Ricordare…

021 – Ricordi di un avvocato

E veniamo a un processo che si celebrò a Bergamo per legittima suspicione, nel quale l’incarico di patrono di parte civile fu a me affidato perché nessuno dei cinque avvocati a cui i congiunti di una delle vittime si erano rivolti aveva voluto accettare l’incarico.
Tra le vittime, vi era anche un mio compagno di scuola, Glauco Spezzani, che aveva risposto alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale.

Alle pagine 3 e 4 della sentenza resa dalla Corte di Assise di Bergamo il 17 ottobre 1951 si legge che “sette detenuti politici  fatti montare verso le ore 14 del 9 maggio 1945 in un autocarro, affidato alla guida di Guasti Vittorio, per la traduzione, a quanto si dice, dal carcere di Mirandola, da cui era avvenuto il prelievo, a quello di Modena per processi di collaborazionismo, erano stati, percorsa una quindicina di chilometri, in località Cristo, agro di Bomporto, fatti segno a raffiche di mitra della scorta, costituita dei cinque giudicabili, il tenente partigiano Ribuoli Lorenzino che la comandava, e gli altri quattro partigiani Bergonzoni Franco, Bignozzi Ermes, Luppi Primo, Silvestri Leonello che li avevano, crivellandoli di colpi, resi all’istante cadaveri.

Compiuto il massacro e dato all’autista, ignaro fino all’ora dell’avvenimento, e al giovane Pollastri Bruno che gli sedeva accanto, ordine di arresto della marcia dell’automezzo, gli uccisori si erano preoccupati di far scomparire dalla strada i rivoli del sangue delle vittime, che vi era colato, e, attinte notizie sull’ubicazione del cimitero più vicino, vi si erano approssimati per deporvi i cadaveri.
Subito dopo s’erano recati nella sede del Cln di Bomporto, i cui componenti avevano riferito di avere agito, così come avevano agito, per domare una ribellione e per evitare una fuga che aveva reso necessario l’uso delle armi.

Rientrati a Mirandola i prevenuti non avevano esitato a consegnare ai superiori copia di quel verbale, non senza adoperarsi, ciascuno per suo conto, nel tentativo di avallare con la propria testimonianza la grottesca trovata della ribellione delle vittime“.

E a pagina 20:

Il movente psicologico, le finalità che avevano ispirato l’azione delittuosa di Ribuoli e compagni non vanno ricondotti, per certo, ad impulsi egoistici di cupidigia o di vendetta personale, ma a stati d’animo collettivi, a rigurgiti di passione, a fermenti d’ordine ideologico e di lotta, quale risultato del clima della liberazione contro gli autori o i presunti responsabili o, comunque, gli esponenti di un regime oramai in pezzi; crimine soggettivamente politico, dunque, i cui responsabili beneficiano, nei limiti legalmente consentiti, del condono.

Il Ribuoli ed i suoi gregari fronteggiavano vecchi, donne, persone rese ormai inoffensive, in stato di detenzione perché sottoposte o da sottoporre al giudizio del magistrato, nella impossibilità di nuocere. Le stesse modalità di esecuzione della carneficina, l’accordo per occultare il delitto, per sottrarsi alle incombenti responsabilità costituiscono, per altro verso, la prova, se pur ve ne fosse bisogno, della sicura consapevolezza della illegittimità della propria azione in ciascuno dei prevenuti.

La difesa aveva invocato l’applicazione della cosiddetta “amnistia Togliatti“: si trattava del decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4, che concedeva amnistia per tutti i reati esclusi gli omicidi commessi con sevizie “particolarmente efferate in lotta contro il fascismo“.
E l’interpretazione che fu data a questa espressione fu scandalosamente compiacente: troppi delitti frutto di deliri di vendetta, o molto peggio, furono ritenuti come consumati “in lotta contro il fascismo“.

La Corte escluse che si trattasse di un omicidio commesso in lotta contro il fascismo, ma le condanne ad anni dodici infitte a quattro imputati e ad anni otto inflitte al quinto — con la concessione addirittura della attenuante di avere agito “per motivi di particolare valore morale o sociale” — furono talmente annacquate dai condoni che le parti civili rifiutarono di mantenere la costituzione negli ulteriori gradi di giudizio.

Quando fu fissato il processo in grado di appello avanti la Corte di Assise di Appello di Brescia, avendo gli imputati impugnato la sentenza di condanna, mi scrissero testualmente: “D’accordo con la Signora Tabacchi (madre di una delle vittime) abbiamo deciso di non partecipare assolutamente a nessuna udienza per non incorrere in altre tristi disillusioni“.
La sentenza della Corte di Assise di Appello di Brescia del 15 aprile 1953 e della Corte Suprema di Cassazione in data 24 febbraio 1954 confermarono astratte condanne, generosi condoni e misero in libertà gli assassini.
La corriera fantasma

E veniamo allo straordinario orrore della “corriera fantasma“, o meglio, delle corriere fantasma.
A Brescia, la Pontificia Opera di Assistenza, che aveva sede presso il Vescovado, aveva costituito una propria rete di trasporto per facilitare il ritorno a casa di civili e militari, inclusi alcuni ex prigionieri o lavoratori reduci dalla Germania.
Ebbene, almeno due di queste “corriere“, che ebbero la sventura di scegliere la strada di Moglia, in provincia di Mantova, portarono quasi tutti i loro passeggeri al massacro.

Nel 1946, le varie autorità, in particolare quelle di polizia giudiziaria, pressate in continuazione dai familiari degli scomparsi, che non si davano pace, incominciarono finalmente a muoversi, facilitate dal fatto che la situazione generale s’andava avviando, sia pure molto — troppo — lentamente, verso la normalità.

Un fatto nuovo venne d’improvviso a dare impulso alle indagini .

Si era saputo che alcune persone in transito nella contrada “Le Chiaviche” di Boccaletta di Novi, a pochi chilometri da Moglia, erano state diffidate con minaccia di morte a non procedere oltre; il che fece subito pensare che in quella zona potessero trovarsi tracce degli scomparsi.
E la conferma della verità dell'”ipotesi” avvenne quando il 13 marzo 1946, alcuni scavi fatti eseguire dalla polizia in quella località, misero alla luce i resti, in stato di avanzata decomposizione, di sei persone accatastate in una fossa comune.
Era un primo punto di riferimento preciso: ci si trovava di fronte, finalmente, ad una circostanza di fatto innegabile, indiscutibile.
Si sapeva che nella notte sul 14 maggio 1945, una corriera della Pontificia Opera di Assistenza con quarantatré persone a bordo, proveniente da Brescia, e diretta a sud era stata fermata a Moglia in provincia di Modena, e che i passeggeri erano stati consegnati quella notte stessa ad alcuni componenti della polizia partigiana di Concordia — nella “bassa” modenese — che aveva istituito una sorta di posto di blocco.

Si diceva che tutti erano stati interrogati sulla loro identità, sul loro passato e che almeno venticinque passeggeri erano stati trasportati a Villa Medici, di Concordia, sede della polizia partigiana, ribattezzata poi “Villa del pianto“.
Tutti erano stati rapinati e massacrati.

La Sezione istruttoria presso la Corte di Appello di Bologna rinviò a giudizio il comandante e vicecomandante della polizia partigiana di Concordia chiamati a rispondere degli omicidi di cui erano testimonianza i diciannove cadaveri sino a quel momento ritrovati.
I due dovevano rispondere inoltre di malversazione per essersi impossessati di tutto ciò che avevano trovato sui corpi delle vittime, orologi e anelli compresi.
Il processo fu rimesso, per legittima suspicione, alla Corte di Assise di Viterbo.
Quest’ultima, con sentenza in data 15 gennaio 1951, dichiarò il comandante e il vicecomandante della polizia partigiana di Concordia colpevoli di omicidio volontario e li condannò a venticinque anni di reclusione — dei quali sedici anni e sette mesi subito condonati — nonché al risarcimento del danno che, quale patrono di parte civile, chiesi e ottenni che mi fosse liquidato in lire una per dimostrare che il nostro intervento era sorretto esclusivamente dall’ansia di ottenere giustizia.
La Corte precisò che gli sventurati, sequestrati il 14 maggio, nella notte del 17 maggio erano stati prelevati da Villa Medici “con le mani a tergo avvinte da manette e legati l’uno all’altro in una lunga catena di ferro“.
E così concluse:

È pienamente accertato che i partigiani di Concordia, nel procedere ai fermi, violavano le istruzioni e gli ordini ricevuti, che facevano obbligo agli stessi di consegnare tutte le persone fermate alle competenti autorità giudiziarie e di polizia aventi sede in Modena, ed in luogo di servire agli scopi della pubblica autorità, agivano, non solo per assoggettare i fermati ad un crudele ed inumano trattamento, come è deposto da tutti i testimoni relativamente alle particolarità della custodia nella soffitta di Villa Medici ed ai maltrattamenti che ciascuno dei fermati subiva negli interrogatori notturni, ma principalmente per infliggere, di propria aberrante ed odiosa iniziativa, una sanzione ai fermati, fino a disporre, oltre che della libertà, anche della vita di costoro; non può esservi alcun dubbio sulla illegittimità nel suo duplice aspetto obiettivo e subbiettivo e sulla esattezza della contestazione del reato di sequestro di persona aggravato e continuato.

E che i partigiani di Concordia abbiano disposto della vita e delle persone delle quali si è parlato e che ad essi si debba far carico dell’omicidio continuato e constatato, la Corte non dubita menomamente…
Né potrebbe il difetto eventuale della prova generica scuotere tale convincimento, quando gli elementi sul quale questo di fonda sono di tale qualità, precisione e concordanza che la deduzione logica che ne scaturisce si impone con i caratteri della necessità e dell’evidenza.

Tale sentenza fu confermata dalla Corte d’Assise di Appello di Roma con sentenza 3 novembre 1953 e divenne definitiva il 16 febbraio 1955 con il rigetto dei ricorsi da parte della Corte di Cassazione.

Ancora sulla corriera fantasma
Ma uno dei ricordi più sconvolgenti della mia vita professionale, è quanto accadde nel febbraio del 1968. Un uomo, di cui nemmeno oggi posso rivelare il nome, mi fece recapitare, tramite una donna a lui legata, una dichiarazione scritta in stampatello, piena di errori di ortografia, di grammatica e di sintassi, nella quale si indicava dove erano sepolti i resti di molte altre vittime delle corriere fantasma.
Consegnai la lettera, che conteneva inequivoche e precise indicazioni, al Pubblico Ministero ed ebbe così inizio una seconda istruttoria. Nel rapporto dei carabinieri di Carpi del 4 febbraio 1968 si legge:

Nella notte sul 19 maggio 1945, il contadino Giovanni Pincella, residente a San Possidonio, Via Matteotti nr. 11 ed all’epoca affittuario di un fondo attiguo a quello degli eredi Tellia, vide entrare nel suo passo, diretto verso la campagna retrostante, un’autocorriera, che poi risulterà un autocarro, con a bordo diverse persone e che uno dei partigiani di scorta gli chiese, con la minaccia delle armi, un badile.
Il Pinella, una mezz’ora dopo il transito dell’autocarro dal suo cortile, avvertì distintamente, provenienti dalla campagna, il crepitio delle armi automatiche; quella stessa notte e prima del transito dell’autocarro dal cortile del Pincinelli, i partigiani del luogo svolsero azioni intimidatorie nei confronti della popolazione, disponendo la chiusura degli esercizi pubblici e sollecitando i ritardatari a rientrare nelle rispettive abitazioni. (pp. 1-2)

Le indagini venivano pertanto approfondite nei più diversi ambienti e, con le indicazioni raccolte, fu possibile identificare un ex partigiano di S. Possidonio, il quale, circondandosi della massima riservatezza, forniva elementi utili per ricostruire attendibilmente i fatti svoltisi in quel comune nella notte del 19 maggio 1945.
Il teste, che per ora è stato sentito solo oralmente, ha dichiarato che una sera del maggio 1945, presumibilmente quella della Sagra di San Possidonio, caduta il 18 o 19 maggio, un furgone scortato dai partigiani scaricò in quella Piazza Andreoli un gruppo di uomini (circa venti), che vennero condotti a piedi in Comune e quivi, dopo un sommano processo, vennero spogliati, legati ai polsi e fatti scendere nello spiazzo antistante lo stabile del municipio.

Un primo scaglione di quattro o cinque uomini, fra cui un ragazzo dall’apparente età di 16-17 anni, venne fatto salire, su di un autocarro, che si diresse in una località da dove, circa 20 minuti dopo, si sentirono provenire le raffiche di armi automatiche.
L’autocarro tornò poco dopo e, mentre i partigiani si apprestavano a fare salire il secondo scaglione, il teste fu invitato dall’allora comandante a “dare una mano” ma egli, nonostante la minaccia dell’arma puntatagli al fianco, si rifiutò, allontanandosi. (pp. 4-5)

Il successivo rapporto in data 21 giugno 1968 così concludeva:

Le indagini dei Carabinieri avrebbero stabilito che le persone soppresse e sepolte in modo clandestino in quel periodo, nel Comune di San Possidonio, soltanto dentro fosse comuni delle quali potè essere accertata l’esistenza, sarebbero state, nel complesso, più di ottanta. Dal novero restano escluse le persone soppresse e sepolte isolatamente qua e là sempre in modo clandestino.

Circa il movente dei fatti addebitati, è da escludere che gli indiziati siano stati mossi da ragioni sorrette da ideali politici, stante il fatto che le esecuzioni, perpetrate con fredda determinazione e inaudita ferocia, riguardavano persone non compromesse politicamente, civili o ex militari non più in uniforme ed inermi, giovani comunque muniti di salvacondotto rilasciati dagli stessi Comitati di Liberazione Nazionale, che ritornavano protesi verso un futuro migliore, alle loro case, alle loro famiglie.

E molto più probabile, invece, che il movente sia da ricercarsi nella natura sanguinaria e malvagia degli indiziati, nella loro spiccata e vasta capacità a delinquere, per la quale, forse, la prospettiva della depredazione ha costituito la componente essenziale del loro disegno criminoso.
A sostegno della tesi enunciata, stanno gli anonimi provenienti dagli stessi partigiani che parlano di “rapina delle persone trucidate” e le dichiarazioni del partigiano Bassoli Luigi, custode della casa del popolo di Moglia, sede di quel comando di polizia partigiana, il quale affermò di essere a conoscenza “che le persone fermate venivano sensibilmente alleggerite dei loro oggetti e delle loro somme
[…].

L’asserto del Bassoli conferma peraltro, quanto dichiarò pure Don Guglielmo Freddi, parroco di Moglia all’epoca dei fatti, il quale, già appartenente a quel Cln, ne uscì poco dopo “disgustato” dai sistemi depredatori della polizia partigiana ed affermò testualmente: “Io stesso con i miei occhi ho visto la polizia partigiana spogliare reduci e viaggiatori di tutto ciò che avevano”, aggiungendo che “la roba sequestrata dalla polizia partigiana non fu data ai poveri”. (pp. 22-23)”

Ma eccoci al fondo del pozzo: marito e figlio massacrati e lei, al sesto mese di gravidanza, violentata da nove persone. Nella lettera datata 19 ottobre 1969 diretta al Pm, e poi confermata in sede di interrogatorio il 24 successivo, il teste Primo Piraccini scrisse:

Due sere dopo il fatto da me raccontato, si presentò sempre all’albergo Milano di Modena (mese di maggio 1945) una donna in stato avanzato di gravidanza. Chiese alloggio per quella notte, ma le venne rifiutato perché mancante di qualsiasi documento di identificazione. La donna poteva avere un 26-27 anni ed era, credo, al sesto mese di gravidanza.

Essendo quasi stremata insisteva per una camera da dormire, ma il portiere si rifiutò, anche perché molte notti i “partigiani” andavano a svegliare gli ospiti per controllare le loro identificazioni. Venne deciso fra me e il portiere di condurre la signora all’Ostello della gioventù, o riparo della giovane, che, a quei tempi, esisteva nella contrada dietro la Questura.
Mi incaricai di accompagnarla. Strada facendo mi narrò che era stata violentata da nove uomini in un casolare di campagna e che, dopo averla depredata di tutto: fede dell’anulare, portafoglio, catena al collo, un bracciale d’oro e tutti i documenti, l’avevano abbandonata davanti alla porta dell’albergo. Temeva per la perdita del figlio in quanto oltre ad essere stata violentata aveva ricevuto molti pugni sull’addome. Non sapeva alcunché del marito che era insieme a lei in Corriera. La donna era di corporatura molto accentuata, di altezza sul metro e 80, capelli mori, portamento disinvolto. Dimostrava una certa cultura.
Io la lasciai alla soglia della Casa della Giovane che, ripeto, era ubicata dietro la Questura.
Tornai in albergo senza fermarmi in piazza dove scorazzavano giovinastri. Dai registri, se esistono ancora, potrebbe trovarsi il bandolo. Me lo auguro per il trionfo della verità. Ossequi distinti
.”

Si aprì, dunque, come abbiamo detto, nel 1968 — a distanza di diciassette anni dalla sentenza di Viterbo — a Modena, un procedimento penale contro gli autori di questo secondo massacro, consumato a distanza di pochi giorni da quello oggetto della sentenza della Corte di Assise di Viterbo in data 15 gennaio 1951.

Il Giudice Istruttore modenese dette incarico ai Professori Giorgio Frache e Bruno Marcialis di accertare “se si tratta di ossa umane, se i resti scheletrici sono attribuibili ad una o più persone, se vi siano elementi atti ad identificare o comunque a stabilirne sesso, età nonché le cause della morte, i mezzi di produzione ed il tempo in cui è avvenuta“.

La notizia giunse anche alla madre di un giovane che risultava essere partito con una delle “corriere fantasma” e il cui scheletro non era stato mai ritrovato. E da lei fui incaricato di costituirmi parte civile. Ma questa donna fece molto di più: pretese di vedere “i resti scheletrici“, dichiarandosi certa che, essendo la madre, avrebbe certamente riconosciuto le ossa del figlio. Tanto fece e insistette che i periti dovettero permetterle di essere presente all’esame degli scheletri.

È difficile pensare ad un episodio al tempo stesso così tragico e grottesco, drammatico e disperante: la donna dovette ammettere che il riconoscimento era impossibile — erano passati ventitré anni dal giorno dell’assassinio del figlio ventenne e scoppiò in un pianto che non dimenticherò mai.
Comunque, ecco la conclusione dei periti: “Nel complesso, si può concludere che la causa della morte degli individui cui appartenevano i resti scheletrici in esame può essere identificata in ferita d’arma da fuoco a proiettile unico, con tutta probabilità unitamente a lesioni da corpo contundente inferte con notevole violenza“.
E il Giudice Istruttore di Modena, nella sua sentenza del 31 ottobre 1970, scrisse:

Le risultanze peritali, collegate al luogo in cui furono localizzate e riesumate le ossa umane, hanno reso chiara ed incontrovertibile la generica dei reati […] e in particolare per quanto attiene l’omicidio continuato con la presenza delle circostanze aggravanti […] ossia la premeditazione, palesatasi dalla meditata preordinazione ed organizzazione delle modalità e dei mezzi adatti a tradurre in atto il proposito delittuoso, nonché le sevizie, manifestatesi attraverso le lesioni da corpo contundente accertate in sede peritale ed in particolare la frattura di una mandibola appartenente ad un cranio ed una frattura della porzione sinistra del frontale di un altro cranio […] prodotte in limine vitae. La presenza delle suddette circostanze aggravanti importa […] la sanzione dell’ergastolo. (pp. 3-4)

E concluse che nove imputati erano raggiunti da elementi “gravi, precisi e concordanti, tali da legittimare un loro rinvio a giudizio“. Ma aggiunse:

Sennonché giunti a tal punto occorre tener presente che l’eccidio fu senz’altro influenzato in modo determinante da motivi politici.
La nozione di delitto è data testualmente dal Legislatore. L’Art. 8 secondo capoverso del C. P. recita espressamente: “agli effetti della legge penale è delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico allo Stato, ovvero un delitto politico del cittadino. È altresì considerato delitto politico il delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici
“.

Orbene, un reato può essere qualificato politico per ragioni obiettive o per ragioni subiettive.
Il reato di fattispecie non rientra nei delitti obiettivamente politici, è un reato comune che, tuttavia, può essere determinato (ed i casi nella storia non sono pochi) da motivi politici.
Quindi, può assumere la qualifica di delitto politico se mosso da impulsi psichici tendenti a favorire, a realizzare, a combattere idee o imprese di partiti, nell’opinato interesse dello Stato o della società in generale.

I motivi che spingono a commettere il reato non hanno di norma alcuna influenza sull’assenza del dolo, perché il diritto penale non confonde l’azione con la volontà. Pur tuttavia il motivo, intenso come causa psichica, profondo di carattere affettivo consapevole o inconscio che stimola verso lo scopo della condotta che ha carattere conoscitivo (la rappresentazione dell’evento desiderato o la violazione di esso), ha un rilievo nel regolamento di istituti particolari, sia per riconoscere una circostanza del reato, sia per l’inflissione della pena, sia, e ciò interesse in questa materia, come criterio di classazione dei reati oggettivamente politici. (pp. 6-7)

Le circostanze storiche in cui venne compiuto l’eccidio di cui è causa sono ben note. Erano i giorni della liberazione, nei quali la risposta dei partigiani alle dure repressioni del movimento da parte degli avversari politici, durante il periodo precedente conclusosi con la “debellatio” del governo della Rsi esplodeva sovente in modo esagerato. Si era conclusa una guerra civile e i vincitori portavano i segni dei tormenti sofferti e i ricordi dei compagni caduti. Di qui il desiderio di giustizia che aveva una manifestazione istintiva di vendetta.

Dall’altra parte si cercava di sottrarsi in tutti i modi a una prigionia che poteva essere infausta.

Di qui la fuga dei compromessi dal Nord verso Sud e la reazione, mediante posti di blocco attuati dai partigiani per intercettare i fuggiaschi, specie nella pianura padana dove la vicinanza con la zona rimasta da ultima in possesso agli avversari, la conformazione topografica del terreno pianeggiante e quindi di più agevole controllo, davano molta efficacia al sistema filtrante.
Coloro ai quali appartenevano i resti ossei riesumati in quel di San Possidonio, furono appunto fermati nelle predette circostanze storiche e ambientali e dalla rievocazione, anche se frammentaria, dei testi si è saputo che furono dapprima rinchiusi in una ex casa del fascio perquisiti e poi fucilati. Dalle indagini peritali è altresì risultato che furono percossi a sangue. (p. 7)

Dal sistema è facile arguire che il motivo dell’eccidio fu rappresentato dal sospetto che si trattasse di persone coinvolte con la cessata Rsi e quindi di avversari politici. Un sospetto che già animava gli esecutori in via generale rispetto a tutti coloro che provenivano dal Nord Italia, passavano attraverso il posto di blocco o venivano pertanto fermati e che forse prese forme più consistenti nei confronti delle vittime di cui è processo durante i sommari e ostili accertamenti della loro identità o provenienza.
In quei momenti, un sospetto costava caro al sospettato.

L’eccidio fu, dunque, animato negli autori da un movente politico, tendente a combattere, attraverso la distruzione fisica di quelle persone, le idee che essi, per convinzione degli autori, avevano incarnato e che venivano ritenute contrastanti con l’interesse della Società o dello Stato.
Quindi fu un plurimo omicidio con movente politico. Tale qualifica rende il reato passibile dell’operare dell’amnistia concessa con Dpr 4/6/66 n. 332 art. 2 lett. a). (p. 8)

Invero, in base a tale norma, sono stati amnistiati tutti i reati commessi dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946 da appartenenti al movimento della Resistenza e da chiunque abbia cooperato con essa, se determinati da movente a fine politico o se connessi con tali reati.
Il reato di specie è soggettivamente politico e gli autori di esso appartenevano al movimento della Resistenza.
Concorrono dunque interamente i requisiti oggettivi o soggettivi per l’operare di tale causa estintiva, né sussistono condizioni ostative per nessuno degli imputati Borsari Armando, Pollastri Remo, Borghi Onorio e Campagnoli Angiolino.

I predetti vennero pertanto prosciolti dal reato di omicidio pluriaggravato continuato loro ascritto sub 1) essendo estinto per amnistia, e vanno prosciolti per prescrizione dal reato sub 2) che era già intervenuta al momento dell’amnistia suddetta.

Insomma, l’amnistia, di cui al Dpr 4 giugno 1966, n. 332, andava applicata anche a questi assassini che avevano massacrato più di ottanta persone al solo scopo di appropriarsi dei loro beni.
Venti anni prima, la Corte di Assise di Viterbo aveva, invece, escluso la natura politica di quel delitto ed aveva condannato due dei responsabili a venticinque anni di reclusione.
Ma a Modena, nel 1970, quando fu noto che tanti altri cadaveri erano stati ritrovati e le “corriere fantasma” erano tornate alla ribalta, il Partito comunista scese pesantemente in campo facendo affiggere in tutta la “bassa” modenese — nella speranza che nessuno ricordasse la sentenza di Viterbo — un manifesto dal titolo “una infame speculazione“, in cui, dopo aver detto “Ora basta!” e “Nessuno si illuda!” si proclamava:

Le conquiste gloriose della Resistenza sono state e restano tuttora il baluardo più sicuro della lotta per la difesa e lo sviluppo della democrazia“.

Così il Partito si schierava con quegli assassini, che anche molti degli iscritti comunisti riconoscevano come uomini giunti all’estremo limite della abiezione, se è vero che si erano appropriati pure degli orologi degli assassinati, di cui avevano svuotato tutte le tasche.
Dal canto suo, la magistratura aveva perso totalmente di credibilità, scrivendo che quei delitti non erano oggettivamente, ma soggettivamente politici.

Molte crisi hanno radici lontane. Vale sempre, pure con riferimento a classi, categorie e istituzioni, un vecchio principio: un uomo è una diligenza in cui viaggiano anche i suoi predecessori. Uno dei familiari delle vittime mi scrisse: “Lo svolgimento del processo non mi stupisce, la cosa era prevedibile, mi fanno, solo, tanta pena quei familiari che si erano tanto illusi di giungere a un qualche riconoscimento!“.
La mia storia personale si identifica con la parte che rappresentai sino in fondo, costituendomi parte civile nell’interesse di quella madre disperata che cercava di riconoscere dopo quasi venti anni, tra tanti scheletri, quello di suo figlio.

(avv. Odoardo Ascari

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