Ricordare…

131a – Il Vietnam reale

Una lapide per un assassino.
Milano, via Pasubio, angolo via Maroncelli

(da Effetto domino, dal Vietnam all’Iraq di Stefano Magni)

Al di là delle lenti ideologiche impiegate da analisti e commentatori americani durante la Guerra del Vietnam, la realtà era ben diversa. Il Vietnam del Nord non era una “mela marcia” pronta a contagiare tutto il resto del barile, né il primo tassello di un effetto domino, pronto a travolgere tutti gli Stati confinanti, né tantomeno un buon esempio”che i vicini avrebbero voluto seguire per ottenere l’indipendenza.

Il Vietnam del Nord era prima di tutto un regime dittatoriale che si era affermato con la violenza sulla sua stessa popolazione. Il regime di Hanoi, non solo non fu mai scelto liberamente dalla popolazione, ma si impose con una serie di purghe ai danni dei membri delle forze politiche non comuniste, poi nelle stesse file comuniste ai danni dei membri meno allineati alla classe dirigente di Ho Chi Minh e infine di tutta quella popolazione che era considerata nemica per motivi puramente classisti. La prima purga avvenne fra il 1945 e il 1947, quando furono eliminati gli indipendentisti non comunisti e, dalle stesse file dei comunisti, furono epurati gli elementi trotzkisti. In quegli anni, nelle aree controllate dai comunisti, venticinquemila dissidenti furono incarcerati e cinquemila eliminati fisicamente  (‘Stati assassini, la violenza omicida dei governi’, di Rummel). La violenza peggiore scatenata dai comunisti nordvietnamiti, comunque, si ebbe tra la fine della guerra contro la Francia e l’inizio della Guerra del Vietnam propriamente detta.

Nel 1953, quando la guerra di indipendenza non si era ancora conclusa, i comunisti controllavano gran parte del Vietnam del Nord e in quella regione avviarono una campagna di collettivizzazione delle terre di tipo staliniano: eliminazione fisica totale dei proprietari terrieri. Il massacro fu imponente, considerando che in alcune regioni, come quella del Fiume Rosso, praticamente tutte le terre erano di proprietà dei contadini. I quadri comunisti vietnamiti, con l’aiuto di consiglieri cinesi, suddivisero scientificamente la popolazione in numerose classi sociali, per poi passare all’eliminazione fisica di quelle ritenute ricche. Non appena una classe superiore veniva debellata, si passava all’eliminazione di quella sottostante. Quando anche questa era stata sterminata, veniva effettuata una riclassificazione dei contadini poveri in sottoclassi e quelli relativamente più ricchi venivano anch’essi eliminati. In alcune regioni, dove non era possibile suddividere in classi sociali la popolazione, i comunisti procedettero, sempre sull’esempio staliniano, ad eliminazioni per quota: forse la più inumana forma di sterminio che la storia delle dittature ricordi, con un calcolo simile a quello fatto dai no-global odierni sull’iniquità della distribuzione della ricchezza, il partito sosteneva che il 95 per cento della ricchezza fosse posseduto dal 5 per cento della popolazione. E quel 5 per cento doveva essere eliminato fisicamente, villaggio per villaggio. Le quote dovevano essere rispettate: non importava chi fucilare, ma quanta gente uccidere. Il tutto senza troppi sensi di colpa: «È meglio uccidere dieci innocenti che lasciar vivo un solo nemico», aveva dichiarato il dirigente comunista Nguyen Manh Tuong nel 1953.

Questo massacro andò avanti senza sosta dal 1953 al 1956, fino a quando la collettivizzazione delle terre non fu portata a termine. Finita la collettivizzazione, si passò all’eliminazione fisica dei quadri comunisti ritenuti non sufficientemente affidabili.In tre anni di potere assoluto e terrore, il regime di Ho Chi Minh aveva assassinato a sangue freddo circa 420mila persone. Si può capire come mai, dopo la ritirata dei francesi e l’accordo di pace firmato a Ginevra nel 1954, quando il paese fu diviso in due (il Nord comunista e il Sud nazionalista) nessuno volesse vivere al Nord e nessuno al Sud desiderasse la riunificazione del paese. Basti pensare che, subito dopo la firma dell’accordo di Ginevra, quando la frontiera fu lasciata aperta per trecento giorni, un milione di nordvietnamiti scappò al Sud, mentre solo centomila sudvietnamiti (quasi tutti guerriglieri comunisti che avevano combattuto contro i francesi) si trasferì al Nord [key-104]. Il regime di Hanoi, insomma, lungi dal rappresentare la volontà del popolo (come credeva anche Eisenhower), era un’élite brutale, odiata dal popolo, priva di qualsiasi legittimazione dal basso.

Il Vietnam del Sud sarà stato anche governato da un regime (quale quello di Diem) nazionalista, autoritario, corrotto e fortemente razzista, ma appariva, agli occhi dei vietnamiti del Nord, come un rifugio sicuro in confronto all’inferno in cui erano costretti a vivere, un po’ come i tedeschi dell’Est guardavano alla Repubblica Federale Tedesca. Non stupisce, quindi, che il regime di Ho Chi Minh, di fronte al rischio di rimanere addirittura senza cittadini, non solo volle la chiusura della frontiera, ma esportò al Sud la stessa campagna di terrore che stava conducendo al Nord. Terroristi infiltrati nel Vietnam del Sud incominciarono ad assassinare elementi anticomunisti (funzionari, politici, intellettuali, cittadini politicamente impegnati) e poi anche nemici di classe, con gli stessi criteri seguiti al Nord. In tre anni, i terroristi rossi uccisero circa quattromila persone in tutto il Vietnam del Sud.

Constatando che la campagna di terrore non portava alla destabilizzazione politica del Sud, il regime di Ho Chi Minh passò ad una logica di guerra. Non una guerra convenzionale, ma una guerriglia combattuta infiltrando piccole unità di fanteria nel paese nemico, attraverso piste nascoste dalle foreste pluviali. Nel 1959 fu inaugurata la prima di queste vie di accesso, denominata B-59: sarebbe stata la prima arteria della famosa “pista di Ho Chi Minh”. È dunque nel 1959 che iniziò la Guerra del Vietnam, evento sancito formalmente dal XV Congresso del partito comunista vietnamita, in cui Ho Chi Minh parlò di «riunificazione del paese con mezzi appropriati».

Dal 1959 al 1964, i nordvietnamiti conquistarono quarantuno province del Sud su un totale di quarantaquattro. Ovunque avessero il controllo del territorio, applicavano (coerentemente alla loro ideologia) gli stessi metodi terroristici già sperimentati al Nord, comprese le eliminazioni per quota nei villaggi conquistati. I “cuori e le menti” dei sudvietnamiti non furono mai conquistati alla causa dell’invasore. Nemmeno quando, nel febbraio 1968, questo compì le sue gesta più eclatanti, come quando violò la tregua concordata per la festa del capodanno lunare (Tet) e lanciò un’offensiva generale contro il cuore del sistema difensivo sudvietnamita e statunitense. L’Offensiva del Tet era stata pianificata dal regime nordvietnamita in vista di un’insurrezione generale del Sud: «Avanzate in modo aggressivo per portare attacchi decisivi e ripetuti in modo da annientare il maggior numero possibile di soldati americani e di paesi satelliti e fantocci, congiuntamente alla lotta politica e alle attività di proselitismo militare» [key-105], si legge in un proclama nordvietnamita immediatamente precedente il Tet.

Prima dell’offensiva, la propaganda del Vietnam del Nord diffondeva cifre false sul controllo territoriale, affermando, per esempio, che 10 dei 14 milioni di sudvietnamiti vivevano ormai sotto il controllo comunista. Il proselitismo militare, tuttavia, non sortì alcun effetto. «La gran parte della popolazione locale se ne stette in disparte a guardare. – scrive lo storico Victor Davis Hanson, in ‘Massacri e cultura’ – Pressoché nessuno si unì alla rivolta comunista e quasi tutti si limitarono a valutare il grado di successo dei Viet Cong e soppesare l’eventualità che di lì a poco potessero essere i comunisti, e non più gli americani, padroni delle loro vite»


Enrico Berlinguer con Ho Chi Min (1966)

In compenso, durante l’offensiva del Tet, i comunisti fecero di tutto per alienarsi le simpatie della popolazione locale, applicando, come di consueto, i loro metodi di “proselitismo”: «Si devono uccidere da tre a cinque elementi reazionari e mettere fuori combattimento da cinque a dieci altri per ogni strada e in ogni isolato», si legge negli ordini trovati nella giubba di un soldato nordvietnamita ucciso nella provincia di Ban Tre durante l’offensiva del Tet. Oppure: «Distruggete il personale amministrativo di tre villaggi a Phu My, Phuoc Thai, Phuoc Hoa. Villaggi situati lungo l’autostrada n. 5. Uccidere i dieci amministratori del villaggio, tre membri del Consiglio del Popolo e altro personale di organizzazioni politiche reazionarie», altro ordine diramato da un comando locale nel 1968. Nella sola città di Hue e in soli venticinque giorni di occupazione, i comunisti vietnamiti riuscirono ad uccidere tremila civili a sangue freddo.

I campi profughi, inoltre, erano bersagli abituali delle forze nordvietnamite. Anche questa era una strategia pianificata direttamente dal regime di Ho Chi Minh per terrorizzare la popolazione del Sud. L’ordine numero 9 emesso dal partito nel 1969 decretava che i campi profughi fossero da considerarsi un obiettivo principale (‘Stati assassini, la violenza omicida dei governi’, di Rummel).

È lecito, in queste circostanze, parlare di “contagio comunista” (per usare i termini dell’establishment americano di allora) o di “guerra popolare di liberazione” (secondo i liberal)? O è meglio parlare di guerra di conquista del Vietnam del Nord, per di più sanguinosa, lenta e difficile? Non era meglio per l’establishment americano parlare di invasione comunista del Vietnam del Sud?

Il popolo del Vietnam del Sud non si rassegnò nemmeno dopo la sconfitta. Sebbene poco incline alle migrazioni, attaccata alle tradizioni locali e alla propria terra, la popolazione vietnamita accettò il rischio e il sacrificio della fuga massiccia dal nuovo Stato comunista. Più di due milioni furono i vietnamiti che fuggirono via mare, evitando una fuga, geograficamente più comoda, verso la Cina e la Cambogia: entrambi i paesi erano comunisti e fuggirvi avrebbe comportato una brutta fine o almeno la restituzione alle autorità vietnamite. Dei due milioni che presero il mare, con mezzi di fortuna e rischiando di morire per tempeste, squali e pirati, mezzo milione perse la vita. Di quelli che rimasero in Vietnam, più di due milioni e mezzo (fra i quali anche tantissimi religiosi e attivisti pacifisti) furono deportati nei “campi di rieducazione”, cioè campi di lavoro forzato fra i più duri dell’Asia (‘Stati assassini, la violenza omicida dei governi’, di Rummel).

Come era sicuramente falsa e ideologica l’idea di lotta di un popolo per la sua liberazione nazionale, così erano esagerati anche i timori di una possibile escalation del conflitto, con annesso intervento di Cina e Unione Sovietica. Per tutta la durata della guerra nel Sud-Est asiatico, le due grandi potenze comuniste fornirono al Vietnam del Nord armi sofisticate e consiglieri militari non combattenti. Non inviarono mai truppe e non intendevano nemmeno farlo. La potenza comunista confinante con il Vietnam del Nord, la Cina, dal 1964 fu sconvolta dalla Rivoluzione Culturale, che avrebbe mietuto, all’interno dei suoi confini, più di sette milioni e mezzo di vittime in poco più di un decennio. L’esercito popolare cinese rimase pienamente coinvolto in questa lotta di potere interna, senza alcuna possibilità di volgere le proprie armi contro gli americani in un eventuale confronto in Vietnam. L’ultima volta che si erano battuti con gli americani, in Corea, i cinesi avevano perso 800.000 soldati e Mao Tse-Tung non si augurava di ripetere la stessa esperienza  (‘Massacri e Cultura’ di Hanson). Quanto all’Unione Sovietica, Krusciov prima e Breznev poi, avrebbero rischiato uno scontro nucleare con gli Stati Uniti per difendere un pezzo di giungla? Avrebbero rischiato l’olocausto nucleare per proteggere un alleato lontano, a cui davano aiuti misurati con il contagocce? è ragionevole avere dei dubbi in merito.

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