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160 – Le brigate Rosse

Con la storia delle Brigate Rosse si entra nel vivo dei crimini perpetrati dai terroristi di sinistra in Italia negli anni a noi più vicini.

Le Brigate Rosse, famose per essere state esorcizzate con il termine “sedicenti” (finché ciò è stato possibile) dai mass-media su disposizione del P.C.I., rappresentano non solo il primo vero gruppo terroristico organizzato del ventennio ’70-’80, ma anche quello più esteso e più pericoloso.

L’autrice del medesimo saggio indica l’origine delle B.R. nel Collettivo politico metropolitano, un gruppo politico nato a Milano sul finire degli anni ’60, e nei G.A.P. di Giangiacomo Feltrinelli.

In realtà si potrebbe andare più indietro e trovare la vera origine del movimento in due diverse città del nord: Trento, dove Renato Curcio e Mara Cagol frequentavano la Facoltà di Sociologia (il primo fu anche una specie di assistente del preside, Francesco Alberoni) e Reggio Emilia, città natale di Alberto Franceschini, fondatore insieme ai primi due del movimento terroristico.

Quest’ultimo descrive molto bene l’origine dell’organizzazione in un libro dal titolo “Mara, Renato e io”, edito nel 1988 da Mondadori (ristampa del 1991 negli Oscar).

In particolare pone grande rilievo nel collegamento che le nascenti Brigate Rosse volevano avere, ed in realtà avevano, con il movimento partigiano degli anni 1943-45.

Il legame, ideale ma anche concreto, viene chiamato il “filo rosso”, e proprio questo è il titolo del primo capitolo del libro di Franceschini.

Vi si racconta della “consegna delle armi”, allorquando un vecchio partigiano affidò a Franceschini la pistola Browning sottratta a un ufficiale tedesco ucciso in montagna. Con questa arma furono commessi i primi delitti delle B.R.

Vi si racconta del 25 aprile trascorso in Valsesia con i reduci della Brigata di Cino Moscatelli, e dell’incontro con il “grande Cino”.

Vi si racconta di come un vero gappista si unì al primo nucleo terrorista. Ma lasciamo la parola a Franceschini:

«Il “filo rosso” che ci legava ai partigiani divenne ancora più solido quando uno di loro, lo chiamerò Sergio, venne con noi, a Milano. Aveva una quarantina d’anni: durante la Resistenza, da ragazzo, era stato nei GAP, quelli storici, e aveva voglia di ricominciare. Non ci pensammo molto a farlo diventare un “regolare” delle Br: un gappista vero ci avrebbe insegnato molte cose. Sergio, ci dicevamo, aveva sparato veramente al nemico, avrebbe saputo aiutarci e consigliarci.»

Qual è la vera identità di “Sergio”? Perché Franceschini non la rivela? Noi chiediamo che non venga concessa nessuna clemenza e nessun indulto a chi ancora si ostina a mantenere celata l’identità di chi si è macchiato di delitti.

E Giovanni Pesce, capo dei GAP, non potrebbe aiutare lo Stato ad individuare i complici delle B.R.?

(da Osservatorio sui delitti del comunismo in Italia – Brigate Rosse)

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