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54 – Tedeschi nei campi Cecoslovacchi

Il ministro e deputato britannico R.R. Stokes, in una lettera al ‘Manchester Guardian’ dell’ottobre 1945, riferisce quanto egli vide e accertò:

«Ho tentato di trovare alcuni di questi campi di concentramento (della cui esistenza ho saputo qualche mese fa) e ho avuto la fortuna di scoprirne uno a Hagibor, presso Praga… Le baracche erano tipiche di un Lager, con tre letti disposti a castello, senza la più primitiva comodità e con servizi sanitari orrendi. Vi trovai ogni sorta di persone: alcune erano là solo da pochi giorni, altre da mesi e nessuno con cui parlai aveva la benché minima idea del motivo per cui era stato internato. Una signora settantaduenne, da 55 anni residente a Praga, vi si trovava da due settimane per il solo motivo di essere austriaca. C’era pure un settantenne professore d’arte drammatica di Belgrado, con la moglie, quasi del tutto cieco. Aveva lasciato la Russia nel 1911 e da allora viveva in Yugoslavia. Recatosi a Vienna per consultare uno specialista, era stato arrestato dai nazisti perché jugoslavo. Il giorno della Liberazione i cechi lo incarcerarono, probabilmente perché russo ‘bianco’.

Poi vidi una signora settantacinquenne, vedova di un ammiraglio zarista, il cui solo desiderio era di raggiungere la figlia nel Tirolo. Si trovava lì da alcuni mesi e veniva nutrita a pane e acqua… In Cecoslovacchia si trovano 51 Lager del genere, nei quali migliaia di persone vegetano e fanno fame: e se dico fanno fame lo intendo letteralmente! Ho davanti a me la razione settimanale di questo Lager; ogni giorno é la medesima: colazione – caffè nero e pane; pranzo – zuppa di verdure; cena – caffè nero e pane. La razione giornaliera di pane é di 250 g. a persona… 250 g. di pane e caffè nero non possono tenere assieme corpo e anima e neppure consentire di muoversi. Secondo la mia valutazione le loro razioni forniscono giornalmente 750 calorie, inferiori dunque a quelle di Bergen-Belsen [il Lager nazista liberato dagli inglesi, N.d.A.]». (Dokumente zur Austreibung der Sudeten Deutschen, cit.). (da ‘E malediranno l’ora in cui partorirono’, pag.213)

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