Ricordare…

42e – Le conseguenze

Ma tra le due Italie esisteva una differenza secondo il Diritto internazionale. Dopo l’8 settembre 1943 il potere legale del Sud venne esercitato dagli occupanti anglo-americani, cioè dal ‘nemico’, poiché si era ancora in regime d’armistizio. Al governo di Vittorio Emanuele III era preclusa, de jure, ogni indipendenza. Tale preclusione non esisteva per la Repubblica Sociale Italiana che emanava le sue leggi, la sua moneta e i suoi decreti senza l’autorizzazione dell’alleato tedesco. (da ‘J.V.Borghese e la X MAS’, pag.57-58)

Le conseguenze dell’armistizio furono per l’esercito italiano (1.700.000 uomini) disastrose: 24.744 ufficiali e 522.687 soldati vennero catturati dai tedeschi e circa 18.400 si rifugiarono in Svizzera. Tuttavia le cifre sono, non possono non esserlo, imprecise. Secondo altri la tragedia coinvolse ben 22.000 ufficiali, 16.000 sottufficiali e 550.000 soldati. La verità non si potrà mai sapere. I dati che riguardano il bottino materiale fatto dall’ex-alleato sono pure da prendere con beneficio d’inventario: 1.255.660 fucili, 33.383 mitra, 9.986 pezzi d’artiglieria, 970 carri armati e cingolati, 4.553 aerei, 15.500 autoveicoli, 28.600 tonnellate di munizioni, 123.000 metri cubi di carburante, tre milioni di uniformi e a tutto ciò si aggiungevano 67.000 quadrupedi. Gran parte del materiale suddetto non era mai stato distribuito… (da ‘In nome della resa’, pag.386)

Allo stesso modo, però, proprio per obiettività, occorre elencare i casi, ancor più sconosciuti, di rifiuto dell’armistizio o, almeno, di rifiuto della sua clausola della resa a Malta. Sulla corazzata Giulio Cesare, per esempio, c’era stato un ammutinamento da parte del direttore di macchina, di quattro ufficiali e di alcuni sottufficiali, che avevano rinchiuso e fatto piantonare il comandante nel suo alloggio. La loro idea era quella di far autoaffondare la nave al largo di Ortona, ma il moto di ribellione venne domato. Tumulti vi furono anche sulle torpediniere Indomito, Ariete, Animoso ed Impavido che, al momento dei fatti, si trovavano a Portoferraio. L’ultima unità fu addirittura manomessa, ma, alla fine, l’ammiraglio Nomis di Pollone si impose e le navi raggiunsero Palermo, dove si diresse anche l’Ardimentoso. Vi furono però navi che realmente si autoaffondarono per non arrendersi agli Alleati: si citano l’Impetuoso, l’Orione, la Libra e la Pegaso davanti a Pollenza, nelle Baleari, i sommergibili Ametista e Serpente ad Ancona. Sembra poi che il comandante Marietti trovò la morte autoaffondandosi con il proprio sommergibile, il Murena, alla Spezia e che la nave Ardito (la quale si trovava all’Elba) fu addirittura consegnata dall’equipaggio ai tedeschi, l’11 settembre 1943. (da ‘In nome della resa’, pag.389-390)

Il 29 settembre, a bordo della corazzata Nelson ancorata nella rada di Malta, il capo del governo italiano si vide mettere sotto gli occhi il testo dell’armistizio lungo: si trattava di 44 clausole di natura politica, economica e finanziaria che andavano ad aggiungersi alle 13 clausole militari dell’armistizio corto. Badoglio rimase sconcertato e tentò di opporsi, sottolineando la lealtà e la buona volontà del governo da lui presieduto a collaborare con gli Alleati, ma tutto fu inutile. […] le clausole rimasero quelle che erano e, a riguardo delle quali , Katherine Duff scrisse con perspicacia: ‘Gli italiani avevano [il 3 settembre] già di fatto firmato un assegno in bianco, sul quale l’armistizio lungo aggiunse le cifre’. Esse infatti erano tanto dure che furono tenute segrete fino al 3 novembre 1945. (da ‘In nome della resa’, pag.393-394)

I richiami al servizio militare ebbero scarso successo e Antonio Gambino afferma che i disertori furono più di 240.000: e ciò malgrado che Badoglio emettesse un proclama che annunciava la pena di morte per la diserzione! (da ‘In nome della resa’, pag.396)

La conferenza di Parigi non tenne conto della cobelligeranza dell’Italia e considerò esclusivamente la guerra 1940-43 come l’unica guerra da essa condotta nell’ambito del secondo conflitto mondiale. Il riconoscimento del contributo dato dall’Italia alla causa delle Nazioni Unite nella guerra 1943-45 fu segregato in un semplice preambolo all’inizio del trattato, assumendo, in questo modo, un amaro sapore ironico. (da ‘In nome della resa’, pag.576)

Vittorio Emanuele Orlando, che a Versaglia era stato uno dei ‘Quattro Grandi’, definì questa pace ‘di una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra Storia’. Il professor Messineo espresse l’opinione degli italiani nella rivista dei Gesuiti, ‘Civiltà Cattolica’, con questi termini: ‘Le Nazioni Unite hanno tradito l’Italia, giacché non si può qualificare con un termine meno forte un trattato nel quale i suoi quattro compilatori, lungi dal tenere conto della cobelligeranza e dello sforzo militare ed economico, cui si è assoggettato il popolo italiano nei duri mesi della guerra combattuta sul suo suolo, per aiutare al conseguimento della vittoria, hanno accumulato clausole sopra clausole, l’una più oppressiva dell’altra, l’una più umiliante dell’altra, trattandola con una asprezza che non poteva essere maggiore, se avesse combattuto fino all’ultimo momento contro i suoi nemici di prima!’.

Valse allora la pena di sottoporsi all’armistizio del 3 settembre 1943?

Alla domanda che sorge spontanea, la risposta non può essere che pragmatica. Fu, a dir poco, un errore: ci si fece bollare di tradimento dai tedeschi (e non solo da loro), ma prima di essere un tradimento dei compagni d’arme fu un tradimento del popolo italiano (perché esso fu abbandonato dal re e da Badoglio alla vendetta hitleriana) e questo tradimento avvenne non perché i dirigenti italiani si fossero improvvisamente convinti della bontà della causa democratica, ma solo perché temevano che il continuare la guerra perduta sarebbe potuto essere fatale a se stessi, alla dinastia, al sistema, alla grande industria. L’armistizio, giustificabilissimo se avesse risparmiato più lutti e rovine all’Italia, ne produsse di più di quanti ne sarebbero accaduti, se l’Italia avesse combattuto fino alla fine della guerra dalla parte malauguratamente scelta nel 1940. Non solo, ma il modo come fu negoziato fece scaturire il disprezzo degli stessi anglo-americani che, per giunta, al momento del trattato di pace, si dimostrarono perfino irriconoscenti deludendo le speranze di coloro che credevano di intenerire i vincitori verso l’Italia collaborando con loro contro l’ex alleato. Oltretutto l’armistizio fu la causa della dolorosa spaccatura della Nazione in due Stati e, se fu la scintilla della lotta partigiana, quest’ultima, perché monopolizzata dagli stalinisti, non ebbe quella forza morale necessaria per dare credibilità alla lotta democratica del popolo italiano contro il nazifascismo e non seppe neppure raggiungere i suoi fini, poiché alla fine divenne uno strumento dello Stato borghese ‘del sud’ e degli anglo-americani, contro cui non combattè. Essa provocò perciò ulteriori lutti per nulla. (da ‘In nome della resa’, pag.577-578)

Eisenhower prese la parola e affrontò direttamente l’argomento più importante, sollecitando una pronta dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania. Fui sorpreso da quella voce, dai toni gravi ma ricchi di risonanze, pacata ma decisa, quanto diversa dalle isteriche sfuriate di Mussolini e di Hitler! Badoglio dichiarò che il re intendeva costituire al più presto un governo a larga partecipazione politica per ottenere a questo fine l’appoggio delle varie parti manifestatesi dopo il 25 luglio. Sul piano militare, sperava di essere in grado di fornire agli alleati, tra qualche tempo, il concorso di una decina di nostre divisioni.

Eisenhower non nascose la sorpresa. Domandò a Badoglio se il suo governo fosse a conoscenza del fatto che i tedeschi riservavano agli italiani catturati un trattamento particolare, perché l’Italia stava di fatto combattendo la Germania senza dichiararle guerra. Questa domanda provocò a sua volta una sorpresa negli italiani, che si consultarono sotto voce. Rispose Ambrosio: ‘I tedeschi li considerano partigiani’. ‘Quindi passibili di fucilazione?’ domandò Eisenhower. ‘Senza dubbio’ rispose Badoglio. Secondo Eisenhower, la circostanza poteva lasciare indifferenti gli alleati ma, da un punto di vista italiano, non potevano esserci esitazioni: sarebbe stato opportuno farli riconoscere al più presto come combattenti regolari, a seguito di una formale dichiarazione di guerra. Badoglio fece presente che il re considerava di avere, in quel momento, autorità su una parte troppo piccola del territorio nazionale per essere in grado di fare quella dichiarazione. Eisenhower obiettò che altri Paesi, con minori territori sotto controllo, e alcuni addirittura senza alcun territorio, avevano egualmente dichiarato guerra alla Germania. Gli alleati intendevano restituire progressivamente all’Italia i territori da loro controllati, ma tale restituzione non avrebbe potuto avere luogo senza una formale dichiarazione di guerra. (da ‘Guerra di spie – I servizi segreti fascisti, nazisti e alleati 1939-1945’, pag.169-170)

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