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129 – Corea del Nord

Doug STRUCK e Joohee CHO Una finestra aperta sugli orrori della Corea del nord tratto da Washington Post, 4.10.2003 (Traduzione: Alfonso Martone).

SEUL. Han, un funzionario del partito comunista della Corea del Nord, si accorse di essere in pericolo mentre tornava a casa dal lavoro. Si era procurato una radiolina in Cina durante un viaggio ufficiale. L’aveva ascoltata in tarda notte, con le cuffie, con le tendine abbassate, per sentire quella musica che gli dava un attimo di respiro portandolo via dagli orrori della sua giornata.

Qualcuno deve averla trovata, o semplicemente deve averne parlato.

“Potrebbero essere stati i miei bambini a dirlo in giro. Potrebbe essere stato un amico, un conoscente”, ci ha detto Han, 39 anni, a condizione che non venga identificato col cognome.

“Se un contadino o un operaio avesse una radio, poteva magari essere liberato”, dice Han. “Ma io sono un ufficiale. Nel mio caso c’è la tortura e una condanna a vita nei campi dei prigionieri politici”.

In quel momento ha scelto, ha scelto come tante altre migliaia di persone che scappano dalla Corea del Nord: ha lasciato la sua famiglia per salvare la sua stessa vita. Andò al confine cinese in quel giorno di luglio del 1997 e ha guadato il fiume, abbandonando sua moglie e i suoi figli, allora di quattro e due anni, ed ha passato tre anni in Cina, finché non è stato aiutato da dei missionari a raggiungere Seul.

Da quando ha lasciato la Corea del Nord, non ha più avuto contatti con la moglie e i figli. “Penso a loro ogni giorno”, ha detto di recente a Seul. “Ho provato a dimenticarli”, dice lentamente, “ma quella è la mia famiglia”.

I fuggitivi hanno aperto gradualmente una finestra dettagliata e spaventosa sulle brutali condizioni di sopravvivenza per 22 milioni di persone in Corea del Nord. Per molti anni, le storie dei relativamente pochi fuggiaschi erano sospettate di essere strumenti di propaganda del governo sudcoreano. I racconti delle loro luride storie di vita in Corea del Nord venivano considerati esagerazioni, per compiacere i nuovi nemici.

Ma oggi i fuggiaschi della Corea del Nord ammontano a decine, forse centinaia di migliaia – la dimensione complessiva dell’esodo non è ancora chiara. In fuga attraverso il fiume al confine con la Cina, dove vivono da rifugiati, o in fuga attraverso i deserti e le giungle della Mongolia, Birmania o Tailandia.

Le loro storie hanno guadagnato la credibilità solo a causa del loro numero e della loro consistenza, e per la conferma dei pochi stranieri che hanno lavorato in Corea del Nord. Nelle dozzine di interviste a Seul in due anni, i fuggiaschi hanno tratteggiato un’immagine di crudeltà, difficoltà, repressione, che li ha convinti alla fuga come unica via d’uscita, non importa a quale costo.

Sono spesso scappati portandosi sulla coscienza l’aver di fatto condannato i loro amati. Lasciare illegalmente la Corea del Nord è considerato un grave crimine; andare in Corea del Sud è considerato tradimento. Le famiglie -e perfino i parenti più lontani- di quelli che lo hanno fatto, vengono proscritte, private del lavoro, imprigionate o uccise. Molti si rendono conto che la loro libertà è più complicata di quanto avessero immaginato, ed il loro presente è continuamente minacciato dal loro passato.

“I membri delle famiglie dei traditori perdono il diritto perfino alle razioni di cibo. Condannati a morte per fame”, dice la moglie di Soon Yong Bum, un capitano di peschereccio. La coppia salpò per il Mar Giallo e andò verso il porto sudcoreano di Inchon lo scorso agosto. Hanno dovuto lasciarsi dietro le loro famiglie, compreso il fratello di lei, un funzionario di governo che certo verrà punito severamente.

“Lei per questo piange ogni notte”, dice Soon, “ed anch’io mi sento colpevole”.

Il “tributo” della carestia.

Decine di migliaia di morti nell’ultima carestia (1995-1997). Lee, che chiede che non sia fatto il suo vero nome, era un’impiegata del servizio governativo per il conteggio dei morti nella sua città. Una giovane donna di 29 anni, con capelli ricci fino alle spalle e una pelle liscia e perfetta, ed ha difficoltà a raccontare. “Abbiamo visto scene di cannibalismo”, ricorda, “ma forse non potete capire”.

“Quando uno è molto affamato, può diventare pazzo. Una donna della mia città ha ucciso il suo figlio di sette mesi e lo ha mangiato assieme ad un’altra donna. Ma il figlio di quest’ultima le ha denunciate alle autorità”.

“Non riesco a condannare il cannibalismo. Non che io abbia mai desiderato di mangiare carne umana… ma erano così affamate! Era normale che la gente andasse su una tomba interrata da poco e ne scavasse fuori il cadavere per mangiarne le carni. Ho conosciuto una donna che ha praticato cannibalismo. Mi diceva che il sapore era buono”.

Il massiccio aiuto alimentare internazionale ha gradualmente combattuto gli effetti della carestia, ma resta un numero di morti stimabile tra i 300.000 e i due milioni.

Esistenza disumana.

Lee Soon Ok, 56 anni, è stata un membro del partito dei più alti ranghi. L’anno scorso ai comitati congressuali a Washington ha detto che nel 1987 fu imprigionata come capro espiatorio della diminuzione delle razioni alimentari governative.

Fu arrestata improvvisamente mentre lavorava, picchiata, e messa in una fredda cella sotterranea di un metro e mezzo per un metro e mezzo, per quattordici mesi. Ha detto di essere stata regolarmente torturata, le è stato negato il sonno, veniva torturata con l’acqua e fatta inginocchiare nuda sul ghiaccio. Sapeva già di dover morire.

La sua prigionia “non era un’esistenza umana”, ha detto in un’intervista a Seoul. “Alla fine fui condannata a morte e messa nel braccio della morte. Quella fu la parte più difficile. Uno resta lì per un mese, conoscendo esattamente il giorno della sua morte. Poi, e tuttora non so per quale motivo, hanno deciso di mandarmi in un campo per prigionieri politici”.

Al campo, ha detto, ebbe mansioni di segreteria in un ufficio dove sentiva parlare i ricercatori di armi chimiche e biologiche da sperimentare sui prigionieri. I gruppi dei prigionieri furono portati dietro una collina, ha detto, e le fu detto di compilarne una lista perché i loro nomi venissero stralciati dall’elenco delle razioni di cibo della prigione.

Ha saputo che suo marito e suo figlio, allora allievo dell’università d’élite del partito, erano stati imprigionati a causa sua e che suo marito vi era morto. “Finalmente mi portarono mio figlio”, dice. “Non aveva scarpe. I suoi piedi erano avvolti nella paglia. I suoi vestiti erano così malmessi che pensavo fosse un mendicante”.

Nel 1995 lei e suo figlio sono scappati dal campo, scalando una montagna di 600 metri in pieno inverno. Hanno attraversato il fiume al confine, raggiunto la Cina, poi Hong Kong e finalmente la Corea del Sud. Suo figlio ora è iscritto ad un’università sudcoreana. Lei è tranquilla ma i suoi occhi restano duri e prudenti.

“Quei sette anni in prigione continuano a torturarmi”, dice. “Ho visto tanti modi diversi di uccidere e torturare persone… e li sogno ancora di notte”.

Dalla fame alla schiavitù.

La fuga dalla Corea del Nord non è l’unica prova per i fuggiaschi. I confini sudcoreani e russi sono molto controllati, per cui la maggior parte scappano attraverso i fiumi lunghi ma poco profondi di Yalu e di Tumen in Cina, dove qualche grande comunità coreana possa offrire aiuto.

Purtroppo la Cina ha stretto un accordo con l’alleato comunista per il rimpatrio dei fuggiaschi. Questi vengono presi in periodiche retate e rispediti in corea, dove vengono messi in campi di lavoro per periodi che vanno dai due mesi alla vita intera. Quelli che restano in Cina sono soggetti a sfruttamento sessuale, fisico ed economico.

Sung Ae, 31 anni, la metà spesi in Cina, talora nelle mani di mercanti di schiavi che comprano e vendono donne per degli uomini cinesi. “Ho visto tante atrocità nel mio viaggio, che non so da dove cominciare”, ci ha detto nell’agosto del 2001.

E’ una donna col volto tondo e occhi a mandorla e sopracciglia curate. Ci ha raccontato di esser saltata giù da un treno in corsa pur di sfuggire ai mercanti cinesi di schiavi. I coreani in Cina l’avevano tradita e lei era perennemente in movimento per evitare di essere presa.

“In Corea del Nord soffrivo la fame. In Cina sono stato sempre perseguitata”, ci disse. Ha passato 16 giorni su una nave di contrabbandieri con 64 operai cinesi illegali pur di arrivare in Corea del Sud nel dicembre 2000.

Lee, l’ex impiegata, ci ha detto che si era illusa di poter vivere bene in Cina. “Un giorno un uomo della mia città venne a vedermi. Cercava una donna nordcoreana di bell’aspetto da portare in Cina. Più carina fosse stata, meglio era. Allora decisi di andare”.

“Ovviamente mi aveva illusa. Diceva che voleva farmi conoscere un buon uomo, un laureato che voleva sposarsi. Ma capii poi che le donne nordcoreane venivano vendute a prezzi economici a contadini cinesi”.

In Cina è andata alla deriva, di famiglia in famiglia, lavorando in condizioni di schiavitù, finché non è stata arrestata dalle autorità cinesi. E’ stata picchiata e restituita alla Corea del Nord nel 1998, dove è stata mandata in un campo di lavoro, ridotta alla fame, lavorando duramente e subendo molestie sessuali.

Finalmente rilasciata, venne ripresa di nuovo dai mercanti di schiavi, che la rispedirono in Cina in uno scatolone. Solo verso la fine del 2000 dei missionari cristiani l’hanno fatta arrivare in Corea del Sud attraverso uno stato di cui non vuole fare il nome.

“In Cina ti vendono e ti rivendono”, ci dice. “Le giovani sono vendute ai bar, e le donne ai contadini, e quindi ulteriormente rivendute”.

“Trattati come forestieri”

Solo una piccola percentuale di quelli che attraversano il confine con la Cina arrivano poi in Corea del Sud, con l’aiuto di gruppi missionari cristiani oppure contrabbandieri di professione. Il numero dei fuggiaschi raddoppia di anno in anno fin dal 1998, raggiungendo i 1.141 l’anno scorso, stando al governo sudcoreano. I nordcoreani riescono ad ottenere un piccolo appartamento, aiuto sociale e lavorativo, un bonus equivalente a 25.000 dollari, ed un sussidio mensile di circa 500 dollari. Anche con quell’aiuto, restano però alieni in uno stato che è fermo agli anni cinquanta.

Arrivano infatti in una società competitiva, e a dispetto dei cliché sui sentimenti fraterni dei sudcoreani nei confronti dei nordcoreani, i fuggiaschi dicono sempre di essere discriminati, il che li tenta a pensare di non aver fatto la scelta giusta. Per cinque anni devono informare le autorità di tutte le loro attività.

“Per noi non è facile vivere qui”, dice Han, scappato quando fu trovata la sua radio. “I sudcoreani non capiscono le nostre difficoltà. Non se ne danno peso, e non capiscono. Siamo trattati come forestieri. Perciò molti scappano verso il Canada o negli Stati Uniti”.

I nordcoreani sono riconosciuti dal loro accento. Alcuni sono qualificati per lavorare nella società high-tech sudcoreana, ma molti fuggiaschi sono impreparati al metodo capitalista che premia l’iniziativa e il lavoro duro”.

“Siamo talmente abituati a vivere con quanto ci viene dato e fatto quanto ci viene chiesto, che non abbiamo il concetto di responsabilità nel lavoro”, ci dice Byung, 40 anni, a condizione di non rivelare il suo cognome. E’ giunto a Seul a dicembre, dopo aver attraversato le acque del confine con la Cina per scappare con sua moglie, sua madre, e i suoi figli di 7 e 9 anni.

“Davvero non avevo idea di questa società”, aggiunge Byung, che ora frequenta una scuola industriale, sta prendendo la patente e sta imparando ad usare il computer. “La sorpresa più grande è che qui chiunque è libero di dirti quel che gli pare. Io pensavo che tutti sarebbero stati ricchi e senza problemi. Ma ora vedo che c’è gente che non ha un lavoro”.

Il fardello della colpa.

Pak Do Ik, 38 anni, è un esempio di successo della fuga e del peso che ogni fuggiasco si porta.

Era un membro d’élite del partito a Pyongyang, uno scrittore di propaganda e autore di opere teatrali di encomio al regime, che si trovò nei guai perché era divenuto creativo. Il suo primo lavoro “offensivo”, una commedia, lo portò per un mese in un campo di lavoro di una miniera. Oggi ne conclude che la commedia era un “pessimo genere” per una dittatura senza humour.

Una volta tornato, nel 1999, scrisse un ossequioso dramma che mostrava la madre di Kim Jong-Il dare a quest’ultimo un revolver con sette proiettili ed uno scopo per ognuno di questi: “Il primo proiettile è per distruggere gli Stati Uniti! Il secondo è per il successo della nostra rivoluzione…”.

“La platea applaudì ogni proiettile”, dice Pak. “Ma l’Agenzia di Sicurezza Nazionale disse che non era realistico. Disse che era una «inadempienza quanto agli obiettivi rivoluzionari». Quel giorno scappai sulle montagne”.

Dopo essersi nascosto per mesi, discese una scogliera del fiume Tumen e arrivò in Cina con i suoi risparmi (ottanta dollari USA). La sua conoscenza della gerarchia del regime interessò gli agenti dell’intelligence sudcoreana in Cina, e dopo averlo interrogato per mesi, lo aiutarono a scappare.

A Seul trovò che poteva guadagnare velocemente. Cominciando come fattorino di una compagnia di liquori due anni fa, ora è a capo di un grosso business (due aziende, un totale di 78 impiegati) nella vendita di cosmetici e nell’entertainment. Sta per ottenere i diritti per una serie televisiva, promuove artisti pop, ed ha intenzione di realizzare un parco tematico “Training alla guerriglia nordcoreana” per far rivivere ai turisti l’esperienza dell’esercito stalinista e – per amore di realismo – negar loro il cibo per parecchi pasti.

Pak indossa polsini con diamanti e ottimi abiti, gioca a golf in un costoso club il fine settimana, e le foto in cui è in compagnia di belle attrici che lavorano per lui sono sui muri del suo ufficio.

Ma Pak dice di non essere felice. “Tra la gente che è scappata, io credo di essere il più ricco. Guido una BMW serie 700. Ma quando ho comprato quella macchina, ho pianto. Mi mancano i miei fratelli, e mia sorella, e mio padre”, ci dice. “Mi chiedevo cosa sto facendo qui, mentre i miei parenti stanno soffrendo. Non penso che uno può essere felice quando si sente colpevole”.
(da Corea – una finestra aperta…)

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