Ricordare…

135 – Cosa ne pensa oggi il PMLI di Pol Pot

Ecco il ‘pensiero’ del Partito Marxista Leninista Italiano su Pol Pot.

É semplicemente allucinante, ma lo trascrivo perché è giusto si sappia che ancor oggi in Italia esistono simili mostri. Eccolo:

«Lo ricorderemo per sempre come fulgido esempio di dirigente rivoluzionario fedele al proprio popolo e campione indomito della lotta per l’indipendenza e la liberazione nazionale

Con profondo dolore abbiamo appreso che il 15 aprile 1998, alle 23,15 (ora locale), in terra cambogiana Pol Pot è morto, secondo la versione ufficiale, per un attacco cardiaco. Da anni era gravemente malato di malaria e ciò nonostante aveva continuato a stare fra il suo popolo, nella giungla, a combattere per la libertà e l’indipendenza del suo Paese e mai si era lasciato sfiorare dall’idea di rifugiarsi e andare a curarsi altrove, di abbandonare la sua terra e le sue genti. La sua morte lascia un grande vuoto nel cuore di tutti gli autentici rivoluzionari e antimperialisti del mondo intero, oltreché dei marxisti-leninisti.

Noi lo ricorderemo per sempre come un fulgido esempio di dirigente rivoluzionario fedele al proprio popolo e campione indomito della lotta per l’indipendenza e la liberazione nazionale. Egli è sempre stato alla testa del suo popolo contro il colonialismo, l’imperialismo e il socialimperialismo che con le armi volevano sottomettere e annientare la Cambogia; uno dei figli migliori del popolo cambogiano ai cui interessi ha immolato la propria vita, tutto se stesso.

Noi gli siamo profondamente riconoscenti perché egli ha dimostrato come un piccolo e disarmato popolo può far mangiare la polvere all’imperialismo purché sia animato e guidato da una giusta linea rivoluzionaria, anticoloniale e antimperialista; noi gli siamo riconoscenti per aver liberato il suo Paese dall’imperialismo americano e dalla cricca di Lon Nol, prima, e di aver impedito ai revisionisti vietnamiti di fagocitarsi in un sol boccone la Cambogia e per essersi sempre rifiutato di svendere la guerriglia e di sottoscrivere la resa al regime di Phnom Penh anche a costo di essere sottoposto all’umiliazione di un processo pubblico farsa, all’arresto e al tradimento di falsi khmer rossi.

Noi lo ricordiamo come Segretario del Comitato centrale del Partito comunista del Kampuchea, come primo ministro del Kampuchea Democratico dal 17 aprile 1975, giorno della liberazione, al 7 gennaio 1979 giorno in cui l’esercito revisionista vietnamita, manovrato dall’URSS imperialista, invase l’allora paese socialista.

Vogliamo anche ricordare il messaggio che Pol Pot inviò in qualità di Segretario del CC del PCK, il 24 gennaio 1978, al “compagno Giovanni Scuderi, Segretario generale del PMLI” nel quale fra l’altro egli diceva “Siamo molto felici di formulare da parte nostra a voi e al PMLI i nostri migliori auguri di salute e di vittorie. Possano le relazioni di amicizia rivoluzionaria fra i nostri due Partiti svilupparsi e consolidarsi continuamente”. Relazioni che non poterono poi svilupparsi a causa dei revisionisti che vi si frapposero.

La figura e la storia di Pol Pot può invece essere definita quella di un figlio fedele e generoso del popolo kampucheano. Fedele perché ha dedicato tutta la sua vita alla causa dell’indipendenza del proprio paese e alla liberazione del suo popolo. Liberazione dagli eserciti occupanti e liberazione dallo sfruttamento colonialista e capitalista. Generoso perché non ha lesinato energie al servizio della causa del Kampuchea, della rivoluzione kampucheana, nella costruzione del socialismo.

Figlio di una famiglia contadina, nasce a Kompong Thom nella zona centrale del paese. Com’era costume vive per sei anni presso la pagoda per imparare a leggere e a scrivere. Per due anni è anche monaco. Frequenta poi la scuola primaria e secondaria dove segue un indirizzo tecnico. Dopo aver superato l’esame ottiene una borsa di studio per continuare gli studi all’estero, in Francia.

Qui milita nel movimento degli studenti progressisti cui dedica molto tempo tralasciando gli studi. Le autorità gli revocano la borsa di studio e deve rientrare in patria dove entra nel movimento clandestino a Phnom Penh; in seguito raggiunge i partigiani per partecipare alla lotta contro il colonialismo francese.

Dopo gli accordi di Ginevra del 1954, che stabilirono il ritiro delle truppe colonialiste francesi dal paese, la fine del regime coloniale e l’indipendenza della Cambogia, ritorna nella capitale e continua a condurre attività clandestine contro il governo in carica. Ben presto diviene il responsabile regionale del movimento di opposizione a Phnom Penh e responsabile dei collegamenti con la campagna. Nella vita pubblica appare come professore di storia, geografia e educazione civica ed insegna in una scuola privata.

Nella capitale il 30 settembre 1960, al termine di un lavoro di preparazione iniziato nel 1957, si tiene il congresso di fondazione del Partito comunista del Kampuchea (Pck). Pol Pot è eletto membro del Comitato centrale e del Comitato permanente del Comitato centrale. Nel 1977, nel corso di una manifestazione pubblica in occasione del 17° anniversario della fondazione del partito, Pol Pot annunciandone ufficialmente l’esistenza affermerà: “Questo congresso ha segnato una svolta storica per la nostra nazione, per il nostro popolo, per la nostra rivoluzione e per la classe operaia del Kampuchea. Esso segna il giorno in cui il Partito comunista del kampuchea, un partito marxista-leninista autentico, è nato realmente”. Il Pck dall’analisi della situazione del paese, caratterizzata da una dipendenza dall’imperialismo americano tanto che era in condizioni di una semicolonia, fissa come compito quello di unire tutte le forze del popolo per cacciare l’imperialismo americano. Fissa i compiti per la rivoluzione democratica che ha lo scopo di liberare tutto il popolo composto all’85% da contadini. Un progetto coraggioso e audace ma che unendo gli operai e i contadini con la piccola borghesia e la borghesia nazionale, con le personalità progressiste e patriottiche permetterà la vittoria nella guerra contro il regime fascista di Lon Nol e l’imperialismo americano. Tutto il partito lavora assiduamente al progetto e inizia a trasferire progressivamente i membri del Comitato centrale da Phnom Penh nelle campagne per mobilitare direttamente le masse contadine e sottrarsi al controllo sempre più assiduo della polizia governativa.

Pol Pot lascia la capitale nel 1963 e si installa nelle regioni lontane del paese e viaggia in lungo e in largo condividendo la vita delle masse popolari contadine. La sua base di appoggio è situata in una regione abitata da minoranze nazionali nel nord-est.

Nel 1961 è eletto segretario aggiunto del Comitato permanente e nel 1963, al secondo congresso del partito, segretario del Comitato centrale.

La lotta di liberazione comincia a svilupparsi; armato di soli coltelli, asce e bastoni il popolo inizia ad attaccare le guarnigioni periferiche dell’esercito governativo. Nel 1967 a Samlaut scoppia un sollevamento armato spontaneo. Il Pck stabilisce che sono mature le condizioni per lanciare la lotta armata in grande stile in tutto il paese. Nel gennaio 1968 la prima insurrezione scoppia nel nord-ovest; è l’inizio della guerra popolare che, combinando guerra regolare e guerra di guerriglia, porterà il 17 aprile del 1975 l’esercito rivoluzionario del Kampuchea a liberare Phnom Penh e a cacciare la cricca fascista di Lon Nol e i soldati americani che avevano invaso il paese. Il Kampuchea è il primo paese dell’Indocina a riportare la vittoria sull’imperialismo americano.

Portata a termine con successo la fase della rivoluzione nazionale democratica il Pck inizia quella della difesa del Kampuchea, della continuazione della rivoluzione socialista e l’edificazione del socialismo nel paese.

Uno dei problemi era la eccessiva concentrazione della popolazione nella capitale, costituita in parte da rifugiati di guerra in parte attratti dal regime di Lon Nol e gravitanti attorno all’economia di guerra e ai dollari spesi dagli occupanti americani. Non sarebbe stato possibile per il nuovo governo diretto da Pol Pot garantire una vita dignitosa alla gran massa di abitanti di Phnom Penh da parte di un paese ridotto alla fame e piagato dai bombardamenti Usa. Ecco perché il governo caldeggiò e favorì il trasferimento di una fetta di abitanti nelle campagne a lavorare.

La politica del nuovo governo del Kampuchea Democratico è così illustrata nel 1977 da Pol Pot: “prendiamo l’agricoltura come fattore fondamentale e ci serviamo dei capitali accumulati attraverso l’agricoltura per edificare progressivamente l’industria e trasformare in breve tempo il Kampuchea in un paese agricolo moderno, poi in un paese industriale, attenendoci fermamente alla linea di indipendenza, di sovranità e di contare fondamentalmente sulle nostre forze. (…) Il nostro obiettivo è di mettere in campo, consolidare e sviluppare progressivamente i complessi industriali e artigianali di grandi, medie e piccole dimensioni, a Phnom Penh, nelle altre zone, regioni, distretti e nelle cooperative. (…) Nell’immediato il nostro obiettivo principale (nell’educazione, ndr) è l’eliminazione dell’analfabetismo. Nella vecchia società vi erano delle scuole e licei e un certo numero di facoltà ma in campagna il 75% della popolazione, in particolare i contadini poveri e medio poveri non sapevano né leggere né scrivere, e anche in città il 60% dei lavoratori erano analfabeti. Attualmente, appena due anni dopo la liberazione, solo il 10% della popolazione è analfabeta (oggi è di nuovo il 50%, ndr). (…) Abbiamo sviluppato e svilupperemo delle reti sanitarie creando dei centri ospedalieri e dei centri di fabbricazione dei medicinali in tutte le cooperative e nella capitale. (…) La salute del nostro popolo ha conosciuto un miglioramento considerevole. Abbiamo eliminato definitivamente le malattie sociali e la tossicomania”.

Il popolo del Kampuchea impegnato a migliorare le proprie condizioni di vita vuol vivere in pace e in relazioni di amicizia con tutti i popoli e paesi. Il governo di Pol Pot persegue una corretta politica di non ingerenza e di rispetto dell’indipendenza, sovranità e integrità territoriale degli altri paesi, una politica di pace e di non allineamento. Ma l’opera di edificazione e costruzione del socialismo è brutalmente stroncata sul nascere dall’aggressore vietnamita che, spinto dall’allora socialimperialismo sovietico, dopo una serie di provocazioni iniziate già nel 1977 invade in forze il Kampuchea il primo gennaio del 1979.

In evidente stato di inferiorità di forze il governo del Kampuchea abbandona la capitale e si rifugia nelle campagne da dove dirigerà la guerra di resistenza di lunga durata.

La dura occupazione vietnamita provocherà altri lutti e massacri al popolo kampucheano; il regime di Hanoi, spalleggiato dal socialimperialismo e dall’imperialismo, per coprire i propri e tentare di giustificare l’aggressione denuncerà i presunti massacri del legittimo governo kampucheano. La realtà è che se il popolo kampucheano fosse stato veramente la vittima del governo di Pol Pot non darebbe certo il suo determinante contributo nella lunga guerra di resistenza contro gli aggressori. Una guerra che il Kampuchea conduce praticamente da solo, con le proprie forze.

Per permettere la formazione di un largo fronte di resistenza, nel 1980, Pol Pot lascia la carica di primo ministro e favorisce la formazione di un governo di coalizione nazionale e assume quella di comandante supremo dell’Esercito nazionale del Kampuchea Democratico. Dirige la resistenza antivietnamita, che impedirà al regime di Hanoi di controllare il paese e annetterlo, fino al 1985 quando lascerà per raggiunti limiti di età su proposta del governo di coalizione il quale gli affida la carica di direttore dell’alto istituto per la difesa nazionale, l’ultima carica ufficialmente conosciuta. Dando un grande esempio di generosità e dedizione alla causa del Kampuchea e del suo popolo per il cui bene ha messo in secondo piano la propria persona.

Gli accordi di Parigi del 1991 porteranno al ritiro dell’esercito di occupazione vietnamita e alle “libere” elezioni sotto la tutela dell’Onu nel 1993; elezioni denunciate come farsa dalla resistenza khmer che le ha boicottate e non ha riconsegnato le armi. Il governo di coalizione diretto dal principe Norodom Ranariddh e dall’ex fantoccio degli aggressori vietnamiti Hun Sen si caratterizza ben presto per la corruzione, i traffici di armi e droga, la prostituzione infantile che hanno riportato il paese nelle tenebre del passato sotto la dominazione imperialista da cui Pol Pot era riuscito a farlo emergere. I falsi khmer rossi tradiscono Pol Pot, svendono la guerriglia per avere salva la vita e per un posto nel governo attraverso l’intesa con Ranariddh. Hun Sen risponde col golpe del 5 luglio 1997 che gli assicura il pieno potere a Phnom Penh.

In seguito i falsi Khmer rossi sottoposero Pol Pot a un processo farsa e alla condanna all’ergastolo per certificare al mondo il loro tradimento. In una successiva e ultima intervista rilasciata a un giornalista americano, Pol Pot riafferma le sue ragioni e la fedeltà alla causa per il quale si è battuto per tutta la sua vita: “Ho agito per il bene della popolazione, non per sterminarla, e ho la coscienza tranquilla… voglio sappiate che tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per il mio Paese”.

Che Pol Pot viva in eterno e il suo nome divenga un simbolo della lotta antimperialista.»
(articolo de “Il Bolscevico” n. 17/ 1998 preso da PMLI – Onore a Pol Pot )

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Quanto avete letto è indicativo della mentalità di un marxista. Più di un’intera enciclopedia mostra il nesso indissolubile che lega il marxismo ai crimini commessi in suo nome e mostra come una persona, accecata dal fanatismo e dall’ideologia, possa scendere a livelli così bassi da essere prima d’ora ritenuti irraggiungibili per un essere umano.

L’articolo in questione è pertanto estremamente educativo e dovrebbe essere studiato in ogni scuola dopo aver trattato della Cambogia e dei crimini commessi da Pol Pot.

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