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Un episodio poco conosciuto: Mussolini salva la DC

In cui si parla diun episodio poco conosciuto: Mussolini salva la DC partigiana.

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081 – Un episodio poco conosciuto: Mussolini salva la DC

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luglio 9, 2008 - Posted by | Comunismo, Fascismo, Italia, Random, resistenza, Storia, Varie | , , ,

3 commenti »

  1. qUESTO MI ERA IGNOTO, MA CONOSCO bERETTA…
    lA RESISTENZA FU UNA GUERRA CIVILE E ANCORA SE NE ONORA LA MEMORIA…
    BERTOLDO

    Commento di bertoldo | settembre 1, 2008 | Rispondi

  2. Sono il nipote del Questore di Como 43/45 di questo fatto ero all’oscuro, si potrebbe essere più precisi?

    Grazie:

    Uno stralcio delle ultime ore di Mussolini

    Al Direttore del giornale

    La Provincia –COMO

    A seguito mia lettera inviata nel Settembre 1990 riguardante la fotografia apparsa sul Vs. giornale: ”La fucilazione del Questore di Como“ del 20/9, art. di Gustavo Selva. (senza riscontro)

    Articolo sul giornale di Giugno, per la lapide ai quattro fucilati al tempio Voltiano. Ho ritenuto che fosse di utilità storica suggerirvi uno stralcio dello scritto soprattutto oggi per le revisioni dei testi scolastici che sono tutti di parte.

    Durante l’ultima guerra mondiale, Como non subì bombardamenti anche per merito dell’allora Questore Lorenzo Pozzoli.

    Il Pozzoli aveva la stima dei capi partigiani Lorenzo Spallino, Martinelli….

    Lo venni a sapere di persona da Martinelli, alla fine degli anni 50, il quale aggiunse che consigliarono più volte al Pozzoli di ritirarsi in Svizzera…

    Il Pozzoli era un militare di carriera, Colonnello e Console di Ancona, accettò la carica di Questore per dovere di ruolo, e per dovere di militare non abbandonò Como…

    La figura del Pozzoli si collega alla condanna a morte dell’illustre figura di Giancarlo Puecher (prima medaglia d’oro della resistenza ), che ebbe il torto di farsi sorprendere durante il coprifuoco con armi da guerra. La condanna a morte fu inevitabile soprattutto per il volere del commissario politico fascista Saletta, figura spregevole peggio delle SS.

    Il Pozzoli tentò invano di salvare la vita di Puecher, come fece per tutti i partigiani di Erba, ma per dovere d’ufficio fu costretto a firmare a malincuore la condanna.

    I libri sulle ultime 48 ore di Mussolini riportano che in questura a Como il Questore Pozzoli disse al Duce: ”La guerra è persa; non vada in Valtellina, si consegni a Chiasso agli Svizzeri…”

    Il Questore – pur salvando Como e molte altre persone, subì l’onta di essere fucilato da traditore, non volle la benda e al momento dell’esecuzione gridò ”Viva l’Italia!” e in questo può essere assimilato a Giancarlo Puecher, pur se da una sponda opposta.

    Riporto quanto detto come testimonianza perché la Storia deve essere luce e tendere alla obbiettività!

    Questo è anche il dovere della “DEMOCRAZIA”, che ha il compito d’accertare la verità anche se più volte può essere scomoda.

    Direttore, mi rifaccio alla richiesta di Nicollini (rappr. Comasco R.S.I.) per una lapide in memoria dei quattro ”fascisti” fucilati al tempio Voltiano, richiesta che ha fatto ”rumore”, perché il Saletta è ancor oggi è ricordato dalla popolazione di allora e dai figli della popolazione di allora come un essere “immondo”, un criminale che non merita alcun riconoscimento.

    A tal proposito è bene ricordare l’articolo di Giorgio Cavalleri, studioso di storia locale…

    Il Cavalleri ha evidenziato che la figura di Pozzoli non va confusa con quella degli altri tre.

    Il ”giovane” Tettamanti (segretario di un partito di Como), senza approfondire gli avvenimenti, mette tutti e quattro sullo stesso piano (senza tener conto che nel giro di 24/48 ore la sentenza fu annullata). Ricordo che è dovere d’ogni cittadino cercare la verità e di chi fa politica accertarsi dei fatti prima di teorizzare.

    Questo per onestà, per capacità e per buonsenso.

    Albese/Erba 29/11/2000 Lorenzo Pontiggia

    Nipote ex Questore Lorenzo Pozzoli

    Trovata in Internet, oggi; 06/10/2008

    ACTA, Istituto Storico Maggio/Luglio 2007

    Uno stralcio delle ultime ore di Mussolini

    La Polizia: è alle dipendenze del Questore (colonnello Lorenzo Pozzoli). Si distingue per violenze, efferatezze, stragi e ruberie. Particolarmente criminale è l’azione dell’ufficio politico dove opera il famigerato Domenico Saletta, torturatore e assassino. Vi sono delle squadre speciali che agiscono come squadroni della morte: la banda Paone e la banda Tucci, portate a Como dal Capo della provincia Celio.

    La banda Tucci ha sede a Civenna e terrorizza il triangolo lariano. La dirige Emilio Poggi

    .

    Passaggio dei poteri (notte tra il 25 e il 26 aprile)

    Zecchino è sorpreso di venir convocato a cose per lui ormai superate: “Io mi meravigliai del fatto che, quando è arrivato Mussolini durante la notte, mi abbiano telefonato perché andassi in prefettura, perché avevano bisogno… Io dissi: “Mah, come mai? Oramai ci sono gli altri”. Invece mi considerarono come funzionario dello stato: avevano bisogno di avere a disposizione tutti i locali, perché arrivò un sacco di gente… Non ci fu nulla di formale. Io mi ritirai in buon ordine e detti il posto mio, mi pare, a Fulvio, perché subentrò Fulvio nel posto mio, e al posto del prefetto si sono insediati Martinelli e Bertinelli, prefetto della Liberazione. Celio credo sapesse qualcosa di quello che si era predisposto. Ma quando io gliene accennai dicendo: “Guardate, penso che siate d’accordo anche voi di far sì che non succedano fatti di sangue. Si sarebbe già predisposto un Passaggio di poteri…”, lui disse: “Sì, sì, avete fatto bene, avete fatto bene”. Poi lui è sparito: non so come diavolo abbia fatto, non l’ho più visto, non mi ha neanche salutato” (92). Il cedimento investe la questura: “Alle ore 18 il Dott. Fulvio s’incontrava con il Questore Pozzoli e da questi veniva richiesto del nominativo di persona con la quale egli avrebbe potuto trattare la resa della Questura e del Corpo degli Agenti Ausiliari. Il Dott. Fulvio indicò l’avvocato Lorenzo Spallino. Più tardi infatti quest’ultimo fu visitato in casa dal Sig. Giamminola di Villa Guardia, suo conoscente, il quale gli presentò il sig. Bartoletti Italo, Agente di ps, persona di fiducia del Pozzoli, che era incaricato da questi di chiedergli un colloquio”. Questa la relazione ufficiale (93). Conferma lo stesso Pozzoli, in un memoriale redatto in carcere:

    Già dal 24 aprile avevo iniziato la consegna della città di Como e, al 25 mattina, completavo gli accordi per la cessione delle varie caserme della Guardia nazionale repubblicana ed ero in trattative con la federazione per quanto riguardava la consegna delle armi da parte della Brigata nera. Per quest’ultima vi erano molte difficoltà, ma alcuni appartenenti ad essa erano già d’accordo con me: tanto che il 25 stesso, alle ore 23, avremmo consegnato al col. Gualandi, comandante militare dei patrioti, tutto il complesso organizzativo e direttivo di Como e provincia. Senonché, una telefonata da Milano mi avvertiva dell’arrivo a Como di Mussolini e dei suoi ministri, scortati dai reparti militari della “Muti”, della Brigata nera di Milano, della Guardia personale di Mussolini e dei vari ministri. In totale un complesso di 6 mila uomini armati e scortati anche da mezzi blindati. Riuscii a convincere il colonnello Gualandi a fermare alle porte della città quei patrioti che, già incolonnati, stavano per entrarvi: e ciò allo scopo di evitare un inutile spargimento di sangue con i reparti sopradetti provenienti da Milano che erano già in parte piazzati nel centro di Como e precisamente presso la federazione fascista. Riuscii a stento nel mio intento e assicurai il col. Gualandi che mi ritenevo personalmente garante che la città di Como sarebbe stata consegnata al mattino del 26, alle ore 9, oppure io avrei consegnato a lui tutte le personalità di cui sopra. A mezzanotte circa, Mussolini e il suo seguito (Zerbino, Liverani, Tarchi, Barracu, Graziani ed altre personalità di cui non ricordo il nome, fra le quali però Bombacci) erano nel salone dell’appartamento privato del prefetto Celio, vicino al quale siede il federale Porta. Appena entrato nel salone, Mussolini mi chiama dicendo: “Siete voi il questore di Como?” “Sì eccellenza”. “Qual è la situazione di Como?” “Attualmente, per Como siamo tranquilli: però alla periferia undici mila patrioti attendono di entrare”. “E vero?” dice Mussolini rivolgendosi al federale Porta. Porta risponde “Duce, Pozzoli drammatizza”. “Qual è il vostro piano” (Sempre rivolto al federale). Porta risponde: “Con la forza attualmente in città possiamo resistere e occupare tutti gli ingressi di Como, e tenere sgombra tutta la fascia del lago dalla parte occidentale fino a Menaggio – Porlezza. Dopo di che, con l’arrivo delle nostre colonne che stanno concentrandosi su Como, la nostra forza attuale di ottomila uomini potrà arrivare ai venti-trentamila. Questi reparti sono muniti di mezzi blindati e corazzati. Viveri ne abbiamo a sufficienza, altrimenti li preleveremo dove ci sono”. Mussolini rivolge lo sguardo a me in evidente segno di chiedere la mia conferma, al che rispondo: “Duce, la vostra permanenza in Como non è possibile. Pensate che Varese, Milano e Bergamo hanno ceduto, e non faremo altro che spargere sangue inutile, tanto più che i nostri uomini non credo siano tutti disposti a morire per noi”. Mussolini adirato si alza in piedi e mi guarda in modo strano, direi quasi feroce, e mi dice: “Sembrate certo della forza dei partigiani!?” “Duce, il vostro pensiero mi ha capito. In questo momento i partigiani aspettano un fischio per entrare in città, e non vorrei essere proprio io quello che vi deve consegnare a loro. Avreste fatto meglio a rimanere a Milano”. Il duce comincia a passeggiare per il salone adiratissimo, poi si siede nuovamente sulla poltrona. Chiama a sé Graziani, Porta e Zerbino che, con la carta topografica alla mano stanno studiando un piano. Ho la sensazione netta che Mussolini non mi ha creduto, e che voleva commettere il più grande crimine che si potesse registrare in Como; e cioè sacrificare cittadini e città finora risparmiati dai bombardamenti. In quel momento entra nel salone il colonnello Ferdinando Vanini. Il duce lo chiama a sé e gli domanda qual è la forza e su quanti di tali uomini si può contare. Al che il Vanini risponde che non poteva avere a sua disposizione se non una cinquantina di uomini a malapena. Il duce allora si alza e si ritira in un salottino appartato con Graziani, Porta e Zerbino. Non so quale sia stata la conclusione di questa riunione, ma, certamente, doveva essere quella della resistenza ad oltranza, perché ho visto uscire Porta che si recava alla federazione per dare ordini a quelli della Brigata nera in proposito al piano progettato. E benché io seguissi Porta nel corridoio e sulle scale, cercando di convincerlo e di fargli capire quale era la situazione, e pur portandogli a conoscenza che uomini della sua brigata avevano già versato le armi e, per ordine mio, si erano già inquadrati, egli mi rispose: “Provvederò io a rintracciare i miei uomini, e non consegnerò mai la città di Como ai partigiani”. Questa minaccia mi ha impressionato: e, non avendo più la possibilità di parlare col duce, andai immediatamente in Questura dove, nel mio appartamento privato, vi erano già i componenti il Comitato di liberazione per comunicare a loro e per prendere accordi sul da farsi. Però era necessario che parlassi ancora col duce: allora telefonai dal mio stesso appartamento all’appartamento del prefetto, e riuscii a parlare coi ministri Liverani e Tarchi, che venivano immediatamente da me; a loro esponevo la situazione di Como e le trattative già fatte. I due ministri hanno perfettamente capito, sono ritornati in prefettura e hanno conferito col duce, il quale – mi dissero – uscito dal salottino, fece sgombrare tutto il corridoio e si mise a camminare avanti e indietro come una belva urlando e imprecando contro tutti. Ritornai in prefettura e, nel corridoio, vidi il duce con Graziani, e sentii queste precise parole: “Non avrei dovuto andare dal cardinale Schuster. Quei quattro signori mi hanno trattato male e me la pagheranno. Oggi ne abbiamo 25: questo giorno mi ha sempre portato scalogna. Domani comincia un’epoca nuova: e d’altronde, se hanno fatto i partigiani per diversi mesi la montagna, potremo farla anche noi. Non voglio vedere più nessuno”. E camminava sempre per il corridoio concitatamente. Ma le sue ultime parole mi hanno confermato che voleva tagliare la corda: e allora, col prefetto Celio, mi riuscì a inviare una colonna di auto con a bordo i familiari del duce e dei vari ministri del seguito, fino a Ponte Chiasso, con l’evidente intenzione che volessero andare in Svizzera. Tutta la colonna – con le auto dei familiari, ministri, seguito e scorta – iniziava la marcia verso Menaggio, con l’assicurazione che avrebbero trovato via libera e si sarebbe fermata nei pressi della Tremezzina in una zona chiusa e messa a loro disposizione fino al giorno 30. La scena della partenza di tutte le macchine portanti Mussolini e il seguito dava l’impressione di una fuga, in quanto non salivano sulle macchine, ma saltavano addirittura nell’interno di esse e ognuno partiva con la prima macchina che gli capitava (94).

    Lorenzo Pontiggia

    Commento di Lorenzo Pontiggia | ottobre 14, 2008 | Rispondi

  3. L’episodio è stato riportato dall’Avvenire lo scorso giugno.
    Alla fine del testo vi è il link che porta all’articolo stesso.
    E grazie per le tue notizie.
    Purtroppo l’epopea della Resistenza è piena di episodi simili.

    Commento di mcz06 | ottobre 14, 2008 | Rispondi


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