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081 – Un episodio poco conosciuto: Mussolini salva la DC

Quando il Duce graziò lo stato maggiore della Dc partigiana
di Roberto Beretta
Avvenire 20 giugno 2008

E il Duce salvò la Dc, facendo liberare i vertici del partito che sarà al governo nel dopoguerra.
Incredibile? Eppure è documentato dalla più recente ricerca di Lodovico Galli, bresciano che da oltre un trentennio ormai ara i sentieri alternativi della storiografia della Repubblica sociale.

Non per nulla il volume – come sempre stampato in proprio – si intitola Verità i­gnorate (pagine 176, euro 15, 00). E uno dei capitoli più corposi e curiosi è dedicato appunto al «salvataggio» dello stato maggiore della futura Democrazia cristiana lombarda, catturato dai repubblichini e quasi certamente destinato all’esecuzione capitale.

Mario Bendiscioli, intellettuale e storico bresciano che era stato tra i fondatori dell’editrice Morcelliana; Enrico Mattei, futuro presidente dell’Eni, rappresentante della Dc nel Cln Alta Italia; Giorgio Balladore Pallieri, professore di Diritto della Cattolica – sarà in seguito anche preside della facoltà di Giurisprudenza e presidente della Corte internazionale dei Diritti dell’uomo a Strasburgo; il segretario Dc di Brescia Pietro Mentasti, futuro Alto commissario per l’alimentazione nel primo governo De Gasperi; il sindacalista Giuseppe Rapelli, già collega di Gronchi e Achille Grandi nel triumvirato che resse l’ultimo periodo della cattolica Confederazione Italiana dei Lavoratori prima del Ventennio fascista e nel dopoguerra membro della Costituente e più volte parlamentare: insomma, un gruppo di prim’ordine per quando riguardava la Dc del Nord.

E un bel colpo per la polizia politica della Rsi, quando il 24 (o 26) ottobre 1944 riuscì ad arrestarli tutti in un appartamento milanese. I prigionieri vennero portati nelle carceri di Como, perché il loro arresto era avvenuto per opera del famigerato Domenico Saletta, commissario alla Questura della località lariana.
A carico dei fermati pendeva un addebito gravissimo: aver segnalato agli inglesi la posizione precisa delle residenze gardesane di Mussolini, in modo che l’aviazione alleata potesse bombardarle; cosa che fece effettivamente all’inizio di dicembre, colpendo però solo una dependance tedesca. Subito – anche su impulso dei familiari – si organizzò una serie di contatti, anche ad alto livello, per salvare i partigiani.
Tra gli altri vennero coinvolti monsignor Giuseppe Bicchierai, longa manus del cardinal Ildefonso Schuster per questo genere di «contatti umanitari» con i nazisti, ed Edmondo Cione: un socialista, già discepolo di Benedetto Croce, che si era avvicinato alla Rsi fondando una sorta di partito socialista «autorizzato» dal regime.

Esisteva in­fatti anche tra i repubblichini un’ala «moderata» che spingeva per mantenere un atteggiamento di «conciliazione nazionale», probabilmente in previsione della fine della guerra; ne facevano parte ad esempio il ministro dell’Educazione Carlo Alberto Biggini, il generale Renzo Montagna, capo della Polizia, e il giornalista Carlo Silvestri, fondatore di una sorta di «croce rossa» che si adoperò molto per salvare antifascisti.

Proprio Cione, in una testi­monianza scritta mandata alla corte che processava nel 1947 il generale Montagna, parla di un suo incontro con Mussolini per ottenere la grazia agli arrestati e quindi di una riunione «lunga e drammatica» all’Hotel Plaza di Milano, intorno alla fine di gennaio 1945, presenti – da una parte – Bicchierai e Montagna e – dall’altra – i due più alti funzionari della Questura comasca e il Prefetto.
Alla fine, nonostante l’opposizione di Saletta che voleva allestire un tribunale militare speciale seguito da una fucilazione di massa, Montagna decide di far edulcorare il rapporto di polizia e liberare i democristiani alla spicciolata (Mattei e Mentasti erano già riusciti a evadere in tempi diversi, quest’ultimo pare con l’aiuto di Edgardo Sogno).

Dietro alla scelta, però, ci sarebbe stato un orientamento personale del Duce, che aveva trattenuto presso di sé alcuni dei compromettenti documenti sequestrati da Saletta e a Silvestri aveva detto: «Bisogna che i tedeschi non mettano le mani in questa faccenda, altrimenti la parola è al mitra»
(da Quando il Duce graziò lo stato maggiore della DC partigiana)

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