Ricordare…

007 – I bombardamenti alleati

Come annunciato parlo qui dei bombardamenti alleati contro obiettivi civili. Mi riferisco ai bombardamenti avvenuti in Italia e non a quelli, ancora peggiori, avvenuti in Germania e in Giappone.

Tali bombardamenti, volontari e non occasionali, rappresentano un crimine di guerra.
Crimine che è restato impunito dal momento che chi l’ha commesso ha vinto la guerra, ma, cosa ancor peggiore, che non è mai stato ricordato nei termini un cui avrebbe dovuto.

Nel 1973 il “Public Record Office” di Londra rese pubblici i documenti relativi ai bombardamenti inglesi sull’Italia. Queste notizie, attestate in modo incontestabile dalle autorità inglesi, portarono a conoscenza di un piano a lunga scadenza, elaborato nei minimi particolari, che avrebbe previsto un diluvio di fuoco sull’Italia. Secondo tale progetto, gli anglo-americani avrebbero dovuto scaricare sull’Italia del nord, in un periodo compreso fra il settembre 1943 e il febbraio 1944 qualcosa come 45.000 tonnellate di esplosivo! Nella serie di tali documenti, corredati da numerose mappe raffiguranti gli obiettivi principali, fa spicco un eloquente messaggio inviato dal direttore delle “Operazioni di bombardamento“, Commodoro Bufton, al direttore dei “Piani di bombardamento“, Commodoro Elliot. Nello scritto, che reca la data del 29 luglio 1943, si legge anche: “Stabilita l’opportunità di attaccare l’Italia, ci proponiamo di trasportare sugli obiettivi del Nord circa 3.000 tonnellate di bombe nel mese di agosto, 8.000 tonnellate nei mesi di settembre e di ottobre e 6.500 tonnellate in ciascuno dei mesi invernali, se le condizioni atmosferiche saranno favorevoli…“. I bombardamenti dell’agosto 1943 non furono quindi solo “avvertimenti” o “pungoli” per accelerare la firma di una resa, ma rientravano in un piano programmato che, come per numerose città tedesche, prevedeva la totale distruzione dei centri vitali della nazione mediante il sistema dei cosiddetti bombardamenti “a tappeto“.

Mi limito a ricordarne due, il bombardamento di Treviso e quello di Venezia.

Il Bombardamento di Treviso avvenne il 7 aprile 1944 da parte di bombardieri alleati. L’attacco provocò circa 1.000 vittime fra i civili e la distruzione di oltre l’80% del patrimonio edilizio, ivi compresi i principali monumenti storici e artistici.

Il quel venerdì prima di Pasqua, che i giornali del tempo definirono passione di Cristo e di Treviso, interi quartieri residenziali furono rasi al suolo, tanto che le macerie continuarono a fumare per due settimane. Per moltissimo tempo i soccorritori continuarono a scavare, gettando calce e disinfettante, per arginare il fetore dei corpi sotto le macerie. Tra le vittime, purtroppo, anche tanti bambini.

Ore 13,05: su Treviso si abbattono a ondate successive un centinaio di “B24 Liberators” decollati da Lecce. La reazione della contraerea Flak non riesce a evitare il martirio alla capitale della marca: 708 fabbricati (8.240 vani) distrutti, 3.075 fabbricati (39.980 vani) inabitabili. L’82,2 per cento dei 4.600 edifici esistenti prima della guerra. Treviso non era un centro strategico, al massimo ferroviario non dissimile da migliaia di altri obiettivi.

Ma non finì li. Si sparse la voce che i bombardamenti venivano ordinati da terra. Del resto un bombardamento “militare” viene sempre chiesto da terra, da militari: non altrettanto si può dire di quelli civili.

Il Bombardamento di Venezia – 19 agosto 1944

Erano le sette del mattino del 14 agosto del 1944. Per il centro storico di Venezia fu un battesimo del fuoco, nel vero senso della parola. Il primo, e forse l’unico, bombardamento in bacino San Marco.

Tre caccia bombardieri alleati appaiono sopra le acque di Venezia. Eccoli a Malamocco: qui la prima mitragliata contro una motonave che collegava Venezia a Chioggia. Tragico il bilancio: 24 le vittime. Ma questo è solo l’inizio. I tre aerei dal Lido procedono verso il cuore della città. Puntano al bacino di San Marco qui c’è la loro preda. Vogliono colpire la nave ospedale tedesca “Freiburg” ormeggiata tra la punta della dogana e l’isola di San Giorgio.

Una sferzata di colpi che falcia la laguna. Un mitragliare durato alcuni minuti, ma sufficiente a creare panico e disseminare morte. Nelle vicinanze c’era anche la motonave che collegava Venezia a Fusina. A bordo c’erano donne, bambini, uomini diretti in campagna per cercare di raccogliere un po’ di cibo da portare alle loro famiglie in una città che in periodo di guerra aveva ben poco da offrire. Il battello si era da poco staccato dal pontile della Riva degli Schiavoni e stava iniziando la sua navigazione.

Gli aerei in quell’istante sganciarono quattro bombe nel tentativo di colpire la nave ospedale tedesca. Ma mancarono l’obiettivo e il loro unico effetto fu quello di rovinare, con lo spostamento d’aria, i monumenti attorno a San Marco. Non soddisfatti iniziarono a crivellare con la mitragliatrice e i cannoncini di bordo la laguna di Venezia, incuranti di chi e che cosa andavano a colpire. I proiettili raggiunsero la motonave per Fusina che era da poco salpata. In un istante l’imbarcazione si trasformò in un luogo di morte. La gente cadeva a terra stroncata dai colpi. Tutto in pochi minuti, ma i morti furono molti. L’imbarcazione fu subito fatta approdare nuovamente in Riva degli Schiavoni. Le vittime, in almeno quindici morirono all’istante, furono distese lungo la fondamenta e coperte con un lenzuolo. Erano visibili solo i loro piedi e i familiari giungevano numerosi, scongiurando che in in quella sequela di corpi non ci fosse quello del loro caro.

I feriti furono invece portati al pian terreno dell’hotel Metropole, trasformato in pronto soccorso. Chi ha ancora memoria di quel giorno parla di scene allucinanti: persone senza arti, corpi lacerati e sangue ovunque. Poi furono trasportati all’ospedale civile di Venezia. Si fece il possibile per salvarli, ma l’elenco delle vittime era destinato a crescere. Ai primi quindici morti se ne aggiunsero molti altri. Alla fine persero la vita all’incirca in cinquanta. I funerali si svolsero nella basilica di San Marco. La loro storia è viva solo nei ricordi dei familiari, ormai anziani. In città non c’è per queste vittime nè una lapide, nè un monumento.
(da un articolo di Raffaela Ianuale sul Gazzettino)

E’ bene ricordare che spesso (certamente nel caso di Venezia e quasi certamente nel caso di Treviso) tali bombardamenti venivano richiesti dai partigiani allo scopo di allontanare la popolazione dal regime e renderla più incline ad appoggiare le forze partigiane.

E forse è proprio questo il motivo per cui non se ne è parlato.
La paura che gli alleati tirassero fuori rapporti compromettenti.

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