Ricordare…

116 – Il secolo del martirio

Riporto quanto scritto da Andrea Tessarolo nel “IL SECOLO DEL MARTIRIO”.

É una pagina che descrive ancora una volta tutta una serie di crimini sovietici e nazisti. Dopo quanto già scritto in precedenza potrebbe sembrare un insistere sull’argomento.In realtà sono fatti su cui non si riflette mai abbastanza. E non sono frutto della pazzia di qualche governante, ma l’applicazione letterale di dottrine aberranti.

Ricordatevene ogni volta che qualcuno vi parlerà bene del marxismo o del nazismo. Quello che segue (insieme a quello già narrato precedentemente) è la logica conseguenza dell’applicazione di queste dottrine.

«Il secolo sovietico

Dopo l’introduzione, il volume si apre subito col capitolo sul “secolo sovietico”. L’Autore (Andrea Riccardi in ‘Il secolo del martirio’) non usa mezzi termini. È molto esplicito. La politica antireligiosa dell’URSS non mirava tanto ad eliminare solo qualche eventuale abuso nella condotta dei cittadini, ma mostrò fin dall’inizio la precisa determinazione di sradicare totalmente ogni pratica religiosa dalla società (p. 27). A tutti i costi bisognava creare l’uomo sovietico, al quale non era consentito avere convinzioni o atteggiamenti estranei alla cultura politica sovietica. Ora la religione non faceva parte di tale cultura. Da qui la necessità, secondo il Direttivo sovietico, di eliminare e fare scomparire ogni traccia o segno religioso.

Lo strumento a cui più spesso i bolscevichi fecero ricorso per “purgare” la società dall’influenza della religione fu la morte. E tutti i credenti, di qualsiasi fede religiosa, furono come un terreno di elezione sul quale il “partito al potere” si divertiva a sfogare il suo sadico furore.

Sono impressionanti le cifre di questa generale carneficina, durata sia pure con diversa intensità, oltre 70 anni (dal 1917 al 1989). Quasi tutti i monaci, e soprattutto i sacerdoti ordinati prima del 1917 o subito dopo, furono sottoposti a persecuzione. E mostruosi erano spesso i supplizi. Tra il 1917 e il 1941, furono 300 i vescovi ortodossi sottoposti a misure repressive, e più di 250 furono giustiziati. Secondo la commissione del patriarcato di Mosca per la riabilitazione, fino al 1941 hanno subito repressione per motivi di fede 350.000 persone, di cui 150.000 solo nel 1937 e di queste 80.000 furono fucilate (pag. 34). Secondo Alexander Jakovlev, presidente della commissione per la riabilitazione civile, i membri del clero ortodosso (sacerdoti e monaci) condannati a morte tra il 1917 e 1980 sarebbero stati 200.000. Solo nei due anni 1937 e 1938 ne vennero arrestati 165.000, di cui 105.000 furono fucilati. Né sorte migliore è toccata a vescovi e sacerdoti cattolici o di altre confessioni religiose. Da notare però che si tratta di cifre un po’ generiche che richiedono ulteriore approfondimento; e tuttavia suggeriscono una persecuzione veramente di massa e confermano una precisa scelta politica da parte del governo sovietico: annientare la Chiesa eliminandone le guide spirituali (p. 33). “Religione e comunismo, affermava Bucharin, sono incompatibili sia in teoria che in pratica”. Per cui la lotta antireligiosa riguardava ogni religione: “Lotta decisiva contro il pope, si chiami pastore, o prete, o rabbino, patriarca o papa; e questa lotta deve svilupparsi non meno ineluttabilmente contro Dio, si chiami Geova o Gesù, Budda o Allah” (p. 30).

Uno dei luoghi di maggiore sofferenza per i credenti russi, nel periodo della persecuzione, fu l’isola di Solovki nel Mar Baltico. Era conosciuta come la madre e il modello di tutti i lager sovietici. Il campo di pena fu realizzato adattando un antico complesso monastico del XV secolo, uno dei centri spirituali più rinomati di tutta la Russia, dove tra chiese, icone, e monaci in preghiera, tutto parlava di Dio. E divenne uno dei luoghi di martirio più terribili che la storia ricordi (p. 35). Se, prima della Rivoluzione, ai visitatori quel santo monastero appariva “di una bellezza fiabesca”, Olga Jafa, deportata 25 anni dopo in quello stesso luogo, così lo descrive: “La sera il piroscafo giunse alle Solovki. Ci portarono sul ponte e, dopo 25 anni, rividi quell’isola di una bellezza fiabesca. Ma, Dio mio, com’era cambiata… Adesso non c’era più né una cupola, né una croce… Ma in questa cupa tetraggine c’era una sorta di nuova solenne bellezza, forse ancor più elevata e ispirata, che parlava di un lungo e glorioso passato, e di una fine coronata dal martirio… Le Solovki ora sono il regno degli infelici” (p. 35).

In questo “regno degli infelici” la vita era molto dura anche per il terribile clima polare. Nel 1920 il monastero era stato adibito a campo di concentramento per i prigionieri della guerra civile. Nel 1923 fu trasformato in lager a destinazione speciale. Dal 1920 al 1939 ospitò oltre un milione di detenuti; così il grande “santuario” divenne la meta di un pellegrinaggio forzato per vescovi, preti, monaci e laici. I deportati appartenevano a tutte le confessioni religiose: il mufti della moschea di Mosca, il primate della Chiesa ortodossa di Georgia, l’esarca cattolico Fedorov, ecc… Si trovava in quel lager anche l’amministratore apostolico dei cattolici di rito armeno, mons. Akop Bakarat’jan, accusato di aver creato una associazione antisovietica e di aver “celebrato in segreto riti teologici (sic) e religiosi” (p. 36).

I bolscevichi vollero trasformare quel “santuario dell’oscurantismo” in un luogo dove i cittadini che hanno commesso dei crimini “vengano rieducati” e destati a una “vita nuova”: così si leggeva nel “Messaggero della Carelia”:

Invece nel campo si continuava a pregare. Nel 1929 vennero vietate le celebrazioni in pubblico. Ma ben presto a un sacerdote venne l’idea di celebrare all’interno della baracca, nel sottotetto molto basso, per cui si poteva stare solo in ginocchio. Ma parecchi sacerdoti venivano ogni giorno… In questo luogo di sofferenza si creava un clima di rapporti fraterni tra i credenti, anche tra cattolici e ortodossi, tra polacchi e russi… Un testimone di quei tempi annota: “Unendosi nello sforzo, lavorano insieme un vescovo cattolico ancora giovane e un vescovo ortodosso, antico di giorni ma forte di spirito… Chi di noi avrà un giorno la ventura di far ritorno nel mondo, dovrà testimoniare quello che vediamo noi qui adesso: … la rinascita della fede pura dei primi cristiani, l’unione delle Chiese nella persona dei vescovi cattolici e ortodossi, un’unione nell’amore e nell’umiltà” (p. 37).

Come a Solovki così in tanti altri campi di concentramento, disseminati nelle regioni più sperdute della Siberia, la persecuzione ha conosciuto fasi diverse. Uno dei periodi più duri si ebbe a partire dal 1922, con 6000 persone coinvolte nella repressione; anche nel 1923 gli arresti furono 2469; ma nel 1931 e 1932, si fece ricorso all’uso massiccio della violenza, provocando numerose vittime soprattutto tra i ministri del culto ortodosso, cattolico, luterano, musulmano, buddista.

Un certo respiro si ebbe durante la seconda guerra mondiale, anche per assicurarsi la fedeltà dell’esercito contro l’invasione tedesca; mentre una nuova recrudescenza si ebbe con Krusciov, cioè negli anni in cui invece ebbe inizio una certa distensione in campo politico. Ma anche la sua figura è svanita presto come una meteora, e la pratica religiosa, sia pure tra molte difficoltà, sta riprendendo.

Terminiamo questo paragrafo sulle persecuzioni dovute al comunismo sovietico evocando la figura davvero commovente dell’arcivescovo Josyf Slipyj, metropolita di Leopoli (Ucraina occidentale). Era succeduto al suo predecessore, Andrej Szeptyckyj, morto il 1° novembre 1944, e solo qualche mese dopo, nell’aprile 1945, venne imprigionato assieme a due altri vescovi, venti preti, due diaconi, tre seminaristi e cinque laici.

Egli stesso così racconta della sua prigionia a Kiev: “… mi sottoposero giorno e notte a continui interrogatori. Ero ridotto così male da non poter letteralmente stare in piedi. Mentre mi portavano da un giudice all’altro, mi dovevano sorreggere per non lasciarmi cadere per terra… Certo, la fame, la mancanza di sonno e soprattutto gli interminabili e continui interrogatori possono distruggere un uomo o condurlo alla pazzia: ed è stata per me una vera grazia di Dio l’aver potuto resistere a quei tormenti”.

Dopo la condanna a otto anni di lavori forzati in Siberia, per il Natale del 1954 così poteva scrivere ai fedeli della sua diocesi: “Lontano da voi migliaia di chilometri, nel gelo dei ghiacci polari, come potrei farmi strada attraverso le bufere di neve? Ma un cuore pieno di amore non conosce barriere o confini e, almeno con il pensiero, io volo al di sopra dei geli eterni e delle foreste sterminate… per portarvi la buona novella della nascita di Cristo e destare la vostra sollecitudine per la festa da celebrare… Sopportiamo intanto le nostre sofferenze e i nostri dolori… Qui, in questa tundra gelata, desidero offrire a Dio, per tutti voi, i miei sacrifici e le mie pene, alzare a lui le mie preghiere e trovare le parole adatte, cosicché voi, pieni di irremovibile fede nella promessa di Cristo, possiate guardare a lui che risplende nel presepio, anche se non vi trovate in chiesa, ma nella vostra casa o in qualsiasi altro luogo” (p. 56).

L’idolatria nazista

Un’altra pagina nera della lotta antireligiosa, nel secolo XX, è firmata dal partito nazista socialdemocratico tedesco, guidato da Adolf Hitler, ed ebbe come suo ideologo Alfred Rosenberg, autore de Il mito del XX secolo. Quanto quel movimento fosse inconciliabile con la fede cristiana è messo subito in risalto dallo stesso ministro degli affari ecclesiastici, Hans Kerrl, il quale nel 1937 dichiarava: “Il partito poggia sul fondamento del cristianesimo positivo, che è il nazionalsocialismo… Il vero cristianesimo è rappresentato dal partito… Il Führer è il protagonista di una nuova rivelazione” (p. 63).

La lotta antireligiosa del nazismo cominciò appena esso è giunto al potere (1933). E si espresse attraverso il terrorismo delle SS, che non fu episodico ma continuo e sistematico, per giungere alla eliminazione fisica di quanti erano ritenuti di ostacolo ai programmi del partito.

Il 30 giugno 1934, quella che fu chiamata “la notte dei lunghi coltelli” (contro un partito rivale), fornì il pretesto per iniziare l’eliminazione dei cattolici più in vista e decretare la soppressione di tutta la stampa libera e dell’insegnamento religioso nelle scuole; inoltre venne emanato un decreto per “la difesa del partito e dello Stato” che, di fatto, autorizzava ogni arbitrio a danno dei cittadini. Perquisizioni, violenze, arresti, deportazioni, condanne capitali si susseguirono, da allora, senza interruzione, fino alla morte del regime, nel maggio 1945.

Notissime le deportazioni arbitrarie di cittadini ritenuti sospetti, e soprattutto le deportazioni in massa degli Ebrei da Varsavia, da Praga, da Vienna, da Roma…, deportazioni che culminarono nel cosiddetto “Olocausto” (“Shoa”), con l’eliminazione di milioni di persone, soprattutto Ebrei, nelle famigerate camere a gas.

Nella lotta contro la Chiesa cattolica, piuttosto che ricorrere a motivazioni ideologiche, Hitler preferiva promuovere campagne scandalistiche, accusando preti e religiosi di abusi sessuali, o di aver violato le leggi sul traffico delle valute estere, come è stato per il padre Stanislaus Loh, provinciale SCJ, che, condannato, morì in prigione nel 1941 (vedere “Dehoniana” 2000/3, pp. 107-112).

Il nazismo, con la divinizzazione del capo e della razza, superava i limiti di qualunque nazionalismo, anche il più acceso. Sono significative, a questo proposito, le dichiarazioni dell’infermiera tedesca che assistette agli esperimenti medici nel campo di Dachau e praticò l’iniezione letale di acido fenico al carmelitano olandese Tito Brandsma. Così ha dichiarato: “Quando avevo sedici anni andai a Berlino come infermiera della Croce Rossa. Là abbiamo dovuto giurare che consideravamo Hitler come il nostro Dio e abbiamo dovuto firmare che non saremmo più andate in chiesa… Gli Ebrei dovevano essere tutti sterminati. Questo era l’inizio della nostra formazione” (p. 65).

Il neopaganesimo nazista destò subito preoccupazione nei vescovi cattolici. Tra quelli che fecero sentire la loro voce di protesta contro un regime così iniquo, sono da ricordare soprattutto il card. Faulhaber di Monaco, l’arcivescovo di Berlino von Preysing, von Galen ecc… Il papa Pio XI, nell’enciclica Mit brennender Sorge del 1937, dichiarò inconciliabile la fede cristiana con la deificazione della razza e dello Stato. E l’anno seguente, mentre era a Castelgandolfo, dove si era ritirato nei giorni della visita in Italia di Hitler, esprimeva la sua tristezza nel vedere a Roma “l’insegna di un’altra croce che non è la croce di Cristo”.

Dobbiamo ricordare che il clero cattolico di Germania, in quegli anni, fu tra i gruppi sociali più perseguitati. Nei dodici anni di regime hitleriano, furono 12.000 i preti che subirono minacce o persecuzioni. Nella diocesi di Paderborn, su 1400 ecclesiastici, 868 entrarono in conflitto col partito nazista; 67 scontarono più anni di carcere; 23 furono internati in campi di concentramento. Lo stesso a Treviri… Recentemente è stato pubblicato anche un “martirologio” della Chiesa tedesca del XX secolo. Vi sono recensiti 164 sacerdoti, 60 religiosi, 6 persone di vita consacrata e 118 laici che sotto il nazismo persero la vita a causa della fede.

Nonostante la debolezza di tanti cristiani di fronte al nazismo, che hanno ceduto per paura o per un indegno “arrivismo”, non sono mancate quindi figure coraggiose, che furono, e restano per tutti, un monito e un esempio.

Particolarmente noto il teologo protestante Dietrich Bonhöffer, che non esitò a protestare pubblicamente anche contro la sua Chiesa perché, cedendo alle pressioni del partito, aveva accettato il “paragrafo ariano” della legge sul razzismo. L’antisemitismo, per Bonhöffer, era un assurdo. E scriveva: “L’esclusione dei fedeli di razza ebraica dalla nostra Chiesa… resta impossibile dal punto di vista evangelico”. Testimone della pubblica resistenza al razzismo e ai “tradimenti della Chiesa”, morì impiccato nel 1945, dopo un processo-farsa. Il medico che assistette all’esecuzione ha dichiarato: “Nei quasi 50 anni della mia prassi di medico, non ho mai visto un uomo morire in maniera così rassegnata” (p. 79).

Un’altra figura emblematica è certamente il prevosto della cattedrale di Berlino, Bernhard Lichtenberg. Ha testimoniato una costante resistenza al nazismo, dal 1933 fino alla morte, mediante la predicazione. Presidente della lega per la pace dei cattolici tedeschi, denunciò i nazisti prima ancora che arrivassero al potere. Per questo fatto Goebbels lo additò al linciaggio; ma egli reagì accusando lo stesso Goebbels per diffamazione… Nel 1935, venuto a conoscenza di ciò che accadeva nei lager di Esterwegen, si presentò di persona al capo della Gestapo per consegnargli una nota di protesta… Il giorno successivo alla “notte dei cristalli” (opera dei nazisti contro gli Ebrei), la polizia accerchiò la cattedrale per premunirsi contro eventuali iniziative dell’audace prevosto. Ma egli, che non poteva tacere davanti a simili misfatti, la sera dopo iniziò la preghiera pubblica dicendo: “Ciò che è stato ieri lo sappiamo. Ciò che sarà domani non lo sappiamo. Ma ciò che è avvenuto oggi lo abbiamo vissuto: là fuori brucia la sinagoga; anch’essa è casa di Dio” (p. 77).

Arrestato nel 1941 e incarcerato, durante il processo egli dichiarò che intendeva obbedire a Dio piuttosto che agli uomini: affermò che la deportazione degli Ebrei è inconciliabile con la morale cristiana, e chiese di poter andare con loro; e denunciò pubblicamente le violenze subite nella prigione nazista. Poi soggiunse: “È stato un periodo ricco di grazia dietro le mura del carcere. Ringrazio Dio… che non sono stato costretto a soccombere alla disperazione. Vi sono infatti ore in cui anche un prete è tentato di disperare” (p. 78). Dopo altri due anni di carcere duro, Lichtenberg morì di stenti il 3 novembre 1943, durante il trasferimento a Dachau.

Diverse volte, e anche in situazioni molto diverse, si è notato che la testimonianza ha associato nel martirio cristiani di tutte le confessioni. È il caso, ad esempio, dei quattro ecclesiastici che nella primavera del 1942 furono imprigionati a Lubecca. Karl Friedrich Stellbrink, pastore luterano, fu arrestato per le sue prediche. Assieme a lui fu preso anche un suo amico, Johannes Prassek, viceparroco cattolico del Sacro Cuore. In seguito furono arrestati altri due preti della stessa parrocchia. Nel luglio 1943 furono condannati a morte e, mentre avveniva l’esecuzione, gridavano: “A Cristo, nostro Re, fedeltà eterna!”. Insieme a loro sono da ricordare M.J. Metzger, pioniere dell’ecumenismo, nonché gli animatori del movimento di resistenza antinazista “Rosa bianca”, tra i quali figuravano cattolici, protestanti e anche un ortodosso. Furono decapitati nel 1944 perché l’ecumenismo era ritenuto un ostacolo al nazismo.

Una testimonianza significativa di ecumenismo ci viene anche dal sacerdote italiano Roberto Angeli, quando racconta la sua esperienza nella baracca 26 del campo di Dachau. Scrive: “… in mezzo a preti cattolici di ogni paese, pastori protestanti, pope ortodossi, tutti sacerdoti allo stato puro – senza poteri, né orpelli, ne privilegi – rosi dalla fame e dal freddo, torturati dai pidocchi e dalla paura, senza più nessuna dignità oltre quella invisibile del sacerdozio, imparammo a scoprire l’essenza della vita e della fede” (p. 75).»

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