Ricordare…

50 – Tedeschi nei campi Anglo-Americani

Le rese in massa nell’ovest contrastavano fortemente con le ultime settimane sul fronte orientale dove le unità superstiti della Wehrmacht combattevano ancora contro l’Armata Rossa avanzante, per permettere al maggior numero possibile di camerati di sfuggire alla cattura da parte dei russi. Questa era l’ultima strategia del comando supremo tedesco agli ordini del grand’ammiraglio Donitz, che era stato nominato comandante in capo da Adolf Hitler dopo la resa all’ovest del maresciallo del Reich Goring. Dal punto di vista tedesco questa strategia consegnava milioni di soldati tedeschi nelle mani che essi credevano più pietose degli Alleati occidentali, sotto il supremo comando militare del generale Dwight Eisenhower. Tuttavia, dato l’odio feroce e ossessivo del generale Eisenhower non solo per il regime nazista, ma anche per tutto quanto fosse tedesco, questo credo risultava nel migliore dei casi un azzardo disperato.

Più di cinque milioni di soldati tedeschi nelle zone americane e francesi erano costretti nei campi, molti letteralmente spalla contro spalla. Il terreno attorno a loro presto divenne una palude di sporcizia e malattie. Esposti alle intemperie, mancando anche delle più primitive strutture sanitarie, sottonutriti, i prigionieri cominciarono presto a morire di fame e malattia.

A partire dall’aprile 1945, gli eserciti americano e francese annientarono con indifferenza circa un milione di uomini, per la maggior parte nei campi americani. (da ‘Gli altri lager’, pag.13) «Cercando, arrivai alla porta del colonnello Philip S. Lauben, il cui nome appariva nella lista di circolazione dei documenti dello SHAEF (Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force). Era stato il capo del German Affairs Branch dello SHAEF con l’incarico di rimpatriare e trasferire prigionieri per molti mesi critici, quindi sapevo che egli avrebbe dovuto sapere.

Nel suo soggiorno, srotolai le fotocopie dei documenti cercando di stare calmo. Quello che avrebbe detto nei pochi minuti seguenti avrebbe vanificato tutto il lavoro fatto per oltre un anno o provato che avevamo fatto una scoperta storica importantissima. Lauben e io controllammo i titoli uno a uno, finché trovammo ‘Altre perdite’. Lauben disse: ‘Ciò significa morti e fughe’. ‘Quante fughe?’ chiesi. ‘Molto, molto poche’ disse.

Come scoprii più tardi, le fughe erano meno dello 0,10 per cento. (da ‘Gli altri lager’, pag.16)

É fuor di dubbio che un enorme numero di uomini d’ogni età, assieme a donne e bambini, morì di fame, congelamento, condizioni malsane e malattia, nei campi americani e francesi in Germania e Francia, a partire dall’aprile 1945, fine della guerra in Europa. Le vittime ammontano indubbiamente a più di 800.000, quasi certamente a più di 900.000 e molto probabilmente a più d’un milione. Le loro morti furono intenzionalmente causate dagli ufficiali dell’esercito che avevano risorse sufficienti per mantenere in vita i prigionieri.

Alle organizzazioni assistenziali che tentavano di portare soccorso ai prigionieri nei campi americani era rifiutato il permesso da parte dell’esercito. Tutto ciò venne nascosto al tempo e poi si mentì quando la Croce Rossa, ‘Le Monde’ e ‘Le Figaro’ tentarono di rendere pubblica la verità. I documenti sono stati distrutti, alterati o tenuti segreti. (da ‘[key-89] Gli altri lager’, pag.16) Nel maggio 1943, Eisenhower s’era lamentato con Marshall delle difficoltà di occuparsi di parecchie centinaia di migliaia di prigionieri tedeschi catturati dagli Alleati in Tunisia.

‘É un peccato che non abbiamo potuto ammazzarne di più’ scrisse in un poscritto a una lettera che é stata soppressa da varie edizioni ufficiali delle memorie di Eisenhower.

(da ‘Gli altri lager’, pag.33) In marzo, molte volte le guardie americane, aprendo carri ferroviari di prigionieri provenienti dalla Germania, li trovarono morti all’interno. Il 16 marzo a Mailly le Camp ne furono trovati morti 104, e altri 27 a Attichy. Eisenhower era irritato di doversi occupare di questi casi, perché significava scusarsi con i tedeschi. ‘Detesto di dovermi scusare con i tedeschi’ egli scrisse a Marshall, a Washington, riferendo sulla sua inchiesta in merito alle morti dei tedeschi che erano morti ‘soffocati accidentalmente’ nei carri merci durante il trasporto. (da ‘Gli altri lager’, pag.34)

Il 26 aprile 1945, un messaggio dei capi degli Stati Maggiori riuniti ticchettò sulle macchine dello SHAEF a Reims in risposta al messaggio di Eisenhower del 10 marzo che creava lo status di DEF (Disarmed Enemy Forces). I CCS approvavano lo status DEF soltanto per prigionieri di guerra in mano degli americani. I membri inglesi dei CCS rifiutavano di adottare il piano americano per i loro prigionieri. Le principali condizioni fissate da Eisenhower erano le seguenti: […] Non vi sarà alcuna dichiarazione pubblica riguardante lo status di forze armate tedesche o di truppe disarmate. Con quest’ultima clausola, la violazione della Convenzione di Ginevra era tenuta segreta. […] Tanto gli americani che gli inglesi sapevano che i tedeschi soggetti allo status DEF non sarebbero certamente stati adibiti al lavoro. Molto probabilmente, essi sarebbero morti.

Gli inglesi dissentirono inoltre anche sull’uso del termine americano di DEF per quei prigionieri che sapevano che non avrebbero trattato secondo la lettera della Convenzione di Ginevra. Usarono il termine ‘surrended enemy personnel’ (SEP) per distinguere i prigionieri catturati dopo la resa dagli altri prigionieri di guerra. (da ‘Gli altri lager’, pag.39-40)

Tutte le decisioni riguardanti il trattamento dei prigionieri venivano infatti prese soltanto dall’esercito americano in Europa, con l’eccezione di tre fondamentali, tutte in violazione della Convenzione: la decisione di impedire ai delegati della ICRC di visitare i campi americani (il divieto si applicò anche ai campi inglesi e canadesi); la decisione congiunta americana e inglese di trasferire prigionieri alla Francia come manodopera per le riparazioni, a condizione che la Francia osservasse le norme della Convenzione, e la decisione di inviare alcuni prigionieri in Russia contro la loro volontà.

La più importante decisione, pure in violazione della Convenzione, era la creazione dello status DEF, ideato da Eisenhower e approvato dai CCS. (da ‘Gli altri lager’, pag.41)

Il 21 aprile 1945, un altro messaggio dello SHAEF firmato Eisenhower comunicava a Marshall che i nuovi campi dei prigionieri ‘non forniranno ripari o altre comodità …’. E aggiungeva che i campi sarebbero stati migliorati dai prigionieri stessi ‘usando materiali locali’. I ‘campi’ erano terreni scoperti, circondati da filo spinato, chiamati ‘campi temporanei per prigionieri di guerra’ (PWTE). Non erano temporanei, ma erano certamente recintati, da filo spinato, fari, torri di guardia e mitragliatrici. Lungi dal permettere ai prigionieri di procurarsi dei ripari ‘usando materiali locali’, un ordine del genio militare, emesso il 1 maggio, proibiva specificatamente di fornire ripari nei campi. (da ‘Gli altri lager’, pag.43)

Le tende, i viveri, il filo spinato, i medicinali scarseggiavano nei campi non perché l’esercito mancasse di scorte, ma perché le richieste di rifornimenti venivano respinte. (da ‘Gli altri lager’, pag.44)

Gli ufficiali addetti ai rifornimenti sul campo non potevano ottenere ciò di cui avevano bisogno per i prigionieri, perché i comandanti superiori ne rifiutavano la consegna. […] In alcuni campi gli uomini erano tanto ammassati che non potevano neanche stendersi. La situazione in un campo era riportata nel modo seguente: ‘La più alta presenza di detenuti al campo n. 18, Continental Central Prisoner of War Enclosure, era di 32.902 prigionieri di guerra. Si richiama l’attenzione sul fatto che la capacità del campo n. 18, Continental Central Prisoner of War, non supera i 6.000/8.000 prigionieri di guerra’. (da ‘Gli altri lager’, pag.46)

Disastroso affollamento, malattia, malnutrizione ed esposizione alle intemperie erano la regola nei campi americani in Germania, a cominciare da aprile, nonostante il notevole rischio che i tedeschi avrebbero potuto vendicarsi contro i milioni di ostaggi alleati in Germania. […] Nell’aprile 1945, furono catturate centinaia di migliaia di soldati tedeschi assieme a civili, ausiliarie, malati e amputati tolti dagli ospedali… Un prigioniero a Rheinberg aveva ottant’anni e un altro era un bambino di soli nove anni… La fame tormentosa e la sete straziante erano i loro compagni, e morivano di dissenteria. Un cielo crudele rovesciava su di loro, settimana dopo settimana, torrenti di pioggia… Nudi sotto il cielo giorno dopo giorno e notte dopo notte, giacevano disperati sulla sabbia di Rheinberg o morivano di stenti nelle loro buche che franavano seppellendoli. (da ‘Gli altri lager’, pag.47-48)

Tutto quello che potevano fare, per dormire, era scavare una buca con le mani e calarci dentro, stringendoci l’uno all’altro. Eravamo ammassati in uno spazio molto ristretto. Gli uomini ammalati dovevano defecare sul terreno. Presto, molti di noi furono così deboli che non potevano neanche calarsi i pantaloni. […] In un primo tempo, non c’era acqua per niente, tranne la pioggia, poi, dopo un paio di settimane, potemmo avere un po’ d’acqua da un tubo. […] In quella primavera, la pioggia era quasi costante nella regione del Reno. Piovve in più di metà dei giorni e in più di metà dei giorni restammo senza cibo del tutto. […] Protestai con il comandante americano del campo perché stava violando la Convenzione di Ginevra, ma egli disse soltanto: ‘Dimenticatevi la Convenzione, perché non avete alcun diritto’. Entro pochi giorni, alcuni degli uomini arrivati al campo in buona salute erano morti. Vidi i nostri uomini trascinare i cadaveri alla porta del campo, dove venivano gettati uno sopra l’altro sugli autocarri che li portavano via. Un ragazzo di diciassette anni, che poteva vedere in lontananza il suo villaggio, stava di solito presso la barriera di filo spinato e piangeva. Una mattina i prigionieri lo trovarono ucciso da una fucilata, ai piedi della barriera. Le guardie sollevarono il suo corpo e lo appesero alla barriera, lasciandovelo come avvertimento. I prigionieri erano costretti a passare vicino al corpo e molti gridarono ‘Moerder, moerder (assassini, assassini)!’. Per ritorsione il comandante del campo tolse ai prigionieri per tre giorni le magre razioni. Per noi che già eravamo affamati e potevamo a stento muoverci perché ammalati, era terribile; per molti significava la morte. (da ‘Gli altri lager’, pag.49-50)

In molti campi era proibito scavare buche per farsi dei ripari. Tutto quello che avevamo da mangiare era l’erba. […] Non era il più giovane del campo, perché tra i prigionieri vi erano donne incinte, bambini di sei anni e uomini di più di sessant’anni. Poiché non vennero tenuti elenchi nei campi dei DEF, e molti degli elenchi dei POW furono distrutti negli anni ’50, nessuno sa quanti civili vi furono rinchiusi, ma i rapporti dei francesi rivelano che tra le centomila persone che gli americani trasferirono loro come manodopera, c’erano 32.640 donne, vecchi e bambini. […]

George Weiss, un meccanico di carri armati, disse che il suo campo lungo il Reno era così affollato che non potevamo neanche stenderci a terra completamente. Dovevamo passare la notte seduti e stretti l’uno all’altro. Ma la mancanza d’acqua era la cosa peggiore di tutto. Non ricevemmo acqua per tre giorni e mezzo. […] Vidi morire migliaia di uomini. I cadaveri venivano portati via con gli autocarri. (da ‘Gli altri lager’, pag.51)

Wolfgang Iff disse che nella sua sezione di circa 10.000 persone a Rheinberg, venivano trascinate fuori dai 30 ai 40 cadaveri al giorno. Facendo parte della squadra addetta ai seppellimenti, Iff era ben piazzato per vedere quanto succedeva. Riceveva vitto extra per aiutare a trascinare i morti dal recinto alla porta del campo, dove venivano caricati su carriole e portati in grandi baracche di lamiera. Qui Iff e la sua squadra li spogliavano dei vestiti, spezzavano a metà le piastrine d’alluminio, li ammassavano a strati di quindici o venti, vi gettavano sopra dieci palate di calce viva, ammassando quindi altri strati, fino all’altezza di un metro. Mettevano quindi gli oggetti personali dei morti in un sacco per gli americani che se ne andavano. Vi erano morti per cancrena a seguito dei congelamenti sofferti nelle notti fredde d’aprile. Una dozzina circa d’altri, compreso un ragazzo di quattordici anni, troppo deboli per tenersi in equilibrio sui tronchi gettati attraverso i fossi come latrine, vi erano caduti annegando. Alcuni venivano ripescati e il sudiciume veniva lasciato su di loro così com’erano. A volte morivano fino a 200 uomini al giorni. In altri recinti di dimensioni simili, Iff vide morire da 60 a 70 uomini al giorno. ‘Poi gli autocarri portavano via il triste carico. Quale macabra immagine’, egli disse. Non fu mai detto ai prigionieri cosa avveniva dei cadaveri, ma, operai edili tedeschi negli anni cinquanta, e addetti alle sepolture negli ottanta, hanno scoperto a Rheinberg resti umani con piastrine d’alluminio dell’esercito tedesco della seconda guerra mondiale gettati assieme in fosse comuni, senza tracce di bare o pietre tombali. (da ‘Gli altri lager’, pag.54-55)

Il prigioniero Thelen disse sottovoce a suo figlio attraverso il filo spinato che nel campo morivano da 330 a 770 persone al giorno. Il campo ospitava allora da 100.000 a 120.000 persone. (da ‘Gli altri lager’, pag.55)

Gli ufficiali di medio grado responsabili sul campo dei POW inoltravano dapprima le loro richieste di rifornimenti seguendo la via normale, ma ricevevano in risposta molto meno del necessario per mantenere in vita i prigionieri. […] Aggiunse che non poteva fornire gli abiti e gli equipaggiamenti da campo necessari come le tende, perché il Ministero della Guerra non li approvava mai. Infatti, un gran numero di mie richieste di rifornimento é stato respinto. (da ‘Gli altri lager’, pag.66)

Il 6 per cento circa del surplus permanente di viveri dell’esercito in Europa avrebbe fornito cibo sufficiente a nutrire per 100 giorni (con 1.300 calorie extra al giorno) e tenere in vita 800.000 persone, che morivano di fame nei campi in mezzo all’abbondanza. (da ‘Gli altri lager’, pag.71)

Lo squallore dei campi derivava dallo squallore morale che contagiava gli alti gradi dell’esercito. Questi ufficiali erano così cinici verso i prigionieri che, mentre scrivevano i loro ansiosi memorandum, forse per restare esenti da critiche, se mai ve ne furono, i loro sottoposti in almeno sei casi rifiutavano di permettere ai civili tedeschi di portare viveri ai prigionieri nei campi. Molte donne tedesche dissero al tenente Fisher che era stato loro vietato di portare cibo ai loro mariti nei campi, presso Francoforte, nell’estate del 1945. […] Il Dipartimento della Guerra aveva imposto il divieto più pesante che riguardava tutti i campi americani, alla spedizione di pacchi della Croce Rossa ai prigionieri. Il divieto era esteso perfino alle donazioni che i tedeschi prigionieri negli Stati Uniti volevano fare per contribuire alle necessità dei prigionieri in Europa. (da ‘Gli altri lager’, pag.72) […]

Un ordine di una sola frase firmato Eisenhower li condannò tutti alla peggiore delle condizioni. Con effetto immediato tutti i membri delle forze tedesche tenuti in custodia americana nella zona americana d’occupazione della Germania, saranno considerati come forze nemiche disarmate e non godranno più dello status di prigionieri di guerra. […] la percentuale delle morti quadruplicò in poche settimane. […]

Ma i tedeschi morivano molto di più ora che s’erano arresi, di quanto erano morti in guerra. Nei campi francesi e americani morirono almeno dieci volte più tedeschi di quanti erano morti, dal giugno 1941 all’aprile 1945, nei combattimenti sul fronte occidentale in Europa. (da ‘Gli altri lager’, pag.73)

Nei campi lungo il Reno, tra il 1 maggio e il 15 giugno, gli ufficiali del Corpo Medico registrarono un’orribile percentuale di morte, 80 volte più alta di qualunque altra avessero mai osservata in vita loro. Con efficienza, sommarono le cause di morte: tante per dissenteria e diarrea, tante per febbre tifoide, tetano, setticemia, tutte a percentuali inaudite sin dal medioevo. La stessa terminologia medica era stravolta dalla catastrofe di cui erano testimoni: venivano registrate morti per deperimento ed esaurimento. Le tre maggiori causa di morte erano la diarrea e dissenteria, i disturbi cardiaci e la polmonite. Come dimostra l’ispezione condotta dai medici, altre importanti cause di morte erano quelle direttamente legate alla mancanza di assistenza sanitaria, al sovraffollamento e al congelamento. (da ‘Gli altri lager’, pag.74)

Entro la fine di maggio, c’erano stati più morti nei campi americani che per lo scoppio della bomba atomica a Hiroshima. Alla stampa non era giunta una parola. (da ‘Gli altri lager’, pag.77)

Il governo degli Stati Uniti rifiutò al comitato internazionale della Croce Rossa di entrare nei campi per visitare i prigionieri, in diretta violazione degli obblighi americani verso la Convenzione di Ginevra. (da ‘Gli altri lager’, pag.78)

I resoconti giornalistici dalla Germania venivano pesantemente censurati e influenzati, consentendo di condurre le cose nei campi POW e DEF in una segretezza che fu mantenuta nei confronti di tutti, tranne le vittime, per molti anni. Un altro importante diritto scomparve con la Svizzera, quello alla posta, eliminando la sola possibilità che i prigionieri avevano di avere cibo a sufficienza come pure il diritto di dare notizie di se stessi e riceverne da casa. Nessuna notizia filtrava dai campi per raggiungere osservatori imparziali. Pochi aiuti potevano arrivare nei campi. (da ‘Gli altri lager’, pag.79)

Ancora nel febbraio 1946, l’ICRC, come altre organizzazioni assistenziali, aveva la proibizione degli Stati Uniti a portare aiuto ai bambini tedeschi e agli ammalati nella zona americana d’occupazione. (da ‘Gli altri lager’, pag.81)

Curiosamente, un primo segno sinistro del futuro venne dall’America settentrionale, da dove una delegazione della Croce Rossa riferì che le razioni dei prigionieri tedeschi erano state ridotte appena erano stati rilasciati i prigionieri alleati. Quindi, nel tardo maggio o ai primi di giugno, il Comitato Internazionale della Croce Rossa caricò due treni merci di viveri tratti dai magazzini in Svizzera, dove ne aveva in deposito oltre 100.000 tonnellate. Inviò i due treni, seguendo la via normale prescritta dal governo tedesco durante la guerra, uno a Mannheim e l’altro a Augsburg (Augusta), entrambe città nel settore americano. I treni raggiunsero le loro destinazioni, dove i funzionari che li accompagnavano furono informati da ufficiali americani che i magazzini erano pieni e i treni dovevano tornare indietro. Tornarono indietro, pieni, in Svizzera. Perplesso, Huber, il capo del Comitato Internazionale della Croce Rossa, cominciò a indagare. Dopo una lunga inchiesta, in agosto, Huber scrisse infine al Dipartimento di Stato forse la lettera più offensiva che la Croce Rossa abbia mai inviato a una grande potenza. (da ‘Gli altri lager’, pag.84)

Nella zona francese, la razione ufficiale era di poco superiore a quella del campo di sterminio di Belsen. (da ‘Gli altri lager’, pag.92)

‘É proprio come a Buchenwald e Dachau’ pensava il capitano Julien, mentre camminava cautamente sul terreno devastato, in mezzo ai morti viventi in un ex campo americano. Egli aveva combattuto con il suo reggimento, il Troisiéme Régiment de Tirailleurs Algériens, contro i tedeschi perché avevano rovinato la Francia, ma non aveva mai pensato a una vendetta simile a questo terreno fangoso popolato da scheletri viventi, alcuni dei quali morivano mentre li guardava, altri nascosti sotto pezzi di cartone che tenevano stretti nonostante il giorno di luglio fosse caldo. Donne, che giacevano nelle buche con le pance gonfiate dall’edema da fame in una grottesca parodia di gravidanza, lo fissavano con occhi sbarrati, deboli vecchi con lunghi capelli grigi, bambini di sei, sette anni lo guardavano con gli occhi cerchiati e senza vita per la fame. Julien a stento sapeva da che parte cominciare. Nel campo di 32.000 persone a Dietersheim, egli non poté trovare viveri di sorta.I due medici tedeschi dell’ospedale, Kurth e Geck, stavano tentando di curare i tanti pazienti morenti stesi su sporche coperte sul terreno, sotto il caldo cielo di luglio, in mezzo ai segni delle tende che gli americani si erano portati via. Julien mandò immediatamente i suoi ufficiali della 7 Compagnia a ispezionare i civili e gli inabili al lavoro, per vedere chi poteva essere rilasciato subito. Le 103.500 persone nei cinque campi attorno a Dietersheim erano considerate parte della manodopera consegnata in luglio dagli americani ai francesi per riparazioni di guerra, ma i francesi vi contarono 32.640 vecchi, donne, bambini sotto gli otto anni d’età, ragazzi da otto a quattordici, malati inguaribili e amputati. (da ‘Gli altri lager’, pag.94)

Sembra che sotto i francesi siano aumentate le fucilazioni a caso, sebbene entrambi gli eserciti cercassero di nascondere i fatti e i dati possano risultare distorti. In ogni modo il rapporto del tenente colonnello Barnes in aprile, ’27 morti per cause non naturali’ era largamente superato in una notte dagli ufficiali francesi ubriachi che, a Andernach, guidarono la loro jeep attraverso il campo ridendo e gridando mentre sparavano sui prigionieri con i loro mitragliatori Sten. Le perdite: 47 morti e 55 feriti.

Un ufficiale francese rifiutò il permesso alla Croce Rossa tedesca di dar da mangiare ai prigionieri su un treno nonostante il rifornimento fosse stato già concordato tra la Croce Rossa e il comandante francese del campo.

Le guardie francesi di un campo, sostenendo di aver notato un tentativo di fuga, uccisero a fucilate dieci prigionieri nei loro recinti. […]

Nel 108 Reggimento di Fanteria la violenza raggiunse tali limiti che il comandante militare della regione, il generale Billotte, su suggerimento del comandante del reggimento, tenente colonnello de Champvallier, che aveva rinunciato a cercare di disciplinare i suoi uomini, raccomandava che il reggimento venisse sciolto. I treni che trasferivano i prigionieri dalla Germania in Francia erano talmente terribili che gli ufficiali responsabili avevano ordini permanenti di evitare soste nelle stazioni francesi, per timore che i civili potessero vedere come venivano trattati i prigionieri.

L’allievo ufficiale Jean Maurice descrisse un convoglio che comandò nel viaggiò da Hechtsheim. Maurice scriveva che era difficile tener conto dei prigionieri perché i carri ferroviari erano scoperti e il tempo era cattivo. Molte volte il treno era costretto a fermarsi nei tunnel, dove i prigionieri fuggivano dai carri. I francesi aprivano il fuoco su di loro nelle gallerie buie, uccidendone alcuni, Maurice non poteva sapere quanti, perché i corpi venivano lasciati sul posto ai cani. A Willingen, Maurice abbandonò un morto e un morente sulla banchina della stazione. (da ‘Gli altri lager’, pag.98-99)

Durante le scorse settimane, molti francesi, che sono stati in passato prigionieri dei tedeschi, si sono rivolti a me per protestare contro il trattamento riservato ai prigionieri di guerra tedeschi dal governo francese. […] La signora Dunning, ritornando da Bourges, riferisce che vi muoiono dozzine di prigionieri tedeschi alla settimana. […] Mi ha mostrato fotografie di scheletri umani e lettere di comandanti di campi francesi che hanno richiesto d’essere sostituiti perché non possono ottenere alcun aiuto dal governo francese e non possono sopportare di vedere i prigionieri morire di fame. (da ‘Gli altri lager’, pag.101)

‘Le Figaro’ pubblicò le notizie mentre erano in corso i festeggiamenti per la vittoria degli Alleati, che le accolsero come il fantasma di Banco. Dapprima incredulo, il giornale era stato convinto dalle testimonianze equilibrate di persone ineccepibili, come il sacerdote, padre Le Meur, che aveva realmente visto gli uomini morire di fame nei campi. […]

Il giornalista Serge Bromberger scriveva: ‘Le fonti più attendibili confermavano che le condizioni fisiche dei prigionieri erano peggio che deplorevoli. Si parlava d’un orribile indice di mortalità, non per malattia ma per fame, e di uomini che pesavano in media 35-45 chili (80-100 libbre). Dapprima noi dubitavamo che fosse vero, ma abbiamo ricevuto appelli da molte parti e non abbiamo potuto trascurare la testimonianza di padre Le Meur, cappellano generale presso i prigionieri’. (da ‘Gli altri lager’, pag.103)

‘Le Monde’ pubblicò un articolo Jacques Fauvet, che iniziava appassionatamente: ‘Mentre oggi si parla di Dachau, tra dieci si parlerà nel mondo intero di campi come Saint Paul d’Egiaux’, dove 17.000 uomini, presi in custodia dagli americani nel tardo luglio, stavano morendo così rapidamente che in poche settimane erano stati riempiti due cimiteri di duecento tombe ciascuno. Alla fine di settembre, l’indice di mortalità era di 10 al giorno, ossia oltre il 21 per cento all’anno. (da ‘Gli altri lager’, pag.108)

Nel gennaio 1946, poco più di mezzo milione di uomini erano nominalmente al lavoro per l’esercito o l’economia civile. Quasi tutti denutriti, mal vestiti, deboli, lavoravano molto al di sotto della normale capacità. Altri 124.000 erano così ammalati che non potevano lavorare. Quando, durante l’estate del 1945, 600 uomini morenti scesero dal treno a Burglose, presso Bordeaux, sotto gli occhi degli abitanti del villaggio stupefatti, 87 di loro erano in condizioni così cattive che la marcia di due chilometri fino al campo li uccise. (da ‘Gli altri lager’, pag.119)

Non vedemmo mai la Croce Rossa, né venne qualcuno a ispezionarci, fino a due anni più tardi, quando ci portarono delle coperte. Quella fu la prima volta che vennero e fu nel 1947. Noi stavamo mangiando l’erba tra le baracche. I francesi non erano i soli responsabili per quanto avvenne nei campi in Francia, perché un’enorme numero di tedeschi era già malridotto dal cattivo trattamento ricevuto in Germania. Quando si raccolgono centinaia di migliaia di uomini in un’area senza preoccuparsi del modo di dar loro da mangiare, é una tragedia. […] Ogni giorno, tre o quattro o cinque uomini morivano nella sua baracca di circa 80 uomini. C’erano giorni in cui egli aiutava a trascinare fino a venti cadaveri all’ingresso del campo. (da ‘Gli altri lager’, pag.122-123)

Il comandante Zalay disse in agosto a Pradervand che almeno 2.000 uomini erano così malandati che non c’era più alcuna speranza per loro. Una lista tenuta da un prigioniero tedesco documenta i nomi di oltre 400 morti nel periodo da agosto a ottobre in una sola sezione del campo. La guardia Robert Langlais di Thorée, che, per sei mesi, fu addetta a scavare tombe a Thorée, aiutò a seppellire una media di 15 cadaveri al giorno, nel periodo da agosto ad ottobre. Dei 200.000 uomini che, secondo Pradervand, stavano per morire, circa 52.000 furono restituiti agli americani, mentre 148.000 restarono nei campi francesi. Non vi furono miglioramenti nei campi francesi quell’inverno, come sappiamo dagli americani, dalla Croce Rossa e anche da alcune fonti francesi, perciò sembra certo che tutti i 148.000 rimasti morirono come previsto. (da ‘[Gli altri lager’, pag.125-126)

A questo punto il pamphlet del governo francese, forse inavvertitamente, usa un linguaggio stranamente simile alla fraseologia USFET, perché 167.000 dei dispersi non contati sono definiti perdus pour raisons diverses, dispersi per varia ragione. Una buona chiave per decrittare questo perdus pour raisons diverses é la previsione di Pradervand che 200.000, dei 600.000 uomini che egli aveva ispezionato, erano certamente destinati a morire durante l’inverno, se le loro condizioni non fossero migliorate. […] La sola ragione per non riportare il totale dei rimpatriati, mentre tutti gli altri totali parziali venivano assiduamente aggiornati, é quella di nascondere i veri totali. E la sola ragione credibile é quella di nascondere le morti, il cui numero perciò deve essere stato tanto alto, che era meglio nasconderlo. E quindi, sebbene sia impossibile dire con grande esattezza quanta gente morì nei campi, é certo tuttavia che era tanta da causare preoccupazioni e imbarazzo ai francesi. […]

Un gruppo assistenziale di quaccheri scoprì che, nel gennaio 1946, in un campo di 2.000 uomini presso Toulouse i morti erano stati 600 in tre settimane. (da ‘Gli altri lager’, pag.128-130)

Non c’erano tende nel campo DEF di Gotha, ma solo il solito filo spinato attorno a un terreno subito trasformato in fango. Il primo giorno ricevettero una scarsa razione di cibo, che fu poi ridotta alla metà. Per riceverla, erano costretti a passare le forche caudine, correndo curvi tra due file di guardie che li picchiavano con i bastoni mentre passavano. Il 27 aprile, furono trasferiti in un campo americano a Heideshelm, più a ovest, dove non ci fu cibo per niente, per diversi giorni e poi molto poco. Esposti alle intemperie, affamati e assetati, gli uomini incominciarono a morire. Una notte di pioggia, Liebich vide le sponde della buca, scavata in terra soffice e sabbiosa, franare sugli uomini che erano troppo deboli per uscirne. Tentò di tirarli fuori, ma erano troppi. Soffocarono prima che gli altri potessero raggiungerli. […] Vide dai 10 ai 30 cadaveri al giorno trascinati fuori dalla sua sezione, Campo B, che conteneva in principio 5.200 uomini. […] Quando infine arrivò un po’ di cibo, era guasto. Gli uomini dicevano che, a Rheinberg, avevano avuto 35 giorni di fame e 15 giorni di digiuno assoluto. L’indice di mortalità in campi come quello di Rheinberg, nel maggio 1945, era di circa il 30 per cento all’anno. In nessuno dei campi che aveva visto c’era un qualche riparo per i prigionieri. […]

Secondo le testimonianze degli ex prigionieri di Rheinberg, l’ultimo atto degli americani prima di consegnare il campo agli inglesi, verso la metà di giugno, fu quello di spianare con i bulldozer una sezione del campo dove c’erano ancora degli uomini vivi nelle loro buche. (da ‘Gli altri lager’, pag.133-134)

(I prigionieri) considerano un’ingiustizia, un crimine contro l’umanità il fatto d’essere trattati inumanamente, di morire di fame in pessime condizioni di vita e d’essere maltrattati… ciò li mette sullo stesso piano delle vittime dei campi di concentramento. E ciò porta alla conclusione che gli altri fanno le stesse cose per le quali essi sono biasimati. (da ‘Gli altri lager’, pag.137)

La politica inglese non nasceva da pura devozione a principi umanitari, o dalla leale difesa d’un valoroso nemico sconfitto. Preservando la forza dei tedeschi, ora sotto il comando alleato, gli inglesi agivano soltanto per cinico interesse. Gli inglesi sapevano, come il generale George S. Patton, che avrebbero potuto trovarsi nella necessità d’allearsi essi stessi con i tedeschi, contro la Russia, nella prossima guerra per l’Europa. E, come Patton, che liberò alla svelta i suoi prigionieri tedeschi nel maggio 1945, gli inglesi fecero lo stesso con i loro, finché ne rimasero soltanto 68.000, nella primavera del 1946. Gli inglesi agirono ancora una volta come Patton: per molti mesi mantennero intatti nelle loro formazioni, e armati, da 300.000 a 400.000 tedeschi catturati in Norvegia. Stalin protestò per questo con Churchill, a Potsdam. Falsamente, Churchill disse di non saperne niente. (da ‘Gli altri lager’, pag.138)

Non c’era fatale scarsità di viveri nel mondo occidentale, tranne che in Germania. La scarsità in Germania era causata, in parte, dagli Alleati stessi, con le requisizioni di cibo, la scarsità di manodopera derivante dall’imprigionamento di operai e l’abolizione della produzione industriale per l’esportazione. […] Non solo la quantità di viveri nei magazzini alleati, ma anche la sbalorditiva ricchezza del Nord America, specialmente degli Stati Uniti, avrebbero reso assurda la notizia di fatali scarsità. [..] Una volta creato il mito della scarsità mondiale di viveri, le piccole quantità di viveri che raggiungevano i campi francesi e americani potevano ben essere definite come il massimo possibile nelle ‘caotiche condizioni del tempo’. (da ‘Gli altri lager’, pag.142-143)

Gli americani fornivano lo stesso genere d’amenità, diffondendo la storia che alcuni loro comandanti di campi in Germania dovevano mandare via i prigionieri rilasciati, che tentavano di rientrare di nascosto nei campi per avere cibo e riparo. […] Robert Murphy, che era consigliere politico civile di Eisenhower, quando fu, per pochi mesi, Governatore Militare, ‘fu sconvolto nel vedere’ durante la visita a un campo, ‘che i nostri prigionieri erano tanto malridotti e emaciati quanto quelli che avevo osservato in un campo di concentramento nazista’. (da ‘Gli altri lager’, pag.147)

Gli americani cercarono, in un primo tempo, di deviare il biasimo sulle larghe spalle dei francesi. Il senatore Knowland, parlando al Senato degli Stati Uniti, nel 1947, andò molto vicino alla pericolosa verità, quando, parlando dei campi francesi, disse: ‘Se non stiamo molto attenti, potrà arrivare ad imbarazzarci nei prossimi anni, una situazione in cui si potrà vedere come i prigionieri catturati dalle forze americane venivano trattati non molto meglio dei prigionieri che venivano gettati nei campi di concentramento della Germania nazista’.

Il senatore Morse citò poi un articolo della famosa giornalista Doroty Thompson, che pure esprimeva sorpresa e orrore per la situazione dei campi francesi: ‘Quel paese, con il nostro consenso o la nostra connivenza, e sfidando la Convenzione di Ginevra ha usato (prigionieri) come manodopera coatta proprio nello stesso modo in cui fu usato da Herr Sauckel (che fu giustiziato) a Norimberga…’. Pochi si curano di ricordare che il presidente Roosevelt diede una specifica garanzia al popolo tedesco nel settembre del 1944: ‘Gli Alleati non trafficano in schiavitù umana’. (da ‘Gli altri lager’, pag.150)

Anche l’ICRC aveva dato informazioni fuorvianti che portavano i tedeschi fuori strada. A seguito delle richieste delle famiglie tedesche, l’ICRC aveva chiesto all’esercito degli Stati Uniti documenti sui dispersi, ricevendo in risposta la comunicazione che erano stati presi soltanto 3.500.000 DEF e circa 600.000 POW. Questi dati trascuravano circa 1.800.000 prigionieri catturati dagli americani durante la guerra. Assieme a quelli dell’indagine del 1947, creavano un sospetto mortale che andava a cadere come pioggia radioattiva sui russi. […] Così si diffondeva a Knowland, al Senato americano, all’ICRC e al mondo, l’impressione che gli americani avessero catturato da 1.800.000 a 3.100.000 prigionieri meno del vero totale. […]

Ma le famiglie dei morti parlavano. Dopo la costituzione del governo della Repubblica federale tedesca, la loro voce collettiva cominciò a farsi sentire. Nel 1950 il cancelliere Konrad Adenauer fece una dichiarazione al Bundestag sull’argomento. 1.407.000 soldati risultavano ancora mancanti dalle loro case nella Germania occidentale dopo la guerra e la loro sorte era sconosciuta. Adenauer disse che c’erano ‘1.407.000 persone registrate come prigionieri di guerra o dispersi, 190.000 civili dispersi e 69.000 prigionieri dichiarati ancora in mano agli Alleati nei campi per criminali di guerra’.

Mentre, negli anni 1950, cresceva il clima della Guerra Fredda, diventava molto più importante l’occultamento compiuto originariamente dagli ufficiali di SHAEF-USFET. Seppellite le colpe nazionali assieme a quelle personali, Francia e Stati Uniti potevano ora rovesciare le loro atrocità sui morti dei gulag russi. […] Nel 1972, il senatore James O. Eastland prese la parola al Senato accusando i russi d’aver tenuto segretamente milioni di POW tedeschi in condizioni ‘orribili’. (da ‘[key-89] Gli altri lager’, pag.150-151) Stalin diceva a Hopkins, a Mosca, nell’estate del 1945, che i russi avevano circa 2.000.000 di prigionieri adibiti al lavoro. Stalin non aveva bisogno, a quel tempo, di ridurre il dato vero, perché ogni parte stava tentando di ottenere la maggior parte possibile del credito della sconfitta di Hitler.

Tuttavia, un articolo citato da molti scrittori americani e attribuito alla Tass, senza data o citazione precisa della fonte, si diceva attribuisse ai russi una cattura totale di 3.000.000 di prigionieri. Se ciò fosse vero, usando il dato di 837.828 di rilasciati, accettato dagli Alleati nel 1947, risulterebbe che i russi hanno mancato di ‘tener conto’, che, nel linguaggio della guerra fredda, significava liquidare, circa il 73 per cento dei prigionieri in mano loro in tempo di pace. (da ‘Gli altri lager’, pag.150-151)

Anche nei libri americani furono cancellate le verità imbarazzanti. Il poscritto di Eisenhower a Marshall nel maggio 1943, che diceva ‘é un peccato che non ne abbiamo uccisi di più’ riferendosi ai tedeschi, veniva tagliato, probabilmente per ordine del Dipartimento della Difesa, dalla versione delle lettere data alla stampa nell’apparentemente autorevole Papers of Dwight David Eisenhower. La frase era cancellata anche dal libro di corrispondenza di Eisenhower con Marshall intitolato ‘Dear General’. (da ‘Gli altri lager’, pag.153)

Mancando della verità, i tedeschi incominciarono molto presto a credere ai miti. Uno era quello che la fame, che in ogni caso era non intenzionale e causata dal caos e dalla scarsità di cibo, veniva alleviata il più possibile dai generosi americani, che facevano del loro meglio in condizioni impossibili. Uno storico e archivista tedesco diceva all’autore che gli americani non avevano cibo sufficiente per loro stessi, ammettendo però di non aver visto alcun libro o documento in materia. […] Il solo aspetto utile di tutta questa creazione di miti é stato quello di inserire profondamente nella coscienza tedesca un senso di colpa per il male fatto da quella nazione.

Ma il senso di colpa per i campi nazisti era inevitabilmente associato, nella mente dei tedeschi, con l’odio per i campi degli Alleati. I tedeschi che sapevano com’erano quei campi, per esservi stati, trovarono le loro giustificazioni in ciò che facevano gli americani e i francesi. Accettando che gli Alleati fossero giustificati nel punirli per i loro crimini, giustificavano se stessi, cercando vendetta per i crimini di guerra impuniti degli Alleati. Questo desiderio di vendetta é impossibile da soddisfare e cerca perciò dei capri espiatori, manifestandosi nel neonazismo e nell’antiamericanismo. Molti tedeschi pensano oggi che i campi non furono una giusta punizione dalla quale impararono una dura lezione, ma piuttosto una ingiusta punizione contro la quale non osarono protestare. […]

‘Gli altri (gli Alleati) fanno le stesse cose delle quali i (tedeschi) sono incolpati’, dicevano i prigionieri che tornavano dai campi alleati. (da ‘Gli altri lager’, pag.154-155)

Queste morti furono causate volontariamente, o era proprio impossibile per gli Stati Uniti e la Francia salvare le vite dei prigionieri? Se era impossibile, perché non li rilasciarono immediatamente? Il messaggio DEF del 10 marzo 1945 dimostra che la politica americana era pianificata in anticipo e ben prima che venissero catturate le grandi masse di prigionieri. Privare i prigionieri di riparo e delle razioni militari appena finita la guerra era una scelta politica dell’esercito americano. La privazione di cibo, acqua, tende e così via era incominciata settimane prima della fine delle ostilità, come notavano con sgomento Beasley e Mason. Già il 1 maggio si costruivano i recinti per prigionieri PWTE senza ripari, sebbene ci fosse un grande surplus di tende militari americane, e i primi prigionieri venivano privati dello status di POW il 4 maggio, quattro giorni prima del VE Day. In maggio si generalizzò la politica di privare i prigionieri di guerra del loro status e quindi del cibo che stavano già ricevendo. Fu una scelta politica quella che privò del loro status i rimanenti prigionieri, il 4 agosto, e fu ancora politica quella che impedì alle organizzazioni assistenziali civili di aiutare i prigionieri di guerra, i DEF e i civili in Germania. […]

Senza dubbio i DEF morirono in gran numero soprattutto a causa della fame, ma furono la mancanza di assistenza sanitaria e il sovraffollamento che causarono il maggior numero di morti tra i DEF e i POW. Una percentuale relativamente piccola, circa il 10 o il 15 per cento, morì per ‘esaurimento o deperimento’, mentre un numero molto alto per malattie direttamente associate con le condizioni malsane e il congelamento, come polmonite, dissenteria, diarrea, malattie respiratorie e così via.

Cosa può spiegare il rifiuto di fornire beni e servizi prontamente disponibili che avrebbero potuto evitare tutto ciò?. (da ‘Gli altri lager’, pag.158-159)

L’esperienza dei 291.000 prigionieri tedeschi in mano all’esercito degli Stati Uniti, comandato dal generale Mark W. Clark, in Italia, dimostrava che era possibile, nel 1945, per i comandanti americani in Europa tenere in vita i prigionieri senza ‘maltrattarli’. Nessuno ha mai denunciato maltrattamenti di quei prigionieri che, pesati in un campo americano in Germania subito dopo il loro ritorno dall’Italia, non risultarono sottopeso, mentre quelli tenuti in Germania ‘erano tutti sotto peso’. L’esperienza inglese e canadese dimostra che era possibile tenere in vita milioni di prigionieri in Germania, nel 1945. Non é stata mai citata alcuna atrocità in tempo di pace contro gli inglesi e i canadesi, fatta eccezione per la fame, a quanto pare non causata intenzionalmente, di circa 400 prigionieri, nel campo inglese di Overijsche, in Belgio, nel 1945-46. L’indice di mortalità dal 3,5 al 5 per cento tra i civili nella zona britannica, nel 1945-46, raffrontato al 30 per cento o più dei campi americani nello stesso periodo, dimostra che i prigionieri dei campi americani avrebbero avuto una sorte molto migliore, se rilasciati tra la popolazione civile. E’ chiaro che l’esercito in Germania era responsabile come é chiaro che non si trattò d’un incidente. Chi dunque era responsabile nell’esercito in Germania?

Il responsabile era Eisenhower. Solo l’esercito aveva il compito di imprigionare, mantenere, rilasciare e trasferire i soldati tedeschi. (da ‘Gli altri lager’, pag.160-161) Ovviamente la differenza tra i campi inglesi-canadesi e quelli americani non derivava soltanto dal migliore nutrimento fornito nei campi inglesi-canadesi. E’ virtualmente certo, anche se non provato, che l’alta percentuale di sopravvivenza nei campi inglesi-canadesi era dovuta a fattori che non avevano niente a che fare con la scarsità mondiale di viveri. I prigionieri nei campi inglesi-americani avevano riparo, spazio, acqua potabile sufficiente, migliori cure mediche e così via. I prigionieri nei campi americani cercavano ancora di lanciare di nascosto, durante la notte, messaggi avvolti ai sassi chiedendo da mangiare, mentre quelli nei campi inglesi già ricevevano la posta regolarmente. L’esercito canadese permise ad almeno una unità tedesca di tenere tutto l’equipaggiamento telefonico e perfino di continuare a usare una radio trasmittente. Dopo pochi mesi, i prigionieri dei campi inglesi e canadesi ricevevano visite. […] La colpa di tutto ciò va principalmente a Eisenhower, assieme a Hughes e Smith. Solo concedendo agli ufficiali subalterni di ricevere ciò di cui avevano bisogno dai depositi, avrebbe consentito di salvare molte vite. Permettendo la distribuzione dei 13.500.000 pacchi viveri della Croce Rossa destinati ai prigionieri, si sarebbero tenuti in vita per molti mesi, forse più d’un anno, tutti quelli che morivano di fame. Un solo ordine di rilasciare tutti quelli non necessari come manodopera, avrebbe ridotto rapidamente la percentuale dei morti da oltre il 30 per cento all’anno a quella dei civili del 3,5 per cento. Concedere il permesso alle organizzazioni assistenziali di visitare i campi, avrebbe portato a una tempesta di proteste pubbliche contro le atroci condizioni, suscitando nello tesso tempo la volontà politica e operativa necessaria ad alleviarle. (da ‘Gli altri lager’, pag.164-165)

‘L’intenzione del comando dell’Army per quanto riguarda i campi dei POW tedeschi dal maggio 1945 alla fine del 1947 era di sterminare quanti più POW possibile finché la cosa si poteva fare senza controllo internazionale’, secondo il tenente William Crisler, che all’epoca faceva parte del Military Intelligence dell’US Army di occupazione. Crisler fu testimone delle letali condizioni imposte ai prigionieri tedeschi in molti campi, compreso Regensburg presso Monaco. Egli vide anche un ordine affisso alla bacheca del Quartier Generale del Governo Militare Americano in Baviera e firmato dal Governatore Militare della Baviera, in inglese, tedesco o polacco, che diceva che era un crimine punibile con la morte per i civili tedeschi portare cibo ai campi per nutrire i prigionieri (interviste nel 1991 e 1992, oltre a lettere di Crisler, che ha approvato le stesse per la pubblicazione).

I prigionieri stavano allora morendo di fame. Nel grande campo per prigionieri di guerra di Bretzenheim, dove le condizioni erano migliori che in molti altri campi, il registro ufficiale delle razioni, scoperto di recente, mostra che i prigionieri di guerra – quelli trattati meglio di tutti – ricevevano da 600 a 850 calorie al giorno. I prigionieri pativano la fame sebbene ‘i viveri fossero ammassati tutt’attorno al recinto del campo’, secondo il capitano Lee Berwick del 424 Reggimento di fanteria, che aveva in custodia il campo. Recentemente sono state scoperte anche prove che sono stati uccisi sia civili che prigionieri mentre tentavano di dare o ricevere cibo attraverso le barriere di filo spinato. E due tedeschi hanno rivelato che videro i bulldozer dell’US Army seppellire vivi dei prigionieri nelle loro buche di terra nei campi di Remagen e Bad Kreuznach. Fu solo un giorno dopo la fine della guerra, l’8 maggio 1945, che il Governo Militare di Eisenhower dichiarò che dar da mangiare ai prigionieri era un crimine capitale per i civili tedeschi. (da ‘Gli altri lager’, pag.169)

Il tenente William Crisler ha detto: ‘Ho visto l’ordine in inglese e tedesco affisso per un breve periodo alla bacheca del Quartier Generale del governo militare della Baviera. Era firmato dal capo di Stato Maggiore del governo militare della Baviera. Più tardi fu affisso in polacco a Straubing e Regensburg, perché c’erano molte compagnie di guardie polacche ai campi. L’intenzione del comando dell’Army a proposito dei campi di POW tedeschi era molto chiara dal maggio 1945 fino a tutto il 1946. Era di sterminare quanti più POW possibile finché la cosa si poteva fare senza controllo internazionale.

Questa era conosciuta come la politica degli alti gradi del comando’. Ex prigionieri hanno consentito anche la scoperta di prigionieri e di un civile che furono fucilati per il ‘delitto’ di aver passato cibo attraverso il filo spinato. Donne e ragazze civili furono uccise, prese a fucilate e imprigionate per aver portato cibo ai campi, sebbene l’ordine di Eisenhower avesse dato implicitamente ai singoli comandanti dei campi la possibilità di fare eccezione per i famigliari che tentavano di dar da mangiare ai loro congiunti attraverso il filo spinato. Il prigioniero Paul Schmitt fu ucciso nel campo americano di Bretzenheim dopo essersi avvicinato al filo spinato per incontrare la moglie e il giovane figlio che gli portavano del cibo. I francesi seguivano l’esempio: Frau Agnes Spira fu uccisa da guardie francesi a Dietersheim nel luglio 1945 mentre portava cibo ai prigionieri. (da ‘Gli altri lager’, pag.170)

Il prigioniero Hans Scharf, che ora vive in California, fu testimone dell’uccisione più raccapricciante. Vide una donna tedesca con i suoi due bambini venire verso una guardia americana nel campo di Bad Kreuznach, portando una bottiglia di vino. Chiese alla guardia di dare la bottiglia a suo marito che era proprio dietro al filo spinato. La guardia si scolò la bottiglia, e, vuota, la gettò a terra e uccise il prigioniero con cinque colpi. Gli altri prigionieri urlarono, attirando l’attenzione del tenente dell’US Army Holstman di Seattle, che disse: ‘E’ una cosa orribile. Mi accerterò che la cosa vada davanti a una corte marziale’. In mesi di lavoro negli archivi dell’Esercito a Washington, non é risultata alcuna corte marziale per quest’episodio o altri simili. (da ‘Gli altri lager’, pag.171)

Martin Brech, professore in pensione di filosofia del Mercy College di New York, che era di guardia ad Andernach nel 1945, ha confermato che la politica del terrore di Eisenhower era duramente imposta fino ai gradi più bassi delle guardie del campo. (da ‘Gli altri lager’, pag.171)

A Bad Kreuznach, William Sellner di Oakville, nell’Ontario, vide un giorno dei civili che gettavano cibo oltre il filo spinato mentre le guardie guardavano con indifferenza. Ma, di notte, quelle guardie sparavano a caso raffiche di mitragliatore nel campo, sembra per divertirsi. A Bad Kreuznach, Ernst Richard Krische, amputato a un braccio, scrisse non di meno nel suo diario il 4 maggio: ‘Sparatoria selvaggia nella notte, proprio come i fuochi d’artificio. Dovrebbe essere la cosiddetta pace. La mattina dopo, 40 morti come vittime dei fuochi d’artificio soltanto nel nostro recinto, molti feriti. (da ‘Gli altri lager’, pag.172)

Quando, in luglio, gli americani si preparavano a lasciare il campo, fu detto a Buchal dai conducenti del 560 Ambulance Company che avevano trasportato cadaveri ed evacuato prigionieri ammalati, che durante le dieci settimane di controllo americano nei sei campi attorno a Bretzenheim, erano morti 18.100 prigionieri. Buchal non venne a sapere dove finivano i cadaveri. Egli udì lo stesso numero di 18.100 morti anche dai tedeschi che tenevano le statistiche dell’ospedale e da altro personale americano nell’ospedale. […] Molti riferiscono un numero di morti superiore a 50 al giorno per un lungo periodo nel solo campo, senza contare l’ospedale. Uno riferisce di 120-180 cadaveri portati fuori dal campo ogni giorno, senza tener conto dell’ospedale. (da ‘Gli altri lager’, pag.173)

Il capitano Berwick aveva il comando dei capisquadra tedeschi che dovevano portare fuori dal campo ogni giorno i cadaveri. Egli valuta che da tre a cinque cadaveri al giorno venivano portati fuori da ciascuno dei 20 recinti compresi nel campo più grande, nel periodo peggiore, che durò circa sedici giorni. Ciò significa che solo dal campo, senza considerare l’ospedale, da circa 960 a circa 1.600 cadaveri vennero portati fuori in solo sedici giorni. (da ‘Gli altri lager’, pag.173)

Leggiamo anche a pagina 17 del rapporto della 106 che in maggio e giugno le ambulanze della 106 fecero 2.434 viaggi coprendo 193.949 miglia, evacuando 21.551 prigionieri. Come abbiamo visto nel caso delle truppe che si diceva fossero state trasferite al generale Clark nel 1945 in Austria, e che Clark riferiva non essere mai arrivate, c’è un solo modo di partire da un luogo e non arrivare in alcun altro, e questo modo é il morire. In ogni caso, un dottore tedesco, Siegfried Enke, di Wuppertal, che lavorò in una unità ospedaliera d’un campo americano, ha detto che i pazienti malati incurabili venivano trasferiti a un altro fabbricato (chiamato probabilmente ospedale d’evacuazione) e che non li vedeva più. (da ‘Gli altri lager’, pag.176)

Il dottor Joseph Kirsch scrive: ‘Mi offrii volontario al Governo Militare del 21 (francese) Regione Militare (presso Metz)… Fui assegnato all’ospedale militare ‘francese’ situato nel piccolo seminario di Montigny… Nel maggio 1945, gli americani che occupavano l’ospedale di Legouest ci portavano con le ambulanze ogni notte barelle cariche di prigionieri moribondi in uniforme tedesca… Le ambulanze entravano dall’ingresso posteriore… Noi allineavamo le barelle nella sala centrale. Non avevamo niente a disposizione per le cure. Potevamo soltanto eseguire esami superficiali elementari (auscultazione). Soltanto per scoprire prima le cause della morte nella notte… Poi, al mattino, arrivavano altre ambulanze con bare e calce viva… I prigionieri erano in condizioni talmente cattive che il mio ruolo era ridotto a dar conforto ai morenti. Questo dramma mi ha ossessionato dalla guerra in poi; lo ricordo come un orrore’.

Il lettore può giudicare quale opinione avessero gli americani di quegli ‘ospedali’ dal fatto che, assieme ai pazienti, trasportavano bare e calce viva. (da ‘Gli altri lager’, pag.176)

La prova che le evacuazioni erano quasi tutte morti nascoste divenne molto più forte con l’arrivo dei francesi in luglio. I francesi che rilevarono dagli americani in luglio l’intera area del Reno, compresi campi e ospedali, lamentarono il fatto che gli americani avevano detto che c’erano 192.000 uomini nei campi e negli ospedali, ma in realtà ne avevano trovati soltanto 166.000. Non solo i francesi non li trovarono, gli americani ammisero riservatamente che non c’erano. (da ‘Gli altri lager’, pag.177)

La più impressionante delle prove dettagliate di morti registrate da unità ospedaliere viene pure dalla 106 Divisione. Nelle unità ospedaliere della 106, escludendo ‘ospedali d’evacuazione’, in 70 giorni, morirono 1.392 persone su un carico di pazienti di 23.095. […] A Bretzenheim, a tre miglia di distanza, Max Dellmann, il pastore protestante del campo nel 1946, seppe dai medici tedeschi del 50° Field Hospital HQ Detachment nel campo, che vi erano morti dai tremila ai quattromila uomini quando c’erano gli americani. (da ‘Gli altri lager’, pag.178)

Una notte nell’aprile del 1945, fui risvegliato di colpo dal mio sopore nella pioggia e nel fango da strazianti grida e da forti lamenti. Balzai i piedi e vidi in distanza (circa 30-50 metri) i fari di un bulldozer. Vidi poi che il bulldozer stava avanzando attraverso la folla di prigionieri stesi a terra. Aveva davanti una lama che tracciava una strada nel terreno. Non so quanti dei prigionieri finirono sepolti vivi nelle loro buche. Non fu più possibile rendersene conto. Odo ancora chiaramente le grida di ‘Assassino!’. (da ‘Gli altri lager’, pag.184)

Una lettera di un funzionario del Dipartimento di Stato, confermata da un funzionario del Comitato Internazionale della Croce Rossa, stabilisce inequivocabilmente, nel gennaio 1946, che ‘le condizioni sotto le quali i POW tedeschi sono stati tenuti nel teatro europeo d’operazioni ci espongono a gravi accuse di violazioni della Convenzione di Ginevra’. […] L’ICRC riferiva dalla Francia, e l’esercito riferiva dall’Austria e Berlino, che i prigionieri in mano agli americani morivano di fame. (da ‘Gli altri lager’, pag.201)

Ma i francesi non erano i soli responsabili di quegli eccessi. Intenzionalmente interpretando a modo loro la direttiva 1067 dei capi di Stato maggiore, molti ufficiali alle dipendenze di Eisenhower avevano cominciato ad affamare i prigionieri che alla fine della guerra erano caduti in mano americana. (II consulente politico di Eisenhower, Robert Murphy, così riferì nel suo libro Diplomat among the warriors (Londra, 1964), pagg. 360-361, dopo una visita a uno di quei campi; ‘Rimasi allibito quando constatai che i prigionieri in nostre mani erano deboli ed emaciati come quelli che avevamo trovato nei campi nazisti. Il giovane comandante tranquillamente ci disse di avere deliberatamente tenuto i prigionieri in una dieta da fame…

Quando andammo via il nostro direttore sanitario mi chiese se quel campo rappresentava l’essenza della politica americana in Germania’.) Così un milione di loro morì per fame, ipotermia e malattie. Anche nei territori orientali veniva selvaggiamente implementata una politica vicina a quella suggerita dal Piano Morgenthau: in cerca di vendetta, i comandanti dei campi di concentramento siti in quello che era nel frattempo diventato territorio polacco avevano dato inizio al sistematico assassinio dei prigionieri di guerra tedeschi. (da ‘Norimberga ultima battaglia’, pag.215-216)

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