidi ed i bimbi spesso divorati dai pidocchi e dalle cimici, raccolse i corpi dei fucilati e dei torturati. Anche quello di Johann Lein, il suo conoscente di Bauerngrund.» (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.182-183)

«Si formò in tal modo, dopo i colpiti dalle deportazioni e dal lavoro coatto sovietici e dopo i colpiti per nazionalsocialismo o per tradimento, una terza serie, la serie dei depauperati, una sorta di sottoproletariato disponibile per ogni incombenza. La Milizia la mobilitò in massa, prelevandola a seconda delle necessità e dove capitava: nei quartieri che abitava, per le strade dove passava, nei villaggi dove viveva, agli ingressi delle chiese, nei giorni di funzione, quando urgeva. La portava a demolire fabbricati, a sgombrare macerie, a riesumare e seppellire cadaveri; se ne serviva per riattivare settori industriali e fornire braccia all’agricoltura e, a lavori ultimati, lasciava che se ne tornasse ai propri luoghi, indebolita e malata per l’insufficiente vettovagliamento ricevuto e senza mezzi per poter procurarsi qualcosa per sostentarsi. […] Finirono, in altri termini, dietro il filo spinato, in Lager che di cambiato non avevano che il nome e la nazionalità dei sorveglianti e dove, per il resto, sembrava che il tempo si fosse fermato ad un recente passato, cosicché chi vi capitò, rivisse quello che altri vi avevano vissuto: appelli, maltrattamenti, lavoro, fame, malattie, morte. […]

Renate Schulze arrivò al Lager di Potulice il 30 marzo 1946. Portava con sé i segni e le esperienze di un anno di prigionia e l’immagine ed il ricordo dei luoghi da dove era dovuta passare. Prigioniera l’avevano fatta i sovietici durante la fuga nel gennaio del 1945 e l’avevano rinchiusa a Crone sulla Brahe, nel circondario di Bromberg, a spidocchiare e ripulire, per tutto l’inverno, stracci e coperte e a liberare degli escrementi i luoghi che quelli, poco usi ai gabinetti o scientemente, imbrattavano. […] Due miliziani l’afferrarono e la condussero nel sotterraneo della prigione, in una delle cellette, senza finestre ed aerazione, un tempo adibite per i peggiori criminali, e le ordinarono di spogliarsi. Sorpresa ed imbarazzata, quel giorno aveva le sue regole e perdeva sangue, cercò di tergiversare, ma un paio di sonori schiaffi le fecero capire che bisognava obbedire. Lo fece tra pianti e colpi di manganello e di calcio di fucile e quando restò nuda perdette pure i sensi: i miliziani le gettarono addosso un secchio d’acqua e se ne andarono e quando lei rinvenne si accorse che le mancavano alcuni denti. Al terzo giorno tornarono, non per darle da mangiare, ma per bastonarla ancora. […] La tirarono fuori cinque giorni dopo con il divieto di riferire cosa era stato di lei e la rimisero a lavorare, fino a quando, ridotta inabile alle fatiche, la spedirono nel Lager di Langenau. Langenau sembrava un porto di mare. La Schulze vi trovò internati civili e prigionieri di guerra tedeschi e prigionieri di guerra stranieri che avevano servito nelle forze armate del Reich e perfino polacchi dell’armata di Anders venuti dall’Occidente in licenza al loro pese. Incontrò tedeschi nati e vissuti in quei luoghi in comunità coi polacchi e tedeschi nati, come lei, all’estero e ancora tedeschi del Reich, bloccati da quelle parti dagli eventi bellici. Vide pure arrivare gli internati di Kaltwasser e poi quelli di Hohensalza, questi ultimi ancora traumatizzati dai metodi di Wladislaw Dopierala, il ‘terrore del Lager’, che usava far distendere i colpevoli di mancanze o persone scelte a caso in bare disposte in fila e, lì, fulminarle con un proiettile alla testa. […] Un saggio di questa lo ebbe già poco dopo il suo arrivo, il giorno in cui Heinrich Fischer e Willy Kalle, tenuti lì come prigionieri di guerra, avevano tentato la fuga. Lontano i due non erano riusciti ad andare; ad alcuni chilometri dal Lager la Milizia li aveva catturati e ricondotti indietro giusto al momento in cui gli internati erano schierati in cortile. Arrivarono trascinati come sacchi e i radunati si videro davanti due esseri che più nulla avevano dei due robusti giovanotti che tutti conoscevano, ma non ebbero il tempo di commuoversi perché furono sopraffatti da quello che seguì. Uno dei due miliziani estrasse la baionetta e colpì Fischer alla nuca e poi sommersero lui e Kalle di manganellate e di colpi di fucile e per ultimo li trascinarono ai cessi e li costrinsero a vuotarli con dei recipienti piccolissimi. Il sangue colava a Fischer e a Kalle ed il loro corpo era irrigidito dalle bastonate, per cui facevano fatica a portar via, con quegli aggeggi, il luridume senza versarlo e poiché facilmente sporcavano, ogni volta erano costretti a leccarlo o a distendervisi sopra, finché i miliziani si stancarono e i due rimasero inanimati per terra. Fischer morì qualche settimana dopo, Kalle fu portato via con un trasporto e di lui né la Schulze né altri ebbero più notizia.» (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.184-186)

«In un rapporto al Foreign Office R.W.F. Bashford, nell’estate 1945, comunicava da Berlino: ‘I campi di concentramento non sono stati aboliti, ma sono stati presi in consegna dai nuovi padroni e vengono per lo più diretti dalla Milizia polacca. In Swietnochlowice (Alta Slesia) i prigionieri che non muoiono di fame o non vengono bastonati a morte son costretti a stare notte dopo notte nell’acqua gelida finché periscono. A Breslavia ci sono sotterranei da dove provengono di giorno e di notte le urla delle vittime’. L’argomento é pure trattato in un rapporto al Senato americano (28 agosto 1945). In esso vengono citati diversi casi di violenza e viene confermato pure che a Breslavia la Milizia polacca infierisce sui detenuti nelle proprie carceri sotterranee, tanto che gli abitanti delle case circostanti vogliono traslocare, non potendo più sopportare le grida delle vittime (cfr. Zayas, Alfred M. De, Die Anglo-Americaner und die Vertreibung der Deutschen, Monaco, dtv, 1980).» (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.187)

«L’internata suor Maria Saroviz fece un giro attraverso il complesso di baracche destinate alle mamme nuove arrivate coi loro bimbi e, giunta alla baracca d’angolo, sentì, provenire dall’interno, sommesse grida accompagnate da pianti e da gemiti. Sorpresa, e allo stesso tempo curiosa, spinse la porta; il tanfo che la investì la fece retrocedere istintivamente, riuscì però a vincere il senso di repulsione che provava ed entrò. Sepolte nella paglia e nella sporcizia giacevano una quarantina di vecchiette pelle e ossa, irriconoscibili, quasi senza più sembianze umane che, al vederla, accentuarono i loro lamenti. Le guardò con aria inebetita e non seppe che dire e che fare; richiuse adagio la porta e si allontanò in fretta. Ci ritornò l’indomani, dopo il giro di distribuzione alle mamme dei buoni per la razione di brodaglia, per stabilire quante porzioni potevano occorrere per quelle poverette; trovò la porta spalancata e l’interno vuoto, salvo, sparsi qua e là, qualche straccio d’indumento e oggetti insignificanti. Fuggì inseguita dall’orribile sospetto che le era balenato a quella vista e arrivò, pallida e ansante, nella cucina del Lager. La videro le donne indaffarate ai paioli entrare e accasciarsi su una sedia e, spaventate e allarmate, le si fecero attorno, ma lei non ebbe il tempo di spiegare perché la miliziana di servizio, intuendo che cose le era capitato, la prevenne commentando seccamente: ‘Che cosa c’è di male se si liquidano questi vecchi tedeschi puzzolenti. Non c’è posto disponibile e non c’è da mangiare, meglio dunque farli sparire. Tutte quelle persone sono state fucilate stanotte’.» (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.188)

«Accadeva dopo mezzanotte: le donne, che nulla sospettavano, venivano svegliate e fatte uscire dalla baracca e condotte nel bosco che si trovava subito dietro il Lager. Là c’erano ancora molte trincee di approccio ai bordi delle quali le donne dovevano schierarsi e spogliarsi completamente e, quando erano pronte, ad un ordine partivano le raffiche delle mitragliatrici piazzate ai lati e quelle cadevano nei camminamenti. Era quindi la volta di farsi avanti della squadra spalatori, essa pure prelevata dalle baracche per riempire le fosse di terra. Il lavoro andava rapido senza badare a gemiti che da quelle fosse provenivano, ché non tutte erano morte, ed al mattino ogni traccia dell’accaduto notturno era scomparsa. […] Nel Lager dunque non doveva esserci posto per i vecchi e nemmeno per i bambini ed i fanciulli, dato che quelli dai quattro ai quattordici anni erano quasi ovunque assenti. […] A Potulice si erano accontentati del rombo dei motori in avviamento; i camion erano partiti e da quel momento i fanciulli erano entrati nell’avventura che da piccoli tedeschi avrebbero dovuto trasformarli in adulti polacchi. Le madri li videro allontanarsi senza sapere dove andavano e perché andavano; non necessitava che lo sapessero poiché anche i loro figli, come ogni cosa tedesca, animata ed inanimata, apparteneva allo Stato polacco. Alcune, tuttavia, sarebbero riuscite a rintracciarli, altre, invece, ne persero le tracce. […] Il tempo trascorse, i Lager si sfollavano, gli internati venivano espulsi dal paese.» (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.189)

«Nel 1950 e nel 1951 gli ultimi prigionieri lasciarono i campi ancora aperti. August Rosner poteva essere considerato la sintesi delle sofferenze dei suoi connazionali in quella parte d’Europa. La sua storia iniziò il giorno della grande offensiva sovietica e si concluse nell’anno 1950 in una cittadina dell’Assia. ‘… In quel giorno del 19 gennaio 1945, dunque, i sovietici mi arrestarono e mentre mia moglie e mia figlia, senza più i miei nipotini, si allontanavano sulla strada per Penczniew, mi condussero nel carcere di Schroda. […] Dopo cinque settimane fummo trasferiti a Kalisch e aggregati ad altri tedeschi, molti dei quali versavano in condizioni assai pietose, e in circa 2.000 finimmo al Lager di Posen. Eravamo ora in 4.000, amministrati dai sovietici, ma strettamente sorvegliati da polacchi e per molti il destino si concluse qui davanti al plotone d’esecuzione. La nostra prossima destinazione doveva essere l’Unione Sovietica per cui, motivi ne avevo, mi diedi ammalato e la dottoressa della Commissione sanitaria che mi visitò mi dichiarò, con altre 174 persone, inidoneo ad essere trasportato e così mi fu risparmiata la deportazione. […] Ci impacchettarono e ci portarono a Schroda per farci vivere, ci dissero, per la prima volta ‘una accoglienza tedesca’; la provammo quando ci costrinsero a salire le scale della prigione sotto una gragnuola di colpi di bastone. […] Ci davano poco da mangiare e moltissime botte. Soprattutto il polacco Darlinski, che ci odiava, ci maltrattava volentieri e, quando a tre prigionieri riuscì di fuggire, impose a tutti la divisa del galeotto e la rapatura dei capelli anche alle donne e alle ragazze. Non mancavano del resto le occasioni per tormentarci e anche da noi, come in altri luoghi, i prigionieri dovettero riesumare morti (qui erano partigiani polacchi fucilati nel 1939 e seppelliti nel terrapieno della ferrovia) e baciarne le ossa per la gioia dei fotografi di Schroda. Era ormai il giugno del 1949 quando fui trasferito nel grande Lager di Lissa, dove ancora si trovavano un 4.000 prigionieri in attesa di essere rilasciati’.» (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.228-229)

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