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044 – Crimini degli Alleati – i profughi

L’olocausto dei cosacchi anticomunisti
In questo quadro (N.d.R: la fine della guerra e l’accordo di Yalta) s’inserisce la vicenda dei cosacchi e dei caucasici — militari e civili — arresisi in Austria all’esercito britannico il 9 maggio 1945, dopo aver soggiornato qualche mese in Carnia, lì mandati dai capi del Terzo Reich a costituire un “territorio cosacco nell’Italia Settentrionale”, nell’ambito di un “territorio costiero adriatico” comprendente terre italiche, austriache e slave.

I combattenti sono inquadrati soprattutto nel 15° Corpo di Cavalleria del generale tedesco Helmut von Pannwitz — anche se i sovietici lo definiranno falsamente “ufficiale delle SS“, si trattava di persona ben poco legata all’ideologia nazionalsocialista — e impiegati militarmente dall’alto comando tedesco nei territori slavi meridionali contro i partigiani titini, ma sostanzialmente mai nella guerra antisovietica sul suolo patrio come invece essi avrebbero desiderato.

Dopo la sconfitta del Terzo Reich, costoro si aspettano, da parte alleata, una continuazione della guerra in senso anticomunista. Forti dell’amicizia con Londra, che data sin dai tempi della Guerra Civile russa, i cosacchi si fidano dei vincitori. Fra loro vi sono anche numerosi membri dell’emigrazione bianca, ossia soggetti estranei all’accordo di rimpatrio perché non cittadini sovietici: vecchi combattenti della Guerra Civile e ataman famosi come il generale Pëtr Nikolaevic Krasnov (1869-1947) dei cosacchi del Don, tutti tornati per combattere la grande guerra patriottica.

Mentre il 12 maggio, in Boemia, i sovietici catturano Vlasov, in Austria, a partire dal 1° giugno tutti i prigionieri — combattenti, uomini, donne, vecchi e bambini spinti come animali su carri-bestiame — sono consegnati ai sovietici con la forza e con l’inganno: decine gli episodi raccapriccianti nei campi nei dintorni di Lienz, Oberdrauburg, Feldkirchen, Althofen e Neumarkt, e i suicidi collettivi nelle acque del fiume Drava.

Gli ufficiali precedono di qualche giorno: il 29 maggio li si convince di un’inesistente conferenza sul loro futuro e li si offre ai sovietici nella cittadina austriaca di Judenburg.

Chi non viene fucilato o impiccato sul posto è internato nel GULag, perché — secondo Stalin — il prigioniero di guerra è un traditore, pericoloso perché “ha visto l’Occidente” anche se solo da dentro un lager nazionalsocialista. Fra gli ufficiali troverà la morte anche il generale von Pannwitz, che vuole condividere il destino dei suoi uomini e degli altri ufficiali superiori cosacchi, mentre gli sarebbe stato facile sfuggire tale sorte dichiarandosi tedesco e così restare con gli Alleati e godere del trattamento riservato dalla Convenzione di Ginevra ai prigionieri di guerra, che peraltro, mai sottoscritta da Stalin, non valeva per i cittadini sovietici caduti in mano nemica.

La Pravda annuncia processo ed esecuzione degli ufficiali cosacchi il 17 gennaio 1947, anno che viene assunto come quello della loro morte.
Aleksandr I. Solzenicyn, in Arcipelago GULag. Saggio di inchiesta narrativa, del 1973, ha definito la vicenda l’”ultimo segreto” della seconda guerra mondiale; da qui ha preso spunto lo storico ed europarlamentare conservatore inglese Lord Nicholas William Bethell per The Last Secret: Forcible Repatriation to Russia 1944-1947, del 1974.

Vittime di Jalta
Nel 1944, il ministro degli Esteri britannico Sir Robert Anthony Eden (1897-1977) — poi Lord Avon e primo ministro dal 1955 al 1957 —, circondato da un entourage “di sinistra“, riesce, dopo ripetuti sforzi, a convincere il capo del governo di coalizione del tempo di guerra, fra 1940 e 1945, — Winston Leonard Spenser Churchill (1874-1965), più tardi insignito del titolo Sir e di nuovo primo ministro dal 1951 al 1955 — dell’opportunità di rimpatriare tutti i cittadini sovietici stanziati in Occidente.

Dal mese di settembre, la politica dei rimpatri diviene una linea ufficiale. In ottobre, Churchill, Eden, Stalin e il ministro degli Esteri sovietico Vyaceslav Mihajlovic Skrjabin detto Molotov (1890-1986) s’incontrano a Mosca e definiscono l’accordo sui rimpatri, anche forzati, dei prigionieri ben prima degli incontri di Jalta, in Crimea, svoltisi fra il 4 e l’11 febbraio 1945, che risultano dunque essere solo una ratifica di quanto già stabilito: verranno riconsegnate circa 2.750.000 persone, in gran parte riluttanti, contro una vaga promessa di restituzione, da parte sovietica, di prigionieri di guerra alleati.

L’ultima operazione di rimpatrio forzato di cittadini sovietici messa in atto dagli Alleati — preparata dal trasferimento dei prigionieri in territorio italiano — è denominata Eastwind e ha inizio il 2 aprile 1947, mentre con l’Operazione Highjump sono riconsegnati a Josip Broz detto Tito (1892-1980) slavi meridionali anticomunisti, pure prigionieri.

Il destino degli slavi meridionali anticomunisti
Sempre fra fine maggio e inizio giugno del 1945, e sempre con l’illusione di un ridislocamento in territori sicuri, i britannici consegnano a Tito migliaia di slavi meridionali anticomunisti — ancora uomini estranei agli accordi fra Stalin e Alleati —, in maggioranza domobranci, le guardie nazionali slovene e croate, riparati in Austria.

Costoro — il loro tradimento da parte britannica è parallelo a quello consumato ai danni dei cetnici monarchici serbi, anticomunisti e contrari alle potenze dell’Asse, del generale Draza Mihajlovic (1893-1946), sacrificati sull’altare della nuova alleanza fra Churchill e Tito — sono massacrati dai partigiani comunisti e gettati in fosse comuni come quella — non unica, scrive l’ex ufficiale britannico del SOE, Special Operations Executive, Michael Lees, in The Rape of Serbia: The British Role in Tito’s Grab for Power 1943-1944, del 1990 — della foresta di Kocevje, in Slovenia, dove sono state rinvenute le ossa di circa 10.000 vittime.

Fra cosacchi e slavi meridionali riconsegnati ai rispettivi despoti comunisti, la cifra più cauta è di circa 70.000 persone, anche se ne sono state avanzate di maggiori.
(da Crimini di guerra degli Alleati nel 1945 di Marco Respinti)

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